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Il libro bianco
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Scopo di questi "Appunti" è
quello di fare luce sui fatti accaduti durante le "4 giornate di Napoli", ovvero
nei giorni della contestazione al terzo Global Forum
sull'e-government.
Particolare attenzione, naturalmente, è stata dedicata
alla giornata del 17 marzo 2001, alla descrizione degli avvenimenti che in prima
persona gli individui presenti alla manifestazione internazionale contro la
globalizzazione neoliberista hanno vissuto, quindi conosciuto e poi
raccontato.
Questi "Appunti" sono scevri da osservazioni o analisi politiche
fatte dalle associazioni, dai sindacati di base, dai centri sociali, dai
collettivi degli studenti e da tutte quelle variegate sigle che hanno reso
possibile la costruzione della mobilitazione a Napoli.
Coloro che hanno
ritenuto opportuno rilasciare queste dichiarazioni sono donne ed uomini d'ogni
età, studenti, lavoratori dipendenti ed autonomi, disoccupati, liberi
professionisti, in alcuni casi adolescenti alla loro prima manifestazione.
Queste testimonianze, in breve, rappresentano tutte quelle variegate realtà che
hanno deciso di essere voci partecipi di un reale cambiamento dello stato di
cose presenti; rappresentano, ancora, la forma più evidente di quanto sia stata
composita e pluralista la manifestazione del 17 marzo 2001.
E' chiaro, in
ogni caso, il senso che hanno le testimonianze qui raccolte (anche se si trovano
in una forma ancora embrionale ed in attesa di una più ampia diffusione anche
grazie alla pubblicazione di un vero Libro Bianco sulle vicende del
controvertice), così come è chiaro l'obiettivo di tutte quelle persone che,
testimoniando, hanno messo in moto un processo conoscitivo non filtrato da
organi di stampa né, tanto meno, da preconcetti su quanto accaduto: fare luce su
quanto successo nei giorni tra il 14 ed il 17 marzo, fare conoscere la verità in
ordine alle pratiche messe in atto da tutti i corpi dello Stato italiano che
detengono il monopolio dell'uso della violenza.
Per fare ciò abbiamo
preferito lasciare anonime le dichiarazioni avute e questo soprattutto per due
motivi strettamente connessi tra loro: da un lato la garanzia dell'anonimato ha
permesso ai dichiaranti di raccontare tutto quanto fosse loro accaduto senza
alcun timore; dall'altro l'anonimato garantisce i dichiaranti rispetto a non
improbabili forme di ritorsione che altrimenti avrebbero potuto subire.
Le
testimonianze rilasciateci evidenziano chiaramente non solo la brutalità delle
"Forze dell'ordine" nel momento centrale della manifestazione del 17 marzo,
quanto, piuttosto, l'esistenza di una strategia intimidatoria e violenta messa
in campo sia prima sia dopo lo svolgersi del corteo che ha visto la
partecipazione di oltre 30.000 persone.
Si potrebbe cominciare con il
ricordare il comunicato stampa emesso dalla segreteria provinciale del SIULP
(sindacato italiano unitario lavoratori della polizia) il 12 marzo 2001 che,
rivolgendosi alle persone intenzionate a manifestare così come al potere
politico ed amministrativo dello stato italiano, sembrava configurare le Forze
di Polizia quale potere autonomo, non vincolato ad alcun altro; si potrebbe
continuare ricordando quanto successo in occasione della "Street Parade" del 14
marzo, quando, improvvisamente, tre macchine dei carabinieri sfrecciarono ad
alta velocità lungo la strada attraversata dal corteo (Piazza Matteotti),
rischiando di investire ben più di una persona. Inutile dire che tutte le altre
strade erano sgombre da automobili.
E' impossibile, invece, volere
descrivere, in questa sede, ciò che per giorni donne ed uomini hanno raccontato
ricordando particolari che avrebbero voluto dimenticare quanto prima.
E'
impossibile, in questa sede, volere riprodurre le sensazioni di paura, inganno,
violenza fisica e psicologica provate da tutti coloro che hanno spontaneamente
deciso di testimoniare le loro terribili esperienze al momento delle cariche
delle "Forze dell'ordine", al momento del loro trasporto negli ospedali e da li
alle caserme o ai commissariati.
Tutto ciò è possibile coglierlo (e
parzialmente) soltanto leggendo le dichiarazioni che qui fedelmente riportiamo.
Ora, però, è possibile evidenziare alcuni aspetti particolarmente
sconcertanti che queste persone hanno descritto nel ricordare la giornata del 17
marzo 2001 ed è possibile trarne alcune considerazioni di più ampia
portata.
Pressati dalla documentazione video e fotografica prodotta
tempestivamente
dal network di controinformazione della rete NoGlobal e dalla
collaborazione spontanea di molti operatori dell'informazione colpiti dalle
scene viste in Piazza Municipio, la questura e il ministero degli interni hanno
cominciato ad ammettere la possibilità di singoli episodi in cui la truppa,
sovraeccitata, avrebbe perso il controllo della situazione.
Dai dati raccolti
emerge, invece, un quadro molto più sistemico e con esso l'intenzione dei
vertici della questura di dare una risposta "memorabile" alla più grande
manifestazione autorganizzata che Napoli abbia vissuto da circa vent'anni a
questa parte.
La sensazione che emerge, da un'attenta lettura di queste
pagine, è quella di una repressione tanto più feroce in quanto non indirizzata
verso singole persone o limitata ad atteggiamenti eccessivi di singoli "Tutori
dell'ordine pubblico".
Emerge chiaramente la volontà dei corpi armati dello
Stato italiano di trasformare Piazza Municipio in una gabbia da cui fosse
impossibile uscire.
Le descrizioni rilasciate evidenziano l'accuratezza con
cui il coordinamento delle "Forze dell'ordine" ha evitato di lasciare una
qualsivoglia via di fuga per coloro che erano stati rinchiusi nella "Gabbia"
Municipio.
Questo ha creato panico e senso di impotenza dei manifestanti nei
confronti di uomini armati dallo stato; ha generato una situazione tale da
costringere ragazzini di quindici anni a gettarsi in fossati alti oltre i dieci
metri pur di sfuggire alla rabbia di uomini armati dallo stato.
Dalle
dichiarazioni emerge come le "Forze dell'ordine" abbiano caricato i manifestanti
da ogni punto della "Gabbia" Municipio: da via Leoncavallo, da via Verdi, da via
Medina, da via De Pretis, dalle strade che portano verso il molo
Beverello…
Viene più volte evidenziato come gruppi di manifestanti siano
stati spinti verso punti insicuri della "Gabbia", a ridosso del fossato del
Maschio Angioino, ad esempio, ammassati e "Protetti" da una ringhiera troppo
instabile e troppo bassa per fare da argine verso il vuoto.
E' stata
riscontrata la fermezza delle "Forze dell'ordine" nell'impedire agli operatori
sanitari del 118 di svolgere il loro lavoro di pronto intervento e di trasporto
di persone, gravemente ferite, verso gli ospedali.
Ma le testimonianze vanno
anche molto oltre quello che è accaduto nella "Gabbia" allestita temporaneamente
in occasione della repressione di una grande manifestazione democratica.
Si
evince la crudeltà di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza all'interno
degli ospedali e le pressioni portate nei confronti del personale medico e
paramedico al fine di rendere meno tempestive le cure ai feriti.
Vengono rese
pubbliche le violenze fisiche e psicologiche subite dai fermati all'interno dei
drappelli di polizia allestiti negli ospedali, delle caserme e dei commissariati
(in particolare la caserma "Raniero"). Violenze difficilmente dimostrabili se
non mediante un riscontro congiunto delle dichiarazioni delle donne e degli
uomini che le hanno dovute subire.
Si potrebbe continuare con le descrizioni
dei fatti e dei soprusi ma, lo ripetiamo, nulla è più chiaro (e più doloroso,
allo stesso tempo) delle testimonianze rilasciateci.
Ci preme sottolineare,
però, il dato più importante di questa raccolta: le persone ed i loro racconti
testimoniano quanto siano state premeditate le azioni portate avanti dai diversi
"Monopolisti dell'uso della forza", quanto siano state studiate in ogni minimo
dettaglio e ben prima che il corteo giungesse a "Gabbia" Municipio e quanto è
stato posto in essere al fine di occultare prove, terrorizzare persone,
procurarsi dichiarazioni assolutamente non veritiere perché rilasciate sotto
minacce di violenze o sulla scorta di violenze già compiute.
Ma dalla
"Gabbia" si è usciti, più forti ed orgogliosi di prima.
Le responsabilità di
quanto accaduto, a questo punto, non possono essere limitate a "schegge
impazzite" all'interno della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di
Finanza, a singoli casi d'eccesso all'interno di una gestione ineccepibile degli
avvenimenti. Sono responsabilità che vanno addebitate ai vertici di queste
strutture ed in primo luogo al Questore Izzo che ha gestito la più grande
operazione repressiva della conflittualità -sociale che in Napoli si manifesta
quotidianamente in un quadro di assoluta noncuranza dei valori e dei diritti
personali e collettivi che un qualsiasi stato di diritto ha il dovere di
assicurare.
A ben vedere, però, quelli narrati in queste pagine sono
avvenimenti che possono essere compresi solo se calati in un diverso contesto:
quello di uno stato di polizia.
Leggere per credere…
Le testimonianze raccolte nel libro
Coordinamento personale 118
Nei quattro giorni precedenti alla
manifestazione avevamo visto la militarizzazione della città, l'enorme
schieramento di forze intorno alla "zona rossa" tant'è che l'autoambulanza che
varcava la linea per qualsiasi urgenza veniva perquisita come è successo il
venerdì 16 marzo ore 18.30 a piazza Plebiscito.
Allora avevamo capito che
l'indomani sarebbero successi incidenti ed i fatti ci hanno dato poi
ragione.
Le testimonianze raccolte dagli operatori presenti in servizio il 17
marzo sono in linea con quanto apparso nei giorni successivi sugli organi di
stampa. I nostri operatori hanno sottolineato che è stata usata spesso una
violenza gratuita e che la stessa a parole degli operatori era arrivata con
sistematica precisione dalle forze dell'ordine. Essi hanno visto colpire ragazzi
e ragazze mentre cercavano una via di fuga lontano dal centro degli incidenti.
Qualcuno aggredito mentre era seduto sui giardini antistanti il Maschio Angioino
con le mani alzate in segno di resa.
Anche una nostra ambulanza è stata
oggetto di sfogo da parte delle forze dell'ordine perché gli operatori si erano
rifiutati di far scendere i cinque ragazzi che erano a bordo per far posto ad un
carabiniere ferito.
Come fatto gravissimo è impedire agli operatori sanitari
di accompagnare gli infortunati nei locali del pronto soccorso al vecchio
Pellegrini pretendendo che gli operatori lasciassero i ragazzi nei locali dei
custodi.
Siamo convinti che la situazione è sfuggita di mano a chi doveva
coordinare le forze dell'ordine; diciamo anche che si è voluta spegnere una
protesta democratica e civile contro chi oggi nel nome del mercato globale sta
allargando sempre più la forbice tra ricchezza e povertà in ogni parte del
pianeta.
Condanniamo queste forme di violenza, solidarizziamo con i giovani
feriti e diciamo un grazie alle migliaia di ragazzi del "No Global" che hanno
ridato forza e fiducia a chi come noi vive quotidianamente la frantumazione del
lavoro, la concertazione e la massima precarizzazione.
Grazie ragazzi.
Ai
lavoratori di qualsiasi settore gridiamo "Su la testa".
E.F.
Ho letto la cronaca degli scontri sul "Manifesto".
Dov'era quel giornalista? Non certo alla stessa manifestazione che ho visto io!
La manifestazione si é svolta nella parte bassa della piazza, verso il castello
angioino, non nella parte alta, dove sta il Municipio.
I primi candelotti, a
freddo, senza preavviso, sono stati sparati non verso la parte bassa della
piazza, verso il Castello, dov'era la testa del corteo e quel tentativo di
"sfondare" con le barriere di plexiglas, e neanche verso la coda del corteo che
ancora affluiva verso la piazza, dove dicono vi siano stati problemi con alcuni
ragazzi "fuori controllo".
I primi candelotti sono stati sparati verso di
noi, vecchietti e pensionati, che eravamo defilati rispetto al corteo, seduti
sulle panchine davanti al municipio ad osservare ciò che stava accadendo più in
basso.
Accanto a noi c'era un gruppo di senegalesi che cantavano e
ballavano.
Certo, non eravamo "neutrali". Eravamo lì anche noi per
manifestare, per esserci. Ma eravamo sicuramente i più innocui, non abbiamo più
il fisico per certe cose, e neanche le gambe per correre, ma volevamo ugualmente
esserci, anche se un poco discosti, in cerca di un po' d'ombra e attratti dalle
panchine attorno alle fontanelle e dall'erba delle aiole.
Hanna sparato i
primi candelotti proprio su di noi. Forse volevano disperdere noi "vecchietti"
per non travolgerci nella carica, per avere campo libero e per poi scendere più
comodamente verso la parte bassa della piazza ed attaccare la manifestazione sul
fianco...
Ma non penso che l'abbiano fatto per gentilezza, per evitare di
gettare a terra la vecchietta col cagnolino, o di far sfuggire di mano il
passeggino a qualche signora, con l'inevitabile effetto Potemkin. Forse li
disturbava il colore della pelle dei senegalesi, o il fatto che avevano voglia
di cantare e ballare, nonostante tutto...
Non so quale fosse la loro
intenzione. Comunque posso testimoniare che i primi lacrimogeni sono stati
sparati sulle aiole del Municipio dove eravamo poche decine, al massimo
centocinquanta, duecento persone, per lo più anziani e signore con i bambini in
carrozzella che cercavano l'ombra sotto gli alberi.
Poi sono partite le
cariche verso la parte di sotto. Scendevano dai vicoli dietro il Municipio, a
centinaia, e sparavano lacrimogeno in quantità industriale, senza tener conto
che la brezza soffiava dal mare, ed il fumo andava tutto verso il centro della
città...
Ha un bel dire il signor Questore di Napoli che le forze dell'ordine
sono state aggredite ed hanno reagito. Non é affatto vero!
Loro, i
poliziotti, hanno aggredito prima noi, vecchietti, mamme coi bambini,
senegalesi, passanti, curiosi, ecc. con i lacrimogeni. Poi sono partite le
cariche contro una manifestazione che fino a quel momento era stata del tutto
pacifica. Lo posso testimoniare, perché, da sopra, si vedeva quasi tutto il
corteo, salvo l'ultima parte, dove stavano le bandiere dei Verdi, che ancora
dovevano entrare in piazza.
Le forze di polizia, a Napoli, erano fuori
controllo. A Trieste, due settimane prima, in una situazione analoga, la polizia
si è ritirata in ordine ed ha lasciato scorrere il corteo pacificamente, fin
sotto le finestre dei palazzi dove si svolgeva il G8, e non c'é stato il minimo
scontro, né alcun danneggiamento.
Il giornalista del Manifesto forse era
accecato dal fumo dei lacrimogeni. O forse anche lui dalla campagna elettorale,
come tutti i TG RAI.
Sto male a dirlo: sembrava quasi più obiettivo Emilio
Fede. Adesso vomito.
G. P., B. L., L. Q., F. N.
Quando sono cominciate le cariche, verso
le 12:30, eravamo dietro allo striscione dei COBAS alla testa del corteo.
Successivamente, per cercare un riparo, ci siomo recati sui giardinetti del
Maschio Angioino, sotto l'arco che porta al castello. Questo luogo era ostruito
dai cellulari dei carabinieri. Eravamo impossibilitati a muoverci perché le
cariche avvenivano proprio davanti a noi.
Abbiamo visto picchiare vari
ragazzi davanti ai nostri occhi. Qualcuno di questi ragazzi è riuscito a
mettersi dietro di noi. In un momento abbiamo visto arrivare dalla piazza un
folto gruppo di carabinieri agitati ed urlanti. Noi abbiamo alzato le mani.
Dopodiché è arrivato un graduato dei carabinieri al quale abbiamo detto: "State
calmi, non stiamo facendo nulla". Lui ci ha intimato di metterci a sedere a
terra in ginocchio e ci ha chiesto i documenti. Noi li abbiamo dati. Ci hanno
detto di ritirarli più tardi alla caserma di piazza Carità (Pastrengo). Siamo
rimasti lì bloccati per un pò di tempo.
Dopo ci hanno scortato fino a via
Marina. A quel punto ce ne siamo andati. Abbiamo pensato che non fosse opportuno
andare a prendere subito i documenti senza un legale. abbiamo aspettato fino al
lunedi successivo per avere indietro i documenti. siamo andati prima in questura
ma lì ci hanno detto che i documenti non li avevano loro e che saremmo dovuti
andare alla caserma Pastrengo. Siamo andati alla caserma e lì, verso le 18:00 ci
hanno ridato i documenti. nessun carabiniere ha voluto dichiarare con chi
stessimo parlando o chi fosse il responsabile. non ci hanno dato alcun verbale
di sequestro né, tantomeno, di dissequestro. il tutto è quindi avvenuto nel più
totale silenzio riguardo alle procedure seguite.
N.V.
Io sono avvocato e mi sono trovato, dopo le cariche a
piazza Municipio, ad incontrare quattro insegnanti facenti parte dei Cobas
scuola, di cui una è una mia amica. Mi hanno raccontato che poco prima, davanti
al Maschio Angioino, si trovavano con degli sudenti ed hanno tentato di
difenderli da una carica. Gli agenti (poi abbiamo capito che si trattava di
carabinieri) hanno puntato allora i manganelli alla testa degli insegnanti, li
hanno fatte inginocchiare, ed hanno preso i loro documenti d'identità, dicendo:
"non vi picchiamo solo perché siete persone adulte". Dopo quattro o cinque
minuti li hanno lasciati andare ma senza restituire loro i documenti dicendo:
"se venite oggi pomeriggio verso le tre in Questura ve li ridaremo". Quando gli
insegnanti mi hanno incontrato, volevano un consiglio e mi hanno chiesto di
accompagnarli in Questura. Ci siamo rincontrati allo Ska verso le 14.30 e
abbiamo consultato anche un altro avvocato: abbiamo convenuto che era meglio non
andare, perché temevamo che fossero fermati perché nell'imminenza dei fatti.
Successivamente abbiamo saputo che allo stesso questore era stato chiesto conto
anche dal senatore G. Russo Spena del "sequestro" di documenti d'identità ai
danni di numerosi manifestanti. Il lunedì successivo mi ha chiamato il
segretario prov. di R.C., dicendomi che sia il Questore che il capo della Digos
disconoscevano che dei poliziotti potessero avere preso dei documenti in questo
modo.
Vista la situazione kafkiana, ci siamo recati verso le quattro e mezza
in Questura, io ed i quattro insegnanti, e lì nessuno ci ha dato spiegazioni
precise, finchè ci hanno detto di ritornare un'ora dopo agli uffici della Digos,
e che loro avrebbero ricostruito se il fatto fosse avvenuto ad opera di
poliziotti di fuori Napoli o da parte di altri corpi di polizia. Un'ora dopo
finalmente, arriva un dirigente della Digos e ci dice che questi documenti sono
presso la caserma Pastrengo dei carabinieri, e di recarci lì. Noi abbiamo
insistito perché prima che noi arrivassimo lì lui li chiamasse, cosa che lui si
è impegnato a fare.
Arrivati alla caserma Pastrengo, il centralinista,
invece, ci dice di aspettare: non sembrava informato della cosa. Alle nostre
insistenze, e sentendo il nome del funzionario della Digos che ci mandava, ci
disse che ci avrebbe fatto parlare con il maresciallo incaricato del servizio di
giornata. 10 minuti dopo, viene il maresciallo e senza presentarsi ci dice:
"Avvocato, se non ci sono i diretti interessati io non posso darle niente,
quindi non mi dica che sono loro se non sono loro." Io gli ho fatto notare che
questo atteggiamento sospettoso mi sembrava fuori luogo, e gli ho chiesto di
identificarli se aveva dei dubbi. A quel punto chiede agli interessati la data
di nascita, poi si allontana e dopo altri 10 minuti torna con i documenti. Non
ha detto se ci fosse o meno una denuncia a carico delle persone.
Sottolineo
che questo "sequestro" in realtà non ha mai visto la presenza di un verbale
relativo.
Coordinamento genitori e professori
E' con sdegno che
denunziamo le violenze praticate dalle "forze dell'ordine" nei confronti di
ragazzi di 14-15 anni durante la manifestazione a Napoli. Pensavamo fosse ancora
un diritto manifestare un dissenso. Abbiamo mandato i nostri figli con serenità
ed abbiamo veduto poliziotti effettuare cariche senza alcun motivo all'altezza
di Calata San Marco su ragazzi inermi che li avevano chiamati servi dello Stato
(molti genitori erano vicini allo sbarramento dei poliziotti e lo
testimonieranno). Quando il gruppo che voleva forzare lo sbarramento è avanzato,
abbiamo veduto gli studenti ginnasiali che con le mani alzate arretravano verso
la ringhiera del Maschio Angioino per tirarsi fuori dalla mischia ma non è
servito. Ragazzi che chiedevano di allontanarsi alle forze dell'ordine ( era
stato nostro il consiglio ingenuo: in caso di tafferugli, rivolgetevi alla
polizia e chiedete di allontanarvi) dichiarando con le mani alzate e le facce da
quattordicenne: "sono uno studente vorrei allontanarmi", hanno ricevuto
manganellate in testa per il solo fatto di essere lì. Altri sono stati
selvaggiamente picchiati e trascinati con violenza inaudita verso i cellulari.
Di tutto questo il questore deve rispondere. Chiediamo le dimissioni del
Questore di Napoli quale responsabile di atti che consideriamo inaccettabili in
un paese democratico.
F.A., L.A., G.B., I.B., L.L., P.R., M.P. S., P.S., G.T.,
M.T.
Aderiamo all'iniziativa del "Coordinamento genitori" che ha
denunciato l'operato delle forze dell'ordine in occasione della manifestazione
"No global forum". Molti di noi sono stati testimoni di comportamenti
incredibili, da parte di poliziotti, finanzieri, carabinieri che sembravano
impazziti e che si avventavano con sadismo proprio contro i più giovani. Sono
comportamenti che vanno colpiti e sanzionati, non certo coperti e giustificati
come sta tentando di fare il questore di Napoli.
F. G.
Erano le 12:30 circa e mi trovavo su via De Pretis. La
strada era deserta e si vedevano in fondo solo camionette di poliziotti. Ci
siamo diretti verso la piazza Municipio da Piazza Borsa.
Ero con altre 4
persone estranee alla manifestazione. Verso la fine di via De Pretis ho visto
poliziotti picchiare un ragazzo poggiato al muro. Mio fratello prende la
macchina fotografica dalla borsa e in quel momento si avvicinano a noi sei
poliziotti. Ci urlano di levare il rollino dalla macchina e noi lo facciamo. Ci
dicono di andarcene ma noi rimaniamo lì. Per una seconda volta ci intimano di
levare il rollino dalla macchina nonostante noi lo avessimo già fatto. Chiediamo
il perché ma loro immediatamente minacciano di picchiarci e nello stesso momento
prendono la macchina e la scagliano contro il muro mantenendola per la cinghia.
A quel punto io e mio fratello, innervositi, civilmente protestiamo a parole, e
di risposta, continuando a minacciarci ci spingono via a calci. Da quel momento
siamo scappati in un vicolo insieme ad altre persone.
A. I.
Io mi trovavo con gli studenti del liceo Genovesi a
Piazza Municipio, vicino alla ringhiera dei giardini del castello. Non stavo
facendo nulla e con le mani alzate ho chiesto ad un carabiniere di lasciarmi
andare via. Nello stesso momento si avvicina una ragazza chiedendo anche lei la
stessa cosa ad un poliziotto. Di tutta risposta ha ricevuto una manganellata.
Poliziotti e carabinieri ci spingevano verso la piazza accerchiandoci. Altre
persone si sono buttate nel fossato, prese dalla paura. Ho sentito dire da un
carabiniere: "entrate dentro, entrate dentro" riferendosi alla piazza.
Subito
dopo noi stavamo scappando verso il camion di Rifondazione Comunista che stava
dall'altra parte della piazza, verso via Medina. In quel momento i carabinieri
si avvicinavano sempre di più. Io ero sempre di spalle ai carabinieri e con le
mani alzate. Ho sentito dire: "Vai, Vai" e ho avuto due colpi di manganello
dietro la schiena e sulla testa. Scappando verso il camion di R.C. stavamo
avendo un altro attacco da parte dei finanzieri che venivano dalla parte bassa
della piazza, dal lato di via De Pretis. Sono riuscito a scappare verso la
Marina seguendo il camion di R.C. che chiedeva ai poliziotti di fare strada per
farci uscire dalla Piazza.
A.R.
Sono una studentessa di 17 anni.
Siamo arrivati pieni
di sogni, eterogenei e fieri delle nostre diversità. Sapevamo tutti che alla
fine
qualche carica ci sarebbe stata. Ma eravamo lì per difendere il mondo e
le nostre idee, e credevamo che né l'opinione pubblica, né i poliziotti
sarebbero riusciti a fermarci. Evidentemente ci sbagliavamo, visto che già a
metà del percorso tutte le viuzze laterali erano piene di polizia. A piazza
municipio, non appena siamo entrati tutti, la guardia di finanza ci si è chiusa
silenziosamente alle spalle, bloccando l'ultima via d'uscita.
La tensione
cresceva, la richiesta di far passare una delegazione era stata respinta, e
nell'angolo superiore della piazza (quello chiuso col muro di ferro)
cominciavano a volare i sanpietrini. In un'attimo un'ondata di panico ha
percorso la piazza, le vie di uscita erano tutte bloccate. Un mio amico che in
quel momento era alla Biblioteca Nazionale mi ha poi raccontato di aver sentito
dire dal capo della polizia, di fianco al Questore: "Caricate su tutti i
fronti", contrariamente a quanto dichiarato dallo stesso Izzo... So solo che le
cariche sono partite a distanza di pochi secondi da tutti i lati, piovevano
fumogeni o peggio, venivano lanciati ad altezza d'uomo, e non si capiva più
nulla.
Sfuggendo a due cariche siamo riusciti a rifugiarci in un cortile, con
gli occhi devastati dai gas. Dopo circa 40 minuti ci è arrivato un "ultimatum":
"O uscite voi, o entriamo noi". Non c'era molto da scegliere, e così, mani in
alto e volto scoperto, come in un surreale western urbano, siamo usciti dal
nascondiglio.
V. P.
Quando ormai il corteo, dopo numerose cariche, cercava di
defluire, tra piazza Municipio e via Depretis ho visto prendere a manganellate,
calci, pugni, due ragazzini di 13-14 anni da 7 o 8 celerini. Il pestaggio è
continuato per almeno un minuto anche dopo che erano caduti a terra.
Dopo
più di mezz'ora la piazza continuava a rimanere chiusa, blindata da tutti i
lati, e ancora non riuscivamo a defluire: quanti cercavano di passare, anche in
piccoli gruppetti, erano sistematicamente aggrediti e picchiati da celere e
guardia di finanza. A un certo punto mi sono reso conto che c'erano moltissimi
ragazzi asserragliati negli androni dei palazzi di via Calata S.Marco. Almeno
tre di questi grandi androni erano pieni di gente, soprattutto giovanissimi, era
incredibile, in ognuno ce n'erano centinaia, erano saliti su per le scale dei
palazzi e nonostante questo gli ultimi che erano riusciti ad entrare erano
appoggiati all'interno dei portoni, vicino ai vetri presi rabbiosamente a
manganellate, e costretti a vedere e sentire le minacce delle forze dell'ordine
che li assediava! Allora ho cercato di trattare con la Digos per farli uscire, e
questi funzionari mi hanno assicurato che li avrebbero fatti uscire senza
sottoporli ad ulteriori violenze. Ma quando i ragazzi hanno tentato di uscire,
gruppi numerosi di celerini e finanzieri, urlando minacce e insulti sono
ripartiti alla carica contro di loro. I funzionari hanno faticato moltissimo a
trattenerli, ed io stesso ho rischiato di essere preso a manganellate. La cosa
si è ripetuta uguale ogni volta che si riapriva un portone per far uscire i
manifestanti.
D. M.
Stavo tranquillamente con la mia ragazza e i miei
compagni di scuola sui giardinetti del Maschio Angioino, eravamo sdraiati tutti
sul prato, contenti della manifestazione e di stare lì tutti insieme, quando da
lontano abbiamo visto le prime cariche colpire il corteo, e gente correre
proprio verso i giardini. Ci siamo alzati, ed io ingenuamente ho detto agli
altri "Spostiamoci vicino alla ringhiera del fossato, lì non ci faranno mai
niente, lo vedono che stiamo tranquilli, non caricheranno mai". Dopo neanche
cinque minuti è partita la carica: venivano dal porto verso la piazza e ci hanno
investito in pieno. Noi siamo stati schiacciati sulla ringhiera dalla gente
presa dal panico. Era una situazione pericolosissima! Io urlavo di stare con le
mani alzate, ancora convinto (che ingenuo!) che così avrebbero smesso di
caricarci. Macchè! Poi tutti hanno cominciato a scappare correndo verso il
cantiere della metropolitana: forse si era aperto un varco! Scoppiavano
vicinissimi i lacrimogeni, la mia ragazza non ci vedeva più, io invece forse
grazie alle lenti a contatto, qualcosa vedevo e così abbiamo corso insieme
riuscendo a raggiungere via Marina. Lì ci siamo fermati, una ragazza si è
sentita male ed è svenuta. Abbiamo visto sfrecciare davanti a noi altre tre
camionette di carabinieri che sgommando sono entrate a piazza Municipio.
C. F.
Stavo con i miei compagni di scuola sui giardinetti del
castello verso il porto. Abbiamo visto le cariche dall'altro lato della piazza e
con 5-6 amici abbiamo deciso di andarcene. C'era un massiccio cordone formato da
celerini e carabinieri, e noi ci siamo avvicinati ai carabinieri per chiedere di
farci uscire, di farci andare via. Due di noi li hanno fatti passare, perché
c'era un funzionario di polizia che era disponibile a farci uscire, però subito
è arrivato urlando un carabiniere coi gradi, era del nord, che ci ha gridato
questa frase piuttosto sconclusionata: "Ci avete fatto incazzare, avete rotto i
coglioni, noi vi abbiamo dato dei segnali, ora PARTO PARTO PARTO!!!" (sic). Noi
eravamo ancora in fila indiana e con le mani alzate, circa cinquanta persone, ma
ci hanno bloccato. Io sono stato il primo tra noi ad essere bloccato, mi hanno
dato uno scudo sul ginocchio. Io continuavo a dire "noi vogliamo solo uscire,
perché non ci fate passare?" Allora il carabiniere coi gradi ha cominciato a
manganellarci tutti, e allora anche i suoi uomini hanno cominciato. Io ho preso
qualche manganellata in testa, una sulla mano, sul braccio e sulla schiena.
Siamo scappati, è partita una carica. Spinti dalla folla terrorizzata, abbiamo
ritrovato per caso, dall'altra parte della piazza, i genitori di una mia amica,
che avevano avuto indicazioni da parte di alcuni manifestanti dell'esistenza di
un passaggio libero attraverso un vicolo. Anch'io fortunatamente ho trovato mio
padre, che è riuscito a riportarci a casa.
I. O.
Io ero dietro a C., mio compagno di scuola, quando
cercavamo di convincere i carabinieri a farci uscire dalla piazza dal lato del
porto. Quando hanno cominciato a colpirlo con i manganelli io l'ho tirato
indietro e abbiamo cominciato a correre verso i lavori della metropolitana, ma
siamo stati costretti a girare a destra perché ci caricavano non solo da dietro,
ma anche davanti. Sulla curva siamo rimasti scoperti sulla destra, perché tutta
la gente che scappava si accalcava a sinstra per paura di essere colpita dai
lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Ma io ho visto con chiarezza i
carabinieri sparare in aria colpi d'arma da fuoco, e con chiarezza ho sentito i
colpi.
Questi carabinieri erano cinque o sei, erano inseriti in un cordone
che avanzava speditamente verso di noi, senza correre, veloci ma calmi,
convinti. Questi cinque o sei sparavano in aria con un'arma nera, sembrava una
mitraglietta, e non c'era intervallo tra un colpo e l'altro, il rumore era
continuo. Sono scappata il più lontano possibile, ho avuto paura, non mi
rassicurava per niente il fatto che sparassero in aria: erano armi VERE
quelle!
P.G.
Io ero tra quelli che sabato reggevano alla
manifestazione di sabato a Napoli lo striscione dei Cobas (sorretto da aste di
plastica). Quando sono partite le cariche degli agenti il nostro spezzone di
corteo si trovava all'altezza dei cantieri aperti in piazza Municipio. La
polizia ci ha attaccato da davanti, abbiamo tentato di fugare, altri agenti ci
hanno aggredito anche da dietro. Sono caduto a terra con altri compagni. Mi
hanno manganellato in tanti in più parti del corpo. Cercavo di coprirmi il
volto: ho preso una scarica di colpi in testa. Ai manganelli sono seguiti i
calci. Io ero ancora a terra completamente indifeso e gli agenti continuavano a
sferrarmi calci in testa con gli anfibi.
D.Q.
Sono uno studente napoletano di 15 anni e vorrei
raccontare quello che ho visto e subìto durante la repressione delle "Forze
dell'Ordine" a Piazza Municipio a Napoli, sabato 17: quando sono iniziate le
cariche ci siamo spostati in una zona apparentemente sicura, nei primi minuti
siamo stati risparmiati, ma ad un certo punto la polizia ha iniziato a caricare
anche noi pressandoci verso delle inferriate e facendo rischiare un pericoloso
salto di molti metri.
Dopo la prima carica ci è stato concesso di
allontanarci. Mentre mi allontanavo ho visto una camionetta dei finanzieri
cercare di investire un giovane manifestante. Arrivato all'uscita di Piazza
Municipio ho cercato di passare per Via Medina (da dove è arrivato il corteo) ma
mi sono imbattutto in dei finanzieri: non so cosa sia successo agli studenti che
stavano vicino a me, per quanto mi riguarda ho visto arrivare un finanziere
armato di manganello che, nonostante avessi detto con le mani alzate "Sono uno
studente, voglio tornare a casa", mi ha colpito in testa e solo grazie ad un
compagno del Lab. Okk. Ska, che mi ha portato via, sono riuscito ad evitare il
peggio.
V. P.
Ero a P.zza Municipio vicino ai giardini sotto il
castello. Stavo tranquillo, seduto sul prato. Stavo suonando. Ho visto disordini
dall'altro lato della piazza. C'era la polizia che cominciava a salire in
assetto antisommossa. Dopo pochi minuti si è creato il panico: c'è stato il
lancio dei lacrimogeni.
Lo squadrone della polizia avanzava dal lato porto
sotto il castello e da sopra. A quel punto mi sono trovato chiuso. Ho cercato di
scappare ma le forze dell'ordine avevano chiuso anche l'altro lato. Andando sul
prato ci hanno ordinato di sederci per terra. Stavo in prima fila e ho chiesto
di farci uscire, li ho pregati anche in lacrime ma loro si incazzavano di più.
Hanno date manganellate gratuite ai miei compagni. Malgrado io stessi seduto a
terra con le mani alzate mi hanno tirato calci all'altezza dei polpacci e dei
piedi. Visto che incalzavano nel darci addosso siamo scappati, ma siamo di nuovo
trovati braccati contro la ringhiera. Ho corso verso il porto e non vedendo più
chiusure sono riuscito a scappare. Un poliziotto ha gridato "a buon
rendere".
E. D.
Anche io sono stata vittima di una rappresaglia
ingiustificata della polizia .
Mi trovavo a piazza Municipio e, mentre si
discuteva della manifestazione la polizia ha deciso "senza alcun motivo"di
caricare. Io ero in prima fila e non riuscendo nè a vedere nè a respirare per i
lacrimogemi, alzavo le mani chiedendo di farmi uscire da quell'inferno. La
risposta della polizia è stata una minaccia con il manganello (nel frattempo un
amico accanto a me veniva colpito ai reni)e una spinta verso il centro della
piazza dove c'era una vera e propria guerriglia. Ho cercato di fargli capire che
lì mi avrebbero colpito e lui mi ha rispinto da quella parte.
A questo punto
io ed un mio amico abbiamo iniziato a correre riuscendo a trovare come unica via
di uscita un vicoletto. Oltre a minacce fisiche sono stato offesa verbalmente da
un poliziotto che mi ha chiamato: puttana.
ERAVAMO TOPI IN
TRAPPOLA.
Dimenticavo: alla manifestazione erano presenti anche i miei
genitori che, fortunatamente, prima delle cariche sono riusciti ad uscire anche
se la polizia inizialmente aveva negato l'uscita anche a mia mamma.
Spero che
la mia testimonianza insieme a tante altre, possa servire quanto meno a
destituire il questore di Napoli ed a spingerci a Genova sempre più
numerosi.
L.E.
Quando sono arrivata a piazza Municipio la polizia
bloccava gia tutte le uscite sia della piazza, da tutti i lati, sia dell'ultima
parte del Rettifilo (da piazza Borsa in poi). Ho incontrato la mia amica E. con
la famiglia e siamo rimaste a chiacchierare, la madre poi voleva andare a
prendere un caffè e ci ha lasciato (poi ho saputo che la polizia non voleva
farla uscire dalla piazza e che ha dovuto insistere a lungo). Siamo rimaste noi
due, abbiamo visto la prima carica e siamo andate indietro ma il camioncino di
Rifondazione ha richiamato tutti dicendo che non stava succedendo niente. Però
noi non ci sentivamo tranquille e ci siamo andate a mettere sul prato verso via
Marina,vicinissime alla polizia.
C'erano ragazzini e persone adulte, nessuna
provocazione, eravamo assolutamente fermi e tranquilli: la polizia ha caricato
all'improvviso, spingendoci. Io sono caduta e ho perso E., quando mi sono
rialzata sono rimasta schiacciata contro il parapetto vicino al fossato dove
erano arrivati i primi lacrimogeni.
Finita la prima carica sono andata a mani
alzate verso il cordone, chiedendo di uscire. Il poliziotto mi ha detto di
tornare indietro indicandomi il centro della piazza, pieno di lacrimogeni e
gente che scappava, io ho chiesto di nuovo (sempre a mani alzate) di uscire: mi
ha insultato e, minacciandomi con il manganello, mi ha detto di tornare
indietro. Allora sono andata verso il rettifilo ma c'era polizia e lacrimogeni
anche lì. Praticamente chiusa da ogni parte: la parte alta della piazza occupata
dagli scontri più violenti, le uscite rigorosamente bloccate. Eravamo solo
ragazzini e pochi adulti, nessuno capiva niente.
Io sono rimasta a mani
alzate sperando di recuperare qualcuno e cercando di capire. Poi ho visto un
funzionario indicare la via d'uscita, avevano aperto la strada che scende a via
Marina. Quella stessa strada era chiusa fino a due minuti prima da un nutrito
cordone di poliziotti.
Ho ritrovato E. dov'era il camioncino di Rifondazione
all'altezza dell'Agip: dicevano di ricompattare il corteo e di tornare verso la
stazione. Qualcuno è andato, la maggior parte di noi e rimasta lì a riprendersi
e poi siamo tornati a casa.
M. N.
Il giorno giovedi 15 marzo ho avuto una discussione con
due militari armati nella mia facoltà, il Navale, che si trova a ridosso della
"zona rossa" (tra il Maschio Angioino e il porto). Ho chiesto loro se erano
autorizzati a girare armati e mi hanno risposto con una risata. Data la mia
insistenza, inoltre, hanno arguito che fossi comunista: quando ho chiesto loro
se fosse un problema, la risposta è stata: "noi tendiamo a reprimere la gente
come te".
Come?
La risposta sabato 17 marzo: ero sui giardini di Piazza
Municipio quando è arrivata senza un evidente motivo una pioggia di lacrimogeni
(è evidente che volevano disperderci). Io e altri compagni ci siamo diretti a
mani alzate verso via Depretis, stavamo svoltando l'angolo per calata S.Marco
(sempre con le mani alzate) quando ci è arrivata addosso una carica di
finanzieri. Ho preso una prima manganellata alla gamba sinistra, mi sono
appoggiata alla saracinesca dietro di me, ho guardato un finanziere in faccia
dicendogli che non ero armata, ma per tutta risposta ho ricevuto la seconda
manganellata sul braccio sinistro e via di seguito su tutto il corpo. A pochi
passi da me c'era a terra un ragazzo gia' sanguinante sul quale continuavano a
infierire con violenti calci sulle costole e dove riuscivano perchè essendo
troppi (5 o 6) non riuscivano neanche a picchiarlo bene. Intanto io per il
dolore mi sentivo svenire quando dei ragazzi mi hanno trascinato verso di loro
dicendomi di alzare le mani."Non funziona" ho risposto "picchiano lo stesso".
Abbiamo poi imboccato il vicolo di calata S.Marco e ci hanno rincorso anche li'.
Non si stancavano mai di picchiare!
M.D.
Ero solo vicino al prato sotto al Maschio Angioino verso
via Marina. Mi sono visto improvvisamente accerchiato dalle forze dell'ordine in
divisa - non so se polizia o carabinieri.
Mi sono fermato, uno di loro mi ha
preso per il braccio e mi ha colpito con il manganello sull'avambraccio sinistro
e poi sul braccio destro. Questo "signore" mi ha consegnato ad un gruppo di suoi
simili i quali mi hanno più volte e sottolineo più volte colpito con i
manganelli di nuovo alle braccia e alla schiena intimandomi di allontanarmi e
minacciandomi con il calcio del fucile all'altezza del viso. Ho visto i loro
occhi, in particolare gli occhi di colui che brandiva il fucile al contrario: ho
avuto l'impressione di avere di fronte una belva impazzita. Ho cercato di dire a
queste persone di fermarsi perchè non c'era motivo di accanirsi così tanto
perchè ero solo ed inerme, ma loro non mi hanno ascoltato. Stranamente poi mi
hanno lasciato andare.
P.C.
Mi trovavo a piazza Municipio all'altezza dello
sbarramento posto sotto l'arco che precede la salita verso l'entrata principale
del castello. Avevamo partecipato al corteo io ed una mia amica e ci eravamo
"riparati" in quel posto perchè erano iniziate le prime cariche anche perchè in
quel posto avevamo una buona visione della piazza visto che volevo documentare
quella giornata. All'improvviso di lato al Maschio Angioino - a ridosso del
fossato - senza alcun motivo la polizia caricava un gruppo di persone che a mani
alzate cercavano di sottrarsi alla pressione e alle manganellate del gruppo di
poliziotti e carabinieri che spingevano le persone verso la balaustra tanto che
alcuni dei ragazzi sono stati costretti a saltare o ad aggrapparsi al palo della
luce elettrica e lasciarsi scivolare lungo il muro che, preciso, alto da terra
circa 6 7 metri!
Ho visto ragazzi e ragazze che aggrappati al bordo del muro
del fossato si lasciavano cadere ed il muro gli franava in testa.Dopo aver
documentato questa terribile scena sono stato costretto ad allontanarmi perché
arrivavano molti lacrimogeni e nuove cariche. Ci siamo spostati in direzione del
porto e ci siamo riparati giù alle scale del gabinetto pubblico (chiuso) insieme
ad altre 6- 7 persone (3 ragazzine di 15, 16 anni ed un paio di persone più
anziane con i propri figli). In quel punto ci è arrivata la polizia addosso,
sulle scale c'erano 4-5 carabinieri che hanno raggiunto un ragazzo e cercavano
di colprlo con il calcio del fucile. Sulla destra, pressato sulla ringhiera del
bagno pubblico.
C'era un altro ragazzo che era bloccato da un poliziotto che
urlava "Picchiatelo sulla testa!" mentre altri 3 o 4 poliziotti lo
manganellavano. Dopo di che un altro poliziotto ci ha ordinato di andare via da
quel posto e siamo usciti con le mani alzate. Io e la mia amica ci siamo diretti
verso il porto ma c'era un plotone di poliziotti fermi a cui abbiamo chiesto
quale fosse la via d'uscita dalla piazza; a questa domanda il poliziotto,
suppongo il più alto in grado, ci urlava di andare via.Siamo rimasti fermi non
sapendo dove scappare poichè intorno picchiavano tutti. Per allontanarmi il
poliziotto agitava il manganello cercando di colpirmi e, intimandomi di non fare
foto, ha sferrato un colpo di manganello sul teleobiettivo della mia macchina
fotografica.
G. B.
Durante le prime cariche ero ad una certa distanza dalla
testa del corteo e sono stata colpita allo stomaco da un lacrimogeno, per
fortuna da una certa distanza. Alla fine della manifestazione ero sola su via
Toledo con una ragazza che era stata colpita in testa per aver cercato di
difendere gli altri. Un poliziotto si è avvicinato col manganello alzato e mi ha
urlato di andarmene, indicando un vicolo.
Non vedendo la mia amica dietro di
me sono tornata indietro e ho visto che avevano ripreso a picchiarla: erano in
4. Le urla mie e di un un gruppo di persone riparate dietro una saracinesca (di
quelle a grate) li hanno femati. Uno è persino passato dal ruolo di picchiatore
a quello di "salvatore" abbracciandola mentre la trascinava via…
C.G.
Anch'io ero a Napoli per manifestare contro il Global
Forum e posso dirvi che è stato bellissimo.
Fortunatamente sono riuscito ad
evitare gli scontri con le forze dell'"ordine". Posso però raccontarvi che il
clima creato dalle forze di polizia era pesante ed opprimente. Non credo,
infatti, che tutelare l'ordine significhi aspettare i manifestanti alla stazione
con manganelli e cellulari. Non credo, ancora, sia stata una mossa molto
intelligente sbarrare tutte le strade laterali del Corso Umberto chiudendo tutte
le possibili vie di fuga rischiando così una strage. Trovo molto poco
professionale agitare nervosamente i manganelli verso ragazzi disarmati. Trovo
quanto meno assurdo chiudere 30mila persone in una piazza, peraltro transennata
per dei lavori in corso e dove dunque le vie di fuga erano praticamente
inesistenti. Preferirei poi sorvolare sull'idiozia di quei celerini che
lanciavano sanpietrini tra la folla in fuga o su coloro che vigliaccamente
gioivano per aver pestato a sangue dei poveri compagni inermi perché si
commentano da soli.
Hanno cercato di fermarci con la barbarie ma saremo
sempre presenti e sempre di più a barattare le nostre idee con i loro
manganelli. No pasaran!!!
E.V.
Anch'io ero alla manifestazione di sabato, appena dietro il
camioncino del PRC. Portavo lo striscione che un nostro compagno ha preso a
Porto Alegre, quella con la scritta "Un altro mondo è possibile". Anche se mi
trovavo proprio in coda al corteo sono stato coinvolto insieme a molte altre
persone che scappavano indietro senza sapere il perché. Così sono arrivati i
primi lacrimogeni. In tutta fretta abbiamo ripiegato lo striscione e cercato di
capire cosa fare. Indietreggiati di qualche metro, ritornando sul corso, da
dietro il corteo i reparti della polizia hanno cominciato a caricare spingendo
quelli che si trovavano davanti a noi in una morsa. Tutte le vie di fuga erano
chiuse da polizia, carabinieri e finanza. Con i telefonini si tenevamo i
contatti con gli miei amici che si trovavano davanti e per sapere come stavano.
Cercavamo di avere notizie. Poi comincio a pensare e ripensare a quello che
avevo visto prima di arrivare davanti al Maschio Angioino: reparti di
finanzieri, poliziotti e carabinieri che all'inizio in Piazza Garibaldi
sembravano abbastanza tranquilli, in fondo al corso mentre sfilavamo con
assoluta normalità, avevano stretto i ranghi, alzato gli scudi e giù compatti
sembravano il soldati romani che avevo rivisto nel film "Il Gladiatore" già
pronti ad attaccare.
F. G.
Erano le 12:40 ed io ero in piazza Municipio. Mi sono
accorta che le forze dell'ordine reagivano in modo assolutamente sproporzionato
alle azione dei manifestanti e mi sono rifugiata in un vicolo tra via De Pretis
e via Marina con altre persone, circa 10, che non conoscevo. Cercavamo di
riprenderci un po' dai lacrimogeni. Ad un certo punto abbiamo visto un folto
gruppo di finanzieri che correvano da Piazza Municipio verso via De Pretis. Una
parte di loro (almeno venti) si sono staccati dal gruppo originario e sono
venuti verso di noi. Abbiamo cominciato a correre tra il muro e le macchine
parcheggiate. Alcuni sono riusciti a scappare scavalcando le macchine mentre io
sono rimasta bloccata tra la macchina ed il muro.
Uno dei finanzieri mi è
venuto addosso e mi ha dato quattro manganellate sul braccio sinistro urlandomi:
"Stronza!". Già da prima del suo arrivo io avevo le mani alzate e sono sicura
che lui l'aveva visto. Dopo mi ha preso per lo stesso braccio e mi ha lanciata
sulla macchina. A quel punto sono scappata vedendo intorno a me solo finanzieri
che picchiavano altre persone.
F. M.
Il corteo del no global era appena entrato in Piazza
Municipio ed io ero in prossimità del corteo all'altezza del camion del Prc. Fu
quando avanzammo verso il centro della piazza che io riuscii a scorgere le prime
cariche della polizia contro la parte iniziale del corteo, mentre un secondo
dopo le forze armate avanzavano nel corteo sparando lacrimogeni ad altezza uomo
tra la folla in panne. L'aria divenne subito irrespirabile e il panico tra i
manifestanti divenne alto; tra il continuo susseguirsi dei lanci dei lacrimogeni
decisi di ripararmi verso i giardini (sul lato sinistro della piazza) in cerca
di un varco che mi consentisse di uscire da quella fitta nube di
lacrimogeni.
Ma la piazza era ormai blindata da ogni lato e non c'era alcuna
via di deflusso per i manifestanti; iniziano le cariche da ogni lato senza
alcuna esclusione su persone inermi e a braccia alzate. Proprio come un
giocatore di rugby tenta di schivare il suo avversario, io tentavo di schivare i
folti gruppi di carabinieri e poliziotti che picchiavano forte alla testa e nei
costati usufruendo non solo dei manganelli (che molte delle volte erano
orientati nel senso opposto) ma anche dei fucili che offrivano la loro parte
"più delicata": il manico (vedi foto su Repubblica). Tra la bagarre generale
incontro un mio amico: ha una profonda ferita alla testa; cerchiamo una via di
uscita ma le forze dell'ordine continuano a caricarci infliggendoci una gran
quantità di manganellate.
Ma il vero terrore, per me, non era ancora
arrivato; mi aspettava un'ulteriore umiliazione: ero rimasto da solo tra i
giardini della piazza, tenendo costantemente le braccia alzate (le abbassavo
unicamente per coprirmi durante i loro assalti); un carabiniere mi chiama
ordinandomi di stendermi a terra e di non muovermi (ci tengo a ribadire che ero
completamente isolato e con le braccia alzate).
Furono attimi di vero e
proprio terrore, lo stesso carabiniere mi immobilizza a terra e nel giro di
pochi attimi vedo riversare su di me l'ira e la rabbia di diversi agenti
(finanzieri, poliziotti, carabinieri). Mi colpiscono con manganelli, pugni ,
calci; un agente continuava imperterrito a esclamare (con tono pesante e carico
di ira) durante il pestaggio: "brutto comunista di merda , ora ti facciamo
vedere noi!!!". Fra i colpi incalzanti dei manganelli sulla mia testa sento una
voce proveniente dalle fila delle forze armate che esclama: "basta così!"
(avrebbero continuato all'infinito).
Intanto, due o tre agenti mi trascinano
lungo il prato afferrandomi per i capelli: avevano formato loro stessi,
all'interno della piazza, un cerchio di persone che accovacciate per terra
subivano le loro percosse. Non soddisfatti di quello che già avevo subito, mi
aggiungono alle altre persone indifese e continuano con la loro ingiustificata
violenza. In quel momento ho temuto veramente il peggio, ho approfittato di un
momento in cui loro avevano mollato la presa e sono scappato.
Riesco a
trovare riparo in una zona della piazza in cui era tenuta sotto una sorta di
prigionia una scolaresca insieme ai professori. Solo grazie a loro aiuto riesco
ad uscire da quell'inferno, riportando diversi danni fisici che sono
testimoniati da referto medico. Inoltre del mio pestaggio esistono anche diverse
testimonianze fotografiche.
T.T.
Quella mattina eravamo tanti un lungo fiume di persone che
pacificamente si era ritrovata unita. Mi trovavo lontano dagli scontri, alle
prime avvisaglie di violenza ho cercato di uscire dalla piazza, ma la
possibilità mi è stata negata, il destino di chi si trovava in piazza era forse
già stato deciso. Ricordo di non aver visto più nulla, di aver gridato il nome
dell'amico che quella mattina era con me. Ho cercato di fuggire, ho visto
persone disperate, persone calpestate dalla folla impazzita, persone che si sono
gettate nel fossato, eravamo accerchiati, abbiamo alzato le mani chiedendo di
non picchiarci, ci hanno detto sedetevi sul prato non vi faremo
nulla.
Abbiamo fatto quella che ci avevano ordinato di fare, a partire dal
quel momento è successo di tutto, noi inermi con le braccia alzate, piangendo e
gridando, loro con il calcio del fucile e con il manganello ma soprattutto con i
loro occhi pieni di odio, rabbia, ferocia. Ricordo che i superiori degli agenti
ordinavano di non picchiare ma era tutto inutile. Al temine del pestaggio ci
hanno detto di alzarci e di andare via, esortandoci con il manganello. Avevo
mille ambizioni, credevo nel principio di legalità, nella tutela del cittadino,
in principi che gli studi universitari mi avevano fatto amare. Tutto ciò che ora
rimane è un forte senso di sconforto, mi hanno spaccato la testa ma non hanno
infranto le mie idee, per quelle non bastano le botte, non bastano gli insulti,
ci vuole ben altro. La forza di chi come me sogna è più grande di una giornata
di terrore, è più grande di qualsiasi incubo.
F. E.
Dopo la prima carica ho perso i miei amici e mi sono
trovata sui giardinetti del castello. Ero con una cinquantina di persone e la
polizia è arrivata contro di noi da destra, da sinistra e davanti. Scappando ci
siamo trovati sul ponte del Maschio Angioino, sotto l'arco. Nel gruppo c'erano
molti giovanissimi ma anche famiglie con bambini. Ho visto una bambina di circa
otto anni che scappava tra i lacrimogeni e le botte insieme alla mamma. Chissà
che fine hanno fatto!
Io ho visto almeno tre ragazzi massacrati di botte.
Erano ragazzi rimasti isolati che venivano pestati da squadrette di poliziotti e
di carbinieri. Avevano gli occhi pazzi e davano l'impressione di volere uccidere
i manifestanti e tutti quelli che si trovavano davanti a loro.
Da lì la
polizia ci ha fatto scendere tutti con le mani alzate ma mentre cercavamo di
andarcene sono saliti dal porto altri poliziotti e carabinieri che ci hanno
fatto sedere sul prato sempre con le mani alzate. Ci hanno sputato addosso,
hanno preso a calci le persone delle prime file, un ragazzo seduto accanto a me
è stato colpito in faccia più volte anche con il calcio del fucile e gli hanno
rotto la testa. Poi hanno continuato a colpirlo con violenza. Una ragazza di
circa 18 anni piangeva ed è stata gratuitamente colpita con il manganello in
testa. I poliziotti urlavano: "chi cazzo vi credevate di essere e di fare? Qua è
inutile che parlate, decidiamo noi quando basta!". Poi ci hanno finalmente
detto: "Alzatevi, andate via, sparite!!!" Siamo scappati verso il porto mentre
quelli continuavano a picchiarci. Volevano colpire anche me col manganello sulla
testa ma io mi sono abbassata e il colpo l'ho avuto sulla schiena. Ma non era
finita. Ci hanno spinti in un angolo stretto contro la ringhiera che faceva da
argine con il fossato del Maschio Angioino: una signora stava svenendo, una
ragazza stava cadendo giù ed in molti, in realtà, abbiamo rischiato di cadere.
Non oso immaginare cosa sarebbe successo se la ringhiera non avesse retto!
G. A.
Ero a piazza Municipio vicino alla ringhiera del castello sul
lato sinistro del Maschio Angioino. Dopo la prima carica verso palazzo San
Giacomo la polizia si è lanciata verso un gruppo di pacifici ragazzi che erano
vicino alla ringhiera. Ho visto un carabiniere picchiare ripetutamente con il
calcio del fucile sulla testa di un ragazzo ed io l'ho preso e l'ho tirato fuori
dalla rissa lasciandolo accanto ad un'ambulanza dove c'era un ispettore. Subito
dopo sono entrato per recuperare un amica. A questo punto la polizia mi ha fatto
inginocchiare con le mani in alto insieme ad altri. Nel frattempo ho visto un
carabiniere prendere per i capelli un ragazzino di circa 15 anni e ripetutamente
colpirlo in volto con il manganello. Qui sono intervenuto nuovamente proteggendo
il volto del ragazzino con la mia mano sinistra. Da qui la mia prima contusione
al pollice. Dopo di che inizia a colpirmi ripetutamente in volto un carabiniere
mirando alle tempie e minacciandomi : "Site spuorche, bestie, merde, accussi'
t'impari a scennere ancora, te faccie verè io". Il carabiniere mi teneva la
testa bloccata con una mano e con l'altra mi colpiva sulla parte alta della
testa.
Ho ricevuto molti colpi soprattutto in volto ed in testa con il
manganello impugnato dalla parte del manico (ed i segni sono evidenti date le
rigate) per sette otto volte almeno. Poi sono intervenuti altri cinque agenti
tra carabinieri e finanzieri. A questo punto mi hanno dato calci, manganellate
sulle gambe (anche con il calcio del fucile) e quindi su tutto il corpo e sono
rimasto piegato a terra.
Ad un certo punto sono intervenuti agenti in
borghese cercando di calmare la situazione e nonostante fossi accompagnato da un
agente in borghese più volte sul tragitto verso l'uscita da piazza Municipio
sono stato ancora gratuitamente colpito dalla polizia.
C. I.
Arrivati in piazza Municipio io e la mia ragazza ci siamo
sistemati sul prato a ridosso del fossato del Maschio Angioino: eravamo andati
alla manifestazione come liberi cittadini, senza aggregarci a nessun gruppo in
particolare. In piazza ci siamo uniti ad un gruppo di ragazzini (una scuola?)
misto ad ambientalisti pensando: "qui non c'è nessun elemento di tensione, molti
stanno già sul prato a mangiare, non corriamo nessun pericolo".
Dopo alcuni
minuti ci siamo resi conto che la situazione si faceva tesa: nella parte bassa
della piazza una camionetta delle forze dell'ordine inizia a fare alcuni giri su
se stessa a velocità folle in mezzo alla folla creando il panico; verso via
Depretis, l'unica lontanissima via di fuga, già c'erano cariche e tafferugli
vari; verso palazzo San Giacomo non si poteva andare perchè la gente da lì
fuggiva schiacciandosi verso la parte bassa della piazza. A quel punto penso:
"non possiamo che rimanere qua, fra gente pacifica, e non correremo alcun
rischio".
Purtroppo inizia un lancio di lacrimogeni proprio su questo gruppo
in cui c'eravamo mischiati, e io continuo a non capire perchè, visto che non
c'era nessun problema là in mezzo. Si va di male in peggio: cominciano a sparare
ad altezza d'uomo (uno m'ha sfiorato) quei proiettili a forma di palloncino
oblungo che si vedono in tv sulle canne dei fucili (non so se sono lacrimogeni
speciali o altro). La gente da sopra continua a scappare e a schiacciare la
gente contro le balaustre del fossato (vedere immagini del TG 5), ma i fuggitivi
sono gente come noi, inermi e a volto scoperto: non c'è traccia dei facinorosi
visti al telegiornale. Quest'osservazione ci convince ancor più che rimanere là
è una buona idea: penso "forse c'è stato qualche tafferuglio verso palazzo San
Giacomo ma la situazione non può che stabilizzarsi in breve".
Ma la
situazione non si calma e quando iniziamo a vedere fra il fumo che gli agenti
iniziano a scendere verso di noi iniziamo a gridare di stare tutti con le mani
alzate, il più ovvio segno di non belligeranza e la più chiara dichiarazione di
pacificità e inoffensività. Ho in mente questa scena: decine di persone attorno
a me tutte con le mani alzate che gridano di essere lasciate stare e un cordone
di agenti schierati (non impazziti e fuori controllo) che ci stringe; io e la
mia ragazza eravamo in prima fila.
So di risultare ingenuo, ma fino
all'ultimo istante sono rimasto convinto che ci avrebbero oltrepassato per
raggiungere zone della piazza dove forse erano in atto degli scontri…Il tempo di
subire una provocazione verbale da parte di un agente dello schieramento, "avete
voluto manifestare ed ora vi rompiamo il culo..." , e ci sono saltati addosso.
Ho preso una forte manganellata in testa che è bastata per mandarmi in
terra; poi ho ricordi molto confusi. Di certo ho preso un forte colpo alla
spalla sx, per la quale dopo 4 giorni ho ancora dolore. La mia ragazza afferma
di aver scalciato un agente che provava a colpirmi ancora.
La "truppa" ci ha
poi superato per andare a massacrare le decine di appetibili vittime inermi
dietro di noi. Ci siamo ritrovati sul prato e lì mi sono accorto che un fiume di
sangue mi scorreva sulla faccia. La piazza era semideserta da quel punto, cioè
non distante dall'arco in tufo a ridosso del fossato, fino a palazzo San
Giacomo: circa 150 metri di piazza senza un solo manifestante, una sola ressa;
c'erano solo i fotografi e gli agenti in borghese e i comandanti delle squadre:
che motivo c'era per caricare i gruppi di manifestanti inermi e inoffensivi,
visto che non c'è nemmeno la scusante di poter dire che le forze dell'ordine
erano sotto pressione?
Un agente che osservava le cariche, un "capo" visto
che aveva il berretto e non il casco, non cede alle richieste di aiuto, ma ci
dice che non possiamo uscire e che dobbiamo tornare indietro. Iniziamo a correre
per uscire dalla piazza, ma il cordone di agenti posto su via Vittorio Emanuele
III e via Pisanelli ci nega l'uscita, nonostante l'evidenza della mia ferita.
Quando urliamo di volere un'ambulanza alcuni fotografi ci mandano verso palazzo
San Giacomo; lungo quel tragitto vengo più volte fotografato. Arriviamo
all'ambulanza che è l'unica opportunità per uscire dalla piazza. Vengo ripreso
dalle tv da un palazzo vicino all'ambulanza, poco prima di essere caricato su di
essa.
A qualche giorno di distanza mi ritengo alquanto fortunato, per vari
motivi:
1) ho intuito la pericolosità di stare appoggiato alla balaustra del
fossato, cosa che poteva rivelarsi fatale
2) il proiettile oblungo che ho
visto arrivare in mezzo alla folla poteva colpirmi in testa, e sarebbe stato ben
più devastante di una manganellata
3) gli agenti che mi hanno colpito non si
sono accaniti su di me o sulla mia ragazza una volta che sono andato a terra: al
tg si sono viste molte scene di agenti infuriati che massacrano una persona sola
già a terra
4) quando ci siamo rialzati la piazza era semideserta: cosa
paradossale in quanto rende del tutto ingiustificabili le cariche, ma che al
tempo stesso è stata la nostra salvezza in quanto ci ha consentito di
raggiungere le lontanissime ambulanze con relativa facilità.
La cosa che non
riesco ad accettare è: perchè è stato dato l'ordine di attaccare la gente inerme
ed inoffensiva? Quale il "movente" per gli attacchi a freddo alla gente con le
mani alzate?
G.S.
Sono una studentessa di Architettura, ero al corteo con il
mio compagno, Ciro. Sotto lo scalone dell'Università, improvvisamente, vediamo
un gruppo di poliziotti che corre prima verso la stazione e poi subito ritorna
indietro e parte con una carica nella direzione di piazza Bovio. Udiamo
distintamente degli spari, vediamo alzarsi il fumo dei lacrimogeni. Ci uniamo
finalmente al gruppo di Rifondazione sino a piazza Municipio. Subito ci rendiamo
conto che la piazza è circondata da un numero impressionante di agenti e che da
là non si può uscire. Ci disponiamo sulle aiuole del Maschio Angioino. Senza
capire perché vediamo i manifestanti che si trovavano dall'altro lato del
cantiere della metropolitana che cominciano a scappare, partono colpi e poi i
lacrimogeni sul fondo della piazza. Impossibile spostarsi. Cominciano ad
arrivarci in testa lacrimogeni e altri strani razzi sparati dalle forze
dell'ordine. Piango per i lacrimogeni, gli occhi mi bruciano e vengo quasi
travolta dalla folla impaurita. Parte allora una violentissima carica: noi che
eravamo nei pressi del fossato avevamo le mani in alto in segno di resa (anche
se sinceramente non sapevamo proprio perché dovevamo arrenderci) ma la polizia
picchiava furiosamente chiunque e un gruppo di forze dell'ordine correva coi
manganelli alzati verso di noi. Nessuno poteva indietreggiare per evitare di
uccidere i compagni che potevano restare schiacciati sulla balaustra che cedendo
avrebbe causato la morte di tutto il gruppo). I poliziotti hanno detto che ci
avrebbero rotto il culo a tutti. Uno di essi afferra Ciro, un altro comincia a
picchiarlo furiosamente sulla testa. Io afferro il mio compagno lo tiro verso di
me e lo abbraccio per evitare che venga colpito ancora sulla testa (il sangue
sgorgava già a fiotti). Cadiamo prima in ginocchio uno abbracciato all'altro per
proteggerci vicendevolmente i poliziotti ci colpiscono, cadiamo completamente
distesi continuiamo a ricevere colpi da tutti i lati. Abbiamo creduto entrambi
che oramai ci avrebbero ucciso. Piangiamo e continuiamo a gridare "vogliamo
andare via " Il mio ragazzo urla ai poliziotti "Mi avete ferito voglio
un'ambulanza" ma gli agenti lo minacciano.
Coordinamento operatori sanitari 118 - Campania
In piazza
Municipio un'ambulanza di emergenza 118, impegnata nei soccorsi in occasione
della manifestazione contro il Global Forum del 17/3, è stata obbligata a
fermarsi da agenti della Finanza pur avendo all'interno dell'abitacolo sanitario
alcuni manifestanti che avevano, ad un primo esame obiettivo, ferite
lacero-contuse al cuoio capelluto. Al diniego dell'operatore sanitario di
fermarsi all'alt intimato dagli agenti il veicolo sanitario veniva letteralmente
preso a manganellate dagli stessi finanzieri. Il veicolo in oggetto è
un'ambulanza della delegazione di Frattamaggiore della CRI.
La macchina della
ASL NA 1 con targa AL041XS, con feriti a bordo prelevati in via Marina e che
presentavano al primo esame obiettivo degli operatori ferite lacero-contuse al
cuoio capelluto, arrivata all'ospedale Vecchio Pellegrini, veniva fermata da
agenti della PS reparto celere. Alla vettura veniva impedito l'accesso ai locali
di pronto soccorso, ed i ragazzi feriti sono stati fatti sostare, nonostante
perdessero molto sangue, nei locali dei custodi. Gli operatori facevano presente
al medesimo agente che era necessario che i feriti venissero sottoposti prima a
medicazione e poi a visita medica per verificarne lo stato di salute: ma con
insistenza è stato comunque ordinato loro di farli sostare lì.
G. H.
Sono un infermiere.
Ero anch'io presente tra quella
moltitudine di manifestanti per le vie di Napoli. Mi ero autoincaricato di far
parte (come altri) del pronto intervento sanitario. Un gruppetto nato
spontaneamente durante i giorni che preparavano la manifestazione
internazionale. Autofinanziati per l'approvvigionamento di medicamenti e
coordinati dalla nostra volontà di intervenire laddove ce ne fosse bisogno. I
telefonini erano i nostri mezzi di contatto.
Mi trovavo alla testa del
corteo, nel pieno vortice degli scontri. Il tempo sembrava fermarsi nelle
spirale di violenza scatenata dalle "forze dell'ordine". Alla terza carica,
quella finale, ero riparato dietro il camion dei centri sociali. Interminabili
lanci di lacrimogeni ci impedivano qualsiasi via di fuga. Ricordo di aver visto
gruppi di uomini in divisa appostati all'angolo di via G.Pisanelli che sparavano
a raffica candelotti di lacrimogeni con quella specie di minibazooka in loro
dotazione. Erano piegati sulle gambe e questo fa capire che traiettoria
potessero prendere i colpi. Altezza d'uomo.
Altri esplodevano colpi da armi
che non ho identificato, ma non credo di sbagliarmi se penso ai proiettili di
gomma . Altri lanciavano pietre e quant'altro.
Un momento di lucidità per
riprendermi da quello scenario di violenza e ricordarmi della mia
"missione".
Il primo che mi capitò di soccorrere fu un ragazzo che sanguinava
alla testa. Vagava stordito sui giardini antistanti il Maschio Angioino sorretto
da alcuni suoi amici. Il tempo di rendermi conto della gravità della ferita e
tamponare l'emorragia con la garza che avevo. Era impossibile sostare su quel
prato. Il terrore delle truppe inferocite che ci circondavano ci facevano
desistere dallo stare fermi .
Ovunque c'erano divise che ci intimavano di
andare via sotto la minaccia dei manganelli. Ci dirigemmo verso quella che
sembrava l'ultima via di uscita: via Marina .
Una ragazza lungo la strada,
anche lei con il capo insanguinato e con una gran paura addosso, chiedeva aiuto
e di potersi riposare. La prendemmo quasi di peso e la portammo verso le prime
ambulanze che arrivavano dal Loreto Mare, credo.
Apro una parentesi di
riflessione a riguardo. E' vero che quella Piazza era chiusa ai manifestanti ,
ma che le ambulanze non potessero accedervi (così fu nell'immediato periodo dopo
la repressione) per soccorrere quelli che feriti giacevano agli angoli delle
strade, questo non so spiegarmelo.
E poi, perché non c'è stato intervento dei
P.S. del servizio di emergenza dell'ospedale Vecchio Pellegrini? E' vero quanto
mi fu comunicato che quell'ospedale posto nel centro storico era completamente
blindato dalle "forze dell'ordine" e quindi impossibilitato a svolgere le
proprie funzioni assistenziali?
Intorno alle 13 mi giunge una telefonata.
Era un compagno dello SKA che mi chiede di raggiungerlo perché arrivavano lì
molte persone che avevano bisogno di cure.
Faccio in tempo a contattare gli
altri componenti del pronto intervento e comunicar loro lo stato delle cose, poi
mi dirigo verso il Laboratorio okkupato SKA di calata Trinità maggiore. Sembrava
una infermeria da campo. Corpi adagiati un po' dappertutto. Chi con ferite alla
testa, chi con arti edematosi. Un groviglio di feriti sparsi in tutto lo spazio
dell'ingresso. In prevalenza i feriti erano giovanissimi.
Ricordo di aver
medicato volti tumefatti per violenti colpi di manganello e di scarponi. Mani
gonfie e braccia contuse che cercavano di riparare organi vitali da calci e
pugni. Un uomo o sulla quarantina che non riusciva a tenersi in pedi per via
della forte contusione alla gambe sinistra .
Una ragazza colpita all'altezza
dello sterno destro da un lacrimogeno, che aveva problemi a
respirare.
Giovani che riportavano sanguinamento al capo per evidente
lacerazione del cuoio capelluto, dovuto a pestaggi continui.
La straordinaria
solidarietà dei più coraggiosi, di fronte a quella scena drammatica, fu un aiuto
indescrivibile in quel momento di confusione. Ore e ore a disinfettare, medicare
suturare.
Non posso dire quante persone furono assistite da quel pronto
soccorso improvvisato: di certo ne sono passati tanti , forse troppi per una
manifestazione pacifica.
V. P.
Il giorno 17/03 mi trovavo a piazza Municipio, cuore degli
scontri. Mi sono subito reso conto che ciò che stava accadendo era molto
grave.
Essendo un infermiere mi sono allora subito recato al laboratorio
occupato SKA, dove avevo saputo che era stato allestito un ambulatorio medico
temporaneo per far fronte alle prime emergenze.
Di lì a poco, infatti, sono
giunti i primi feriti.
Avevano per la maggiore traumi cranici abbastanza
gravi con ematomi diffusi, diverse ferite di tipo lacero contuse e lussazioni
articolari.
Particolarmente grave era la situazione di un compagno pesarese
che riportava un taglio piuttosto profondo sul labbiale superiore, un altro
quasi peggiore alla mano destra e infine un altro taglio profondo di molti
millimetri all'altezza del fianco destro, che lasciava intendere il colpo di
un'arma impropria non in dotazione ufficiale alle forze dell'ordine. Diversi
punti di sutura sono stati nell'occasione provvidenziali considerando la forte
emorragia.
Vorrei soprattutto sottolineare un dato secondo me importante:
l'eterogeneità dei feriti giunti a medicarsi; compagne e compagni, giovani e
meno giovani, studenti, cineoperatori, fotografi, giornalisti e cittadini
passati magari di lì per caso, tutti colpiti accanitamente, a dir poco
massacrati dalle forze dell'ordine.
F.C.
Ero in piazza Municipio a Napoli. Mi sono trovato nella massa
di gente che correva in via Alcide de Gasperi. Dopo aver evitato una carica
frontale dei carabinieri, dai quali molti di noi hanno preso manganellate, tra i
quali un avvocato calabrese colpito ad un fianco da una manganellata, siamo
giunti all'inizio di questa strada in circa trecento. Ci dirigiamo verso Corso
Umberto per raggiungere Via Mezzocannone seguendo il camioncino dello Ska.
All'improvviso da una stradina laterale compare un drappello di finanzieri, in
tuta mimetica, manganelli e scudi. Si dirige al passo verso di noi, ed allora la
maggioranza del gruppo di manifestanti, che stava sul bordo della strada, alza
le mani in segno di resa. Il dirigente del drappello dei finanzieri ordina la
carica per tre volte. E sui manifestanti arriva una nuova gragnuola di
manganellate. Devo infine segnalare i tanti casi di cittadini napoletani ai
quali ho assistito, che hanno aiutato i giovani, a nascondersi in portoni o
indicandogli vie di fuga sicure.
P.V.
Quando sabato le cariche dei celerini ci hanno spinti verso i
vicoli, alcuni anziani ci hanno aperto i portoni e ci hanno così salvati da
cariche che sarebbero arrivate entro breve; non solo. Dopo il lancio dei
lacrimogeni, da alcuni balconi sono stati calati secchi d'acqua e di limoni per
aiutarci a resistere. A questo punto alcuni agenti della guardia di finanza, non
riuscendo a linciare persone, sono saliti sulle capotte di alcune macchine
parcheggiate distruggendole coi manganelli... cosa c'entravano i napoletani?
Hanno pagato per essersi schierati dall'unica parte possibile?
L.S.
Mi bruciavano gli occhi, per la prima volta capivo cosa
significava la parola lacrimogeno, e ho pensato ai cani dei pastori brutti e
spietati, che tanto assomigliavano a quelle bestie che ci circondavano. Anche
per Giampaolo era la prima volta ma ci siamo tenuti stretti per mano e unendo
due cecità siamo scappati assieme, come tanti altri ci siamo salvati facendoci
coraggio l'un l'altro. Siamo usciti da piazza Municipio e abbiamo imboccato un
vicolo. Un ragazzo correva sui tetti delle macchine.
Si apre il cancello di
una casa popolare e vi entriamo in una cinquantina. Adesso l'inferno era attorno
a noi, perché eravamo in paradiso: la gente ci scendeva dalle finestre acqua e
fazzoletti; un signore ci offre più tardi la sua casa se dovessero entrare i
poliziotti. E' l'ora del Tg, una finestra aperta ci lascia intravedere dal
cortile e dalle scale, ma ormai quello che mi aveva affascinato era la
solidarietà di quel rifugio, gli ultimi consigli per uscire fuori e beccare la
strada giusta, se mai ce n'era una.
Ringrazio quella gente di avere salvato
la mia fiducia nella lotta.
L. E.
Sabato 17 marzo Napoli, oggi si tiene una manifestazione
anti-global forum
il corteo parte da piazza garibaldi dove arrivano i
treni
ho appuntamento con 3 amici alla testa del
corteo.
10.30
Raggiungo la testa corteo trovo gli amici.
Fino a qui
tutto bene!
Il corteo parte restiamo avanti capeggiati da una grossa
pannocchia gonfiabile brevi pause lungo il tragitto ci sono mi dicono 10000
persone associazioni, mani tese, mamme antismog, donne in nero e poi Cobas,
Kurdi, Opera Nomadi...
Tante facce! Ritrovo amici vecchi compagni di facoltà,
intravedo l'attuale preside concesso l'occupazione della facoltà per alloggiare
i molti ospiti del controvertice;
il Comune di napoli fino ad un'ora prima
non aveva ancora reso note le strutture disponibili
Fino a qui tutto
bene!
ore 12.00
Raggiungiamo piazza municipio, la meta, limite della zona
ROSSA che ha diviso per 4 giorni la città in due. Mia nonna ieri per un ora ha
discusso con un poliziotto, voleva tornare a casa, gli ha chiesto se c'era
Clinton dato che si ricordava gli allori del G7, "la Napoli da bere"......Ma
questa è un altra storia!
Dicevo piazza Municipio: la testa del corteo si
avvicina al Municipio si chiede col megafono l'ingresso di 300 delegati del
controvertice nella zona rossa per portare le proprie richieste. Molti si
sdraiano sulle aiuole ad est del castello;
al centro della piazza c'è un
cantiere uno scavo per la nuova metropolitana.
Penso alla piazza, alle
vecchie cartoline coi tram e coi lecci che furono abbattuti negli anni '50 in
una sola notte dall' armatore-sindaco Lauro
ma anche questa è un altra
storia.........
Access denied - accesso negato, come nei film.
La prima
carica all'improvviso, i lacrimogeni, panico!
Mi trovo insieme a 200 persone
che per evitare di essere travolte si ammassano verso la balaustra che perimetra
il fossato del Castello, 10-15 mt di altezza circa!
Mi rendo conto che la
piazza è circondata da doppie/triple file di polizia carabinieri e finanzieri in
tenuta antisommossa. La piazza è chiusa, la balaustra non cede,
non cede
ancora penso.
Miracolo!
Qualcuno, che dopo ho appreso essere un genitore
di un liceale colpito, grida di alzare le mani e chiedere ai carabinieri alla
nostra sinistra di farci uscire.
Non finisce la frase e veniamo caricati a
freddo a mani alzate
e pensare che mio padre ogni tanto beveva "l'amaro dei
carabinieri".....
Panico sempre di più. Non vedo nessuno dei miei
amici.
Qualcuno inizia a gettarsi dal fossato con l'ausilio dei pali della
luce
un carabiniere manganella un ragazzino, aggrappato al palo, che ha
troppa paura per lasciarsi andare. "Questi so'pazzi, ci vogliono uccidere, il
morto ci scappa", penso.
Panico sempre più, lacrime...
Ritrovo un mio
amico, ci teniamo per mano e corriamo al centro della piazza.
Un varco,
please?
Niente!
Andiamo a mani alzate verso il teatro Mercadante e
chiediamo alle due fila di poliziotti: "Fateci uscire!".
Risposta: calcio di
fucile più manganello più spinta verso un altra carica ortogonale.
E' un
incubo o un gioco?
Il pacman in trappola, il pacman ed il lacrimogeno altezza
uomo.
Una ragazza è stesa a terra e due poliziotti la stanno
manganellando.
Grida di essere incinta. Qualcuno accorre e riesce a portarla
via.
Io non sono più io, voglio solo uscire dal circo. Luca, il mio amico,
sanguina
Lo stesso poliziotto che aveva "cortesemente" negato l'uscita si
distrae.
C'è qualcun altro da randellare, probabilmente.
20 cm ci bastano.
Siamo invisibili o fortunati???
Usciamo verso il porto, verso una fontana. Ci
voltiamo
la piazza è urla fumo e gente che tenta di uscire.
Una
mattanza.
Noi alla fontana veniamo avvicinati da 5 finanzieri sempre
antisommossa
che sempre "con cortesia" ci intimano di allontanarci
e
allora via ma che lato ci consigliate, please,
per non essere
ammazzati?
Recuperiamo altri amici, i cellulari squillano. Da altri arrivano
notizie inquietanti: chi si è allontanato da solo è stato picchiato da
squadriglie che si erano apposte nelle strade limitrofe la piazza
Andiamo a
casa di amici, siamo in 7 e guardiamo il tg con il "solito" popolo di
Seattle
Ccooooommmmmmmmeeeeeeeeee???????!!!!!!!!!!!!!
200 feriti più 9800
miracolati?
In serata qualcosina in più. I giornali di domenica poi
basta!?
Mia zia mi chiede: "Ma il nostro governo è di sinistra????". Per
tutta la giornata la persecuzione continua. Molti hanno paura di tornare in
stazione per partire
Mio fratello: "Ma che, questi (la polizia) avevano le
duracell ?"
Ho delle domande:
perchè? (generico)
Perchè la piazza è
stata chiusa?
Perchè il questore ad oggi è ancora al suo posto?
Perchè un
sindaco vicesindaco ad oggi non più sindaco non fa dichiarazioni? Ma forse la
risposta è nella domanda.
Perchè ad oggi non ci sono dichiarazioni pubbliche
del ministro Bianco???????
Mio fratello: "ma la polizia a chi fa
capo?".
Quello che è successo al mio paese sabato 17 marzo non ha nome, forse
ha un nome sudamericano ma non ho il vocabolario.
Quello che è successo è
grave, talmente grave che domenica 18 marzo (the day after) c'era un arco
gonfiabile della barilla nella via principale del paese- via Toledo, a
testimoniare il via di una maratona e la forza dell'oblio
quello che è
successo è talmente grave che la mia vicina mi ha detto:
"Hanno fatto bbuono
( i manifestanti) in questa città c'è tanta disoccupazione ..........."
N.S.
Il corteo giunge all'imbocco di via Leoncavallo, ad
attenderci un cordone di una ventina di "divise blu": sembra una pagliacciata,
venti o trenta caschi contro il cordone iniziale del corteo, 6mila invece pronti
a massacrare. 30-40 secondi non più e la piazza diventa teatro di violenze
inumane. Vedo ragazze tramortite star male a causa dei lacrimogeni, mentre
decine di forze dell'ordine (?) le manganellano e le picchiano con calci di
fucile. Nel giro di 2 minuti la visibilità è ridotta a zero a causa dei
fumogeni. Parte un cordone che stava all'imbocco di via Marina: 200 poliziotti,
una decina tra blindati, gipponi, e pantere, sfrecciare verso il nostro spezzone
che in un attimo si dilegua nei vicoli adiacenti alla piazza. Ci chiudono le
uscite. Bloccati nei vicoli ci caricano ripetutamente. Sparano lacrimogeni ad
altezza uomo. Colpiscono un caro amico al braccio che rimane anche sotto shock a
causa di un lacrimogeno che gli sfiora la guancia.
Sparano con pistole
caricate a gommini, sempre ad altezza uomo, e ancora lanciano contro di noi
pietre, mazze e altra roba rimediata da terra. Un grosso camion della PS
sfreccia nella piazza ad alta velocità e cerca in tutti i modi, compiendo
sterzate e testacoda da paura, di mettere sotto giovani manifestanti che cercano
di scappare. Intanto le cariche continuano e siamo costretti ad avviarci verso
P.zza del Gesù.
Intanto nei vicoli partenopei stiamo attenti all'estrema
caccia all'uomo che i "signori" dell'ordine continueranno a fare per qualche
ora. Arrivati in piazza, il laboratorio SKA viene allestito come
infermeria.
Sembra davvero l'inferno. Ma sembra ancora più incredibile
l'attacco irrazionale dei tre organi di stato. Alcuni di noi vedendosi si
abbraccia e piange, per rabbia o felicità non so, ma è certo che ci sentiamo
traditi! Traditi da chi non vuole più vederci in piazza, da chi dice di
"decidere per noi e con noi".
In piazza c'erano 30mila persone, 30mila
persone sono state attaccate, e per chi continua a criminalizzarci, bè non so
proprio se vale la pena rispondere.
Ma non finisce qua: possono fermare un
corteo, possono arrestare, continuare a manganellare, ad avere atteggiamenti
fascisti e inumani, ma la lotta dei compagni non la possono fermare!!!
Questa
è solo l'ennesima denuncia di chi è di ritorno da Napoli, di chi ancora medita e
non sa darsi una risposta alla guerra di sabato 17. Chi pagherà per tutto
questo? Chiedere le dimissioni di un "signor questore" non certo risolverebbe la
grossa fascistizzazione che si sta espandendo tra gli ordini costituiti. Bisogna
continuare con la contro-informazione, far conoscere alla gente chi sono i veri
criminali, continuare a denunciare.
"C'è chi dice che combattere la
Globalizzazione, la devastazione ambientale, le guerre, la disoccupazione, la
fame, sia come combattere contro la forza di gravità. Bene, abbatteremo la forza
di gravità!"
Hasta siempre
M. D., D.C.
Partiamo da Lamezia Terme (CZ) alle 3 del mattino,
siamo un gruppo assortito di compagni dei Giovani Comunisti, del Coordinamento
Universitari Comunisti, del "neonato" Coordinamento antifascista e antirazzista,
dell'autonomia, pronti ad "invadere" Napoli con il nostro entusiasmo e la nostra
radicalità "anti-global"!!!!!
Alle 07:00 la stazione di Napoli ci accoglie
con uno spiegamento di forze che ha dell'inverosimile. Neanche il tempo di
mettere piede a terra che ci troviamo circondati da agenti in borghese, da
telecamere pronte ad immortalare questi "nuovi terroristi", da forze del
"disordine" che seguono
ogni gesto, movimento, cercando probabilmente
atteggiamenti "destabilizzanti".. e infatti corrono a presidiare il McDonald,
cingono a doppie file i "baldacchini" del Berluska, mostrano tutto il loro
nervosismo nel guardare con sospetto ogni cosa, persona, essere che ha "osato"
oggi sbarcare in una Napoli soffocata di polizia.
Piazza Garibaldi inizia a
riempirsi piano, lentamente, alla spicciolata; ci sono i compagni dei Global
Express, arrivano le tute bianche dei Giovani Comunisti, i Cobas, "i nomadi",
Rifondazione Comunista, i migranti, i disoccupati organizzati. Colore e colori
che riempiono piano piano la piazza.
Davanti al gruppo, uno schieramento
massiccio di polizia che appare sempre più nervoso; l'agitazione degli agenti è
palpabile e le numerose radunate direttive tra loro ne sono testimonianza. Fa da
sottofondo il ronzio degli elicotteri che ci accompagnerà sino a sera. Il corteo
parte, musica, voci, canti per dire NO a chi lì vicino pretende di decidere -in
pochi- per tutti e su tutto, ci guardiamo intorno. Siamo tanti, veramente tanti
e diversi, studenti, donne, bambini…Attraversiamo Corso Umberto, tutto è
chiuso.. come ci dirà poi qualche commerciante l'ordine è restare chiusi.
L'obiettivo è "blindare" i manifestanti in una "scatola vuota" (e questo la dice
tutta su quel che sarà il prosieguo della manifestazione).
Arriviamo cantando
e ballando con lo spezzone finale del corteo in Piazza Municipio, subito vediamo
la testa del corteo caricata (più volte ci diranno!) e sul lato destro della
piazza si alza il fumo dei lacrimogeni, agenti li tirano persino dai tetti dei
palazzi, lì le cariche sono insistenti; ci spostiamo verso i giardini e ci
rendiamo conto che ogni via d'uscita è bloccata e blindata, e che a nessuno è
permesso uscire da quella piazza che inizia a diventare un luogo
infernale.
Iniziano a caricare massicciamente, ci spingono verso il Maschio
Angioino, c'è una ringhiera, si rischia una carneficina, alziamo le braccia,
gridiamo per cercare di fermarli, ma niente, loro caricano inferociti,
l'elicottero continua a ronzarci sulla testa..è Piazza del Municipio, sembra
Piazza
delle Tre Culture in Messico, la polizia inferocita, gli elicotteri,
la repressione ci riporta a tempi forse mai passati...Una ragazza soffoca, ha un
attacco d'asma per i lacrimogeni, più avanti un ragazzo viene portato a spalla,
è svenuto..lo riconosciamo, è un compagno che ha viaggiato con noi...Ci
avviciniamo ma un'altra carica ancora più dura ci sovrasta...
I lacrimogeni
vengono ormai lanciati ad altezza d' uomo, non li vediamo, non vediamo più
nulla. Sembra tutto irreale. Il furgone dei GC cerca di guadagnare l'uscita ma
le manovre sono accompagnate da nuove cariche della polizia; a nulla servono gli
appelli dei compagni per liberare una via
d'uscita; anche i finanzieri
caricano con ancora più violenza degli altri.
Siamo tra un gruppo di compagni
che a braccia sollevate cerca di guadagnare l'uscita, ma subiamo ugualmente le
cariche. C'è una bambina, piange, non respira più, neanche davanti alle
richieste di soccorso e alle grida "c'è un ferito" queste bestie si fermano,
continuano a distribuire le loro cariche repressive. Finalmente usciamo. C'è un
vicolo, un portone, riusciamo ad entrare, dentro l'impossibile, ragazzine di
quindici anni totalmente sconvolte, piangono e tremano, un ragazzo con la testa
spaccata...arriva l'ambulanza, verrà soccorso, l'attende la questura!!!!
Non
possiamo uscire, la polizia insegue i manifestanti tra i vicoli, li
pesta.
Dopo trattative ci fanno uscire e, a mani alzate, sfiliamo davanti ad
uno spiegamento di uomini in divisa tenuto fermo a malapena dai rispettivi capi
squadra. Guadagniamo il varco che porta al lungomare e siamo salvi (per il
momento).
Ci ritroviamo tutti quanti davanti lo SKA, ci contiamo, manca
qualcuno, sono all'ospedale, anzi no, in questura. Compagni fanno la spola tra
l'infermeria allestita allo SKA e la Facoltà di Architettura Occupata, mentre
giungono le prime informazioni sul numero di fermi e feriti. Restiamo lì in
attesa di ulteriori notizie e solo verso le 19:00 apprendiamo la notizia dei
rilasci e decidiamo di ripartire. Ritroviamo la stazione blindata. le forze
dell'ordine (quale ordine?!?!) ci attendono e, mentre entriamo nella stazione,
continuano a provocare ed insultarci agitando soddisfatti i
manganelli.
Ultimo atto, la partenza.
I due "Global-express" s'incrociano,
uno a sud, l'altro diretto a Nord...i compagni si salutano lanciando un "EL
PUEBLO UNIDO..." Arrivederci a Genova...nessuna repressione potrà fermare la
nostra lotta!!!!!!
E. B.
Ero in terza o quarta fila insieme ad altri ragazzi. E'
partita la carica. Abbiamo resistito per quanto possibile, poi abbiamo
indietreggiato. La polizia ha anche lanciato pietre e bastoni. Tra questi un
carabiniere che mi ha lanciato un cubetto di porfido in testa mentre sollevavo
una ragazza che, nella corsa, era inciampata. Ho riconosciuto il carabiniere in
una foto della commissione. Ho continuato a correre; solo dopo un po' mi sono
accorto di essere ferito alla testa.
Siamo defluiti per un vicolo (che non
saprei riconoscere) fino ad arrivare nei pressi di piazza del Gesù dove ho
ricevuto le prime cure.
Quando ero ancora in piazza Municipio un ragazzo già
fermato veniva portato via da un carabiniere ed ho visto che veniva colpito
all'improvviso in faccia da un altro carabiniere che arrivava in corsa.
Al
Maschio Angioino, dopo la prima carica, i poliziotti hanno spinto i finanzieri a
caricare.
M. S.
Noi stavamo in coda al corteo vicino al camion di
Rifondazione Comunista e abbiamo visto iniziare gli scontri nella parte alta di
piazza Municipio. In realtà era più il rumore che percepivamo, misto al fumo dei
lacrimogeni. La parte alta del corteo dove noi eravamo era tranquillissima,
c'era il camion che invitava alla calma ed a non correre. Eravamo all'altezza
dell'angolo di piazza Municipio con via De Pretis fino a che, alle nostre
spalle, si sono schierati in formazione i carabinieri. Ce ne siamo accorti ed
abbiamo avuto paura. In quel momento loro hanno caricato dalle spalle del
corteo. Attorno a noi c'erano solo ragazzi impreparati a questa operazione.
Quindi ci siamo appiattiti dove potevamo tra i muri ed il camion. I carabinieri
ci hanno oltrepassato andando verso via Medina senza impattare con nessun
manifestante. Noi ci eravamo scostati. A questo punto abbiamo visto avvicinarsi
i celerini che erano schierati di fronte a noi, sui giardini davanti al
castello.
Sono arrivati tantissimi lacrimogeni e non siamo potuti rimanere li
dove eravamo. Abbiamo svoltato in via De Pretis, io ed altri compagni. Circa
venti metri più in la, sulla stessa strada, era schierata la Guardia di Finanza
sul marciapiede che da verso il porto. Una decina di metri davanti a me due
ragazzi hanno lanciato delle bottiglie vuote che si sono rotte a terra senza
colpire nessuno. In quel momento la Guardia di Finanza ha caricato le persone
ferme che erano verso la piazza. Molte di queste persone erano ferme e con le
mani alzate. Da questo momento incomincia la parte davvero tremenda! Mi hanno
raggiunto i finanzieri mentre, sempre con le mani alzate, urlavo: "Calmi, non vi
abbiamo fatto niente". Credo che all'inizio fossero in due. Ho portato le mani
alla testa per difendermi ma sono arrivati altri finanzieri e mi hanno colpito
anche loro, quasi esclusivamente alla testa e sulle braccia che la proteggevano.
Uno dei finanzieri, a questo punto, mi ha preso per un braccio e mi ha tirato
per un paio di metri. Sono sopraggiunti gli altri finanzieri ed hanno
ricominciato. Sono finito a terra ed ho preso altri colpi sulle gambe, sui
fianchi, sulla schiena ed ancora in testa ed ho potuto vedere un finanziere che
ha fatto una ventina di metri di corsa per venire anche lui a dare qualche
colpo. I colpi sono diventati via via di meno fino a cessare del tutto. A questo
punto mi sono rialzato ed ho urlato al finanziere più vicino: "Ma, cazzo, non vi
avevo fatto niente!". Lui mi ha risposto con un'alzata di spalle mentre un altro
finanziere mi ha minacciato con il manganello dicendo: "Torna in piazza".
Tornato a piazza Municipio mi sono trovato al punto di prima: sono arrivati
altri lacrimogeni tanto che non c'era modo di rimanere lì. Mi sono, quindi,
accostato al camion di R.C. che scendeva dall'altezza di via De Pretis verso la
Marina. Dopo mi sono diretto al bar del porto per aspettare un po' prima di
andare a casa.
Tornando verso casa sono passato davanti all'ospedale
Pellegrini credendo che sarebbe stato necessario farmi visitare e refertare;
purtroppo lo schieramento di celerini in assetto antisommossa (scudi,
manganelli, caschi, …) proprio all'ingresso dell'ospedale rendeva impensabile e
pericolosa l'idea di entrare per ricevere delle cure.
E.C., G.G., G.O., S.V., L.I., C.M.
Erano le 13:00 /13:30 circa
del 17 marzo 2001. Ci trovavamo in una traversa tra via de Gasperi e via Marina,
alle spalle della caserma della Guardia di finanza. Ci siamo fermati all'angolo
della strada perché abbiamo notato una nutrita postazione della guardia di
finanza che prendeva a calci nei testicoli un ragazzo che era assolutamente da
solo. Subito dopo il ragazzo ha cercato di scappare e da questo gruppo di
finanzieri si sono staccati tre o quattro di loro e lo hanno rincorso. Il
ragazzo è arrivato esattamente dove eravamo noi che lo chiamavamo avendolo visto
solo ed in grossa difficoltà. E' molto probabile che i finanzieri abbiano
desistito dal raggiungerlo, avendoci visto. Questo ragazzo ci ha detto di essere
di Torino e di essere stato aggredito senza alcuna ragione mentre scattava delle
fotografie con la sua macchina fotografica. Questa stessa macchina fotografica è
stata rotta e resa inutilizzabile dato che mancava l'obiettivo. Il ragazzo
dimostrava di sentirsi in una condizione di impotenza e chiaramente avrebbe
voluto reagire a questa condizione. L'unico risultato di questo suo stato
d'animo è stato, forse ingenuamente, una telefonata fatta con il suo cellulare
al 113 per chiedere giustizia o soccorso. Dopo di che il ragazzo ha lasciato il
luogo anche su nostro invito.
E.D.
Sabato avevo deciso di scendere in strada come osservatore
e avevo portato con me la mia macchina fotografica per documentare gli eventi da
semplice cittadino. Andando incontro al corteo sono passato davanti agli
impressionanti schieramenti di forze dell'ordine, già da corso Umberto tutte le
vie laterali erano bloccate. Il corteo sfilava, noi potevamo ancora passare tra
le maglie della polizia ma giunti a piazza Municipio ci siamo resi conto che
eravamo in una trappola e quando dico "eravamo" intendo dire: manifestanti,
osservatori, giornalisti, fotoreporter e - ironia della sorte - gli stessi
agenti in borghese.
Partiti i tafferugli si cercava scampo ma solo via De
Pretis era praticabile anche se bersagliata da lacrimogeni. Qui è successo il
peggio. Ho visto gruppi di ragazzini con le mani alzate che venivano caricati.
Ci siamo imbattuti in una "banda" di poliziotti che menavano manganelli al primo
bersaglio facile e personalmente sono stato aggredito da una di queste "bande"
reo di aver fotografato un pestaggio, la macchina me l'hanno strappata e io ho
ricevuto una decina di manganellate. A chi ha giovato tutta questa violenza? Io
non credo che questa reazione di così ottusa violenza sia un caso, se facciamo
una analisi anche sommaria delle forze in gioco c'era un poliziotto in tenuta
antisommossa ogni tre manifestanti e se anche qualche decina di questi ha
cercato lo scontro mantenere l'ordine sarebbe stato un gioco da ragazzini, se
poi consideriamo che i pestaggi più vili e odiosi sono avvenuti lontano da P. S.
Giacomo allora il disegno di una arrogante ed esemplare azione repressiva appare
del tutto chiaro.
S. T.
Ero a Piazza Municipio, sui giardini adiacenti il fossato
del Castello Maschio Angioino intorno alle 12:20 del 17/3/01. Eravamo fermi in
una situazione abbastanza tranquilla, alcuni ragazzi erano distesi sull'erba a
prendere il sole ed io ed altre persone decidemmo di tornare a casa. Stavamo
scendendo verso il porto ma la strada era sbarrata da un cordone della Polizia.
Di conseguenza, nel guardarci attorno cercando un'uscita abbiamo visto che dalla
parte alta della piazza, ad angolo con via Vittorio Emanuele e, quindi, alle
nostre spalle, hanno iniziato a sparare lacrimogeni ad altezza d'uomo e sono
avanzati un gruppo tra poliziotti e carabinieri. Questi, appena raggiunte le
prime persone hanno cominciate a picchiarle.
Il cerchio formato da polizia e
carabinieri cominciò a spingere e a picchiare verso la ringhiera del fossato.
Tutti ci rendemmo conto del pericolo che incombeva dato che la ringhiera si
fletteva e avrebbe potuto crollare da un momento all'altro.
Per scongiurare
tale pericolo ci siamo diretti con le mani alzate verso il cordone di polizia e
carabinieri che premeva verso il fossato. Dato che non avevamo via di fuga hanno
continuato a picchiarci. Ci hanno fatto sedere con le mani alzate. Alla nostra
richiesta di lasciarci andare ci hanno intimato il silenzio a forza di
manganellate. Un probabile poliziotto in borghese ordinava alla truppa di
fermarsi ma loro continuavano a picchiare ragazzini tra i 15 e i 16 anni. Erano
tutti terrorizzati ed invocavano di essere lasciati liberi. Al mio fianco ho
visto un ragazzo picchiato alla testa con il calcio del fucile. Mentre ero a
terra ho ricevuto dei colpi di manganello alla schiena.
Dopo pochi minuti ci
hanno fatto alzare e ci hanno indicato la direzione del porto dove il cordone di
forze dell'ordine apriva un varco di un paio di metri al massimo. Mentre
cercavamo di conquistare questo varco che era distante una ventina di metri le
forze dell'ordine che ci circondavano continuavano a picchiarci.
B. L.
Sono un'insegnante. Ero presso la ringhiera che da' sul
fossato ai piedi del Maschio Angioino (12.30 circa) alla fine della
manifestazione quando è partita da nord est della piazza una carica su ragazzi,
inermi, con le mani alzate, che cercavano una via di fuga. Noi eravamo in
trenta, tra cui 4 - 5 adulti (gli altri erano tutti studenti sotto i 20 anni).
Ci siamo protetti sotto l'arco del Maschio Angioino, dietro c'era una camionetta
che sbarrava l'accesso. Un comandante dei carabinieri ci ha detto di sedere per
terra con le mani alzate e ci hanno preso i documenti che abbiamo potuto
ritirare soltanto il lunedì successivo presso una caserma dei
carabinieri.
Davanti a noi è avvenuto il pestaggio dei ragazzi, picchiati,
trascinati a terra, manganellati. I poliziotti e i finanzieri sembravano attori
di Full metal jacket. I ragazzi picchiati stavano solo cercando una via di
fuga.
C'era anche un paraplegico anche lui picchiato dalle forze dell'ordine.
Nella fuga alcuni ragazzi disperati si sono buttati nel fossato ai piedi del
maschio Angioino rischiando di morire!
Nel fossato c'erano lacrimogeni. Sono
rimasta colpita dalla ferocia delle forze dell' ordine, sembravano accecati da
un odio personale che andava oltre l'adempimento di un compito; sembravano fuori
di sé. Alcuni ragazzi picchiati sono stati poi spinti verso di noi. Un ragazzo è
stato afferrato dalle forze dell'ordine per le braccia e le gambe e portato
via.
Siamo stati citati sul quotidiano, "Il manifesto" di domenica 18 marzo,
come gruppo di 30 persone fatte inginocchiare a cui sono stati sottratti i
documenti. Durante l'accaduto c'è stato qualche fotografo che ci ha ripreso.
G. O.
Non sono riuscita ad entrare nella piazza, ero tra la
Questura e piazza Municipio, in una delle traverse che uniscono via Medina a via
Roma. Intorno c'era tanta polizia, io stessa ero tra due cordoni di polizia.
Sono uscita dai due cordoni e sono rimasta in via Medina, c'erano intorno tutti
ragazzi di circa vent'anni.
Dopo una carica della polizia un ragazzo caduto a
terra è stato picchiato mentre gli altri sono riusciti a scappare. Mentre
accadeva ciò alcuni fotografi hanno scattato delle immagini. Ho visto ancora un
celerino che inseguiva un ragazzo e lo ha picchiato alle spalle con un
manganello. Sono intervenuta dichiarando di essere un'insegnante e di lasciarlo
in pace. Il ragazzo è scappato. Il celerino mi ha chiesto in quale scuola
insegnassi gli ho risposto di non ricordare. A quel punto mi ha chiesto i
documenti ma io non li avevo e mi ha portato in Questura. Ho chiamato un'amica
avvocato che ha garantito per me e mi hanno lasciato andare.
R. G.
L'esercito tedesco durante l'invasione napoletana
del 1943 occupò le arterie della città tralasciando i capillari, ovvero i
vicoli. L'errore strategico fu grave, i vicoli divennero barricate verticali
contro ogni avanzata, i tedeschi non osavano tentare l'accesso, un intera
popolazione portò avanti la sua resistenza gettando gli oggetti più impensabili
e
pesanti sugli elmi troppo fragili dei soldati.
Sabato 17 marzo Polizia,
Carabinieri e Guardia di Finanza più sagacemente hanno occupato la città
chiudendo l'accesso ai capillari (ai vicoli) lasciando libere le arterie (le
grosse strade principali del centro). Così da Piazza Garibaldi siamo stati
spinti sino a Piazza Municipio dinanzi al Maschio Angioino e qui circondati.
Dopodiché chiusa ogni via d'uscita, e possibilità di uscire pacificamente, è
iniziata la mattanza....
Vi ho riconosciuto celerini, le stesse orrende
facce di sempre, le stesse che furono allo Stadio di Santiago durante il golpe
di Pinochet nel '73, le stesse che pestavano i giovani praghesi durante la
rivolta antisovietica del '68, gli stessi volti che appoggiarono Franco nel '36,
gli stessi anonimi torturatori che asservirono i militari argentini nel
'76..
Medesimi. Siete bardati e coperti, avete la sicurezza dei potenti pur
essendo gli ultimi dei loro vassalli. Difendete chi vi affama, e pestate ferini
chi osa voler mutare questo stato di cose esistenti.....
Pestavano,
pestavano, pestavano, chiunque: i passanti i ragazzini dei licei. Urlavano i
celerini pieni di eccitanti ed ignoranza, aizzati dai loro ufficiali, piccoli
comandanti analfabeti di guerre marginali.
Reagimmo, scappammo nei vicoli,
nei ventri dei palazzi accolti dalla popolazione. Correndo i celerini isolavano
e massacravano individui inermi, con la furia barbara che solo la vigliaccheria
della potenza può così raffinatamente conoscere.
Vi ho riconosciuto, uguali
in tutto agli stessi aguzzini di Seattle, di Praga, Zurigo. Chi osa ribellarsi
all'inferno di questo mondo riceverà in dono le vostre sanguinose carezze di
ferro e gomma. Avete le stesse necessità: siete divenuti poliziotti,
carabinieri, finanzieri perché fame e necessità vi hanno condotto alla divisa, e
gli addestramenti hanno annullato ogni vostra capacità critica. Bene, per
qualche spicciolo siete costretti a non osservare, a non criticare, ad obbedire.
Necessità e miseria vi fecero tradire la vostra classe, lo stipendio fisso vi ha
portato a servire il più ingiusto dei sistemi. Ma forse neanche riuscite a
leggere...poveri obnubilati.
Aiuto, basta, mani in alto. Nulla è servito. Il
celerino quando ha l'ordine di picchiare, picchia. Macchina bestiale, volto
ebete, bruttezza della crudeltà. Le vie di fuga, al fine sono state liberate, e
molti di noi caricati senza nulla aver tirato, nulla aver detto, e nulla aver
osato, siamo riusciti a scappare sulla strada che costeggia il
porto....riuscendo finalmente a respirare.. oltre il puzzo dei lacrimogeni e
delle divise....
F. L., videomaker indipendente
Napoli, ore 13:00 o poco più,
piazza Municipio cominciava a diventare vuota. Solo celerini in cerca di trofei
e su di un albero ce ne era uno, il più ambito: due persone in carne ed ossa che
potevano e "dovevano" essere scambiati per manifestanti indisciplinati. Peccato
invece, per noi si intende, che quelle persone erano e per un miracolo sono
tutt'ora dei reporter/videomaker indipendenti, ma per la polizia questo non
aveva alcuna importanza. È difficile raccontare come ci si è sentiti per due
eterni minuti su di un albero con DODICI poliziotti che agitavano i manganelli
cercando di percuotermi, ma la parola che più mi viene in mente è: PAURA. Ero
salito su di un albero proprio difronte al McDonald's e cioè in corrispettivo
della stradina dove è avvenuto il primo scontro (Via Leoncavallo). Avevo avuto
questa idea dopo aver visto il mio fido compagno di lavoro che si era appostato
lì per vedere l'impatto dei due schieramenti. Di lì mi balena l'idea: far vedere
gli scontri come se fossero il punto di vista di uno spettatore che a spruzzi
veniva inquadrato. In definitiva io stavo lavorando!
Documentavo la
manifestazione (i filmati sarebbero apparsi su Indymedia) e facevamo un lavoro a
parte per il nostro laboratorio video. Ho filmato tutto (ops! Avevo filmato!)
celerini che lanciano mattoni (e non sampietrini), lacrimogeni sparati ad
altezza gambe e figuratevi avevo ripreso uno degli organizzatori del corteo che,
spalle alla polizia e a mani alzate, invitava i compagni a retrocedere e a
ricompattarsi in piazza, sfiorato alla testa (ma colpito alla spalla) da un
mattone!
Il filmato era troppo scottante e la polizia lo sapeva, come sa che
tutte le immagini non filtrate condannano sempre loro. Io rappresentavo un
pericolo. Verso l'una non c'era più nessuno nella stradina di fianco ai
giardinetti, solo noi a filmare su un albero, nessun operatore, solo due persone
su di un'impalcatura proprio di fianco alla postazione degli sbirri. Sono stati
costretti a scendere dopo aver subito il lancio di sampietrini e mazze
contundenti; una volta scesi sono stati malmenati. Io ho filmato anche questo;
alla fine si sono accorti di noi.
Si sono precipitati sotto l'albero, abbiamo
avuto una paura sfottuta. Ho avuto la freddezza di contarli: 12 poliziotti di
cui 2 gestori di piazza (io li identifico come quei soggetti con giacca e
pantaloni, casco e manganello). Li abbiamo guardati in faccia, avevano gli occhi
rossi. Metà credo per l'effetto dei lacrimogeni (che a me non hanno fatto
effetto perché avevo una maschera antigas con filtro) e metà per l'eccesso di
adrenalina. Ci minacciavano e ci intimavano di scendere così "ci spaccavano il
culo" e "ci scassavano" a noi e alla telecamera. Urlavano, davano manganellate
sull'albero cercando di colpirci. Le urla salgono, erano furiosi per il fatto
che non riuscivano a colpirci. È come se fossero stati drogati di violenza e
collera. Noi gridavamo che eravamo dei reporter e che dovevano lasciarci stare.
Piero alla fine cede alle loro pressioni e scende. Già a mezz'aria cominciano a
manganellarlo di brutto. Una volta a terra si copre il volto e fugge. Lo
inseguono e continuano a manganellarlo alle spalle per pochi metri… lo lasciano
stare, non gli interessa più.
Avevano ancora me sull'albero ed io avevo il
filmato.
Mi urlano contro di tutto. Io ho avuto il sangue freddo o
l'incoscienza di voler trattare. Loro volevano "spaccarmi". Io non scendevo.
Loro si incazzano ancora di più. Io chiedevo garanzie sulla telecamera, non
volevo che la distruggessero. Ad un tratto si alza una voce tra le varie urla:
"DACCI LA CASSETTA". Mi focalizzo su quella voce. Cerco il baratto: la mia vita
in cambio della videocassetta.
Loro accettano. Io mi fido. Lancio la cassetta
più lontano possibile e scendo al volo, di corsa graffiandomi tutto. Loro
prendono la cassetta e mi urlano di scappare all'istante altrimenti non ne avrei
avuto più la possibilità. Fuggo all'impazzata, non ho il tempo di girarmi;
incontro nella piazza un paio di facce amiche che erano tornate in piazza a
vedere se era rimasto qualcuno. Troppo tardi, il filmato è andato perso. A me è
andata bene, avrebbero potuto picchiarmi a sangue e non avrebbe saputo niente
nessuno…
Un giornalista indipendente
17/03/01: a Napoli si prepara
"battaglia", un summit che vuole essere e dire e migliaia di persone che non
vogliono che sia e dica.
Nel mezzo, come di norma da un po' di tempo a questa
parte, una marea di difensori dell'ordine costituito.
Motivi di ordine
pubblico si dice, e per gli stessi si impedisce di manifestare.
Fino a qui
massimo si dice, e si militarizza una piazza.
Il corteo accetta la
provocazione: il diritto a manifestare dev'essere difeso, la possibilita' di
bloccare il vertice dev'essere reale.
DOBBIAMO ARRIVARE A PIAZZA PLEBISCITO
e' la parola d'ordine...
...ma a Piazza Municipio una brutta sorpresa ci
aspetta.
Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza sono dovunque... tutti in
assetto antisommossa...
scortati da camionette, reti e idranti...
armati,
vogliosi e provocatori...
Nelle loro facce si leggono "inviti", sbeffeggi,
offese... e attesa. Il corteo vuole passare lo stesso! E' chiaro quello che
succedera' di li a poco...
Allora cerco una posizione da dove poter
utilizzare al meglio la mia sola arma: una telecamera JVC-Digitale vecchio
modello...un'occhio elettronico che invece di sparare registra...un grande
fratello insaziabile di REALTA'...
E allora salgo su...come insegnano
telegiornali e giornalisti...le immagini dall'alto sono le migliori...domini
tutto...ed infatti eccoli tutti là...i giornalisti veri, quelli col tesserino
ufficiale che permette la distribuzione di informazione...mi aggrego a loro con
il mio tesserino che richiede e non permette...siamo tutti accalcati su
un'impalcatura, proprio in mezzo a dove si presume che iniziera' il
"macello"...la tensione cresce...anche tra di noi partono piccoli spintoni e
offese per ottenere il posto migliore...cosi come in strada...
BOOM...
BOOM... BOOM... ALLA CARICA!
Mandrie inferocite di bestie nere, verdi e blu
si lanciano contro un pannocchia di gomma e due simil scudi di plexiglass
grandezza Gulliver. A questo punto la confusione e' totale.
Lascio correre la
telecamera... tra i fumo dei lacrimogeni (lanciati a centinaia) e le lacrime che
ne seguono vedo scene agghiaccianti:
1) caschi blu in numero di almeno 20-30
per gruppo lanciarsi su singole persone "rimaste" a terra;
2) caschi neri
usare il fucile dalla parte del manico e lanciare "ovunque" ogni tipo di oggetto
che li capiti per le mani;
3) caschi verdi correre, picchiare, sparare...
SENZA NESSUN TIPO DI ORDINE. Picchiano anche dei "commissari della Digos" (cosi
poi ripeteranno anche alcuni giornali il giorno dopo);
4) manifestanti che
scappano a mani alzate rincorsi e picchiati da ogni dove.
Il tutto dura 20
minuti. Ogni tanto alzo gli occhi e l'occhio digitale alla piazza e da lontano
vedo la stessa scena ognidove. Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e
lacrimogeni che si lanciano selvaggiamente in mezzo alla folla. E' un'abbraccio
stretto e violento. Capisco immediatamente che questa volta il bilancio sara'
grosso, anche i giornalisti di stato e non accanto a me rimangono
allibiti.
Poi poco prima che tutto finisca mi sento una pietra arrivare
addosso, cosi come ad un ragazzo accanto a me...poi un legno, poi ancora pietre,
bottiglie... arriva di tutto...cazzo i manifestanti se la sono presa con
noi...
Mi sporgo e rimango senza parole, coscientemente colpito da una
verita' che creddevo impossibile...tra il fumo dei lacrimogeni non mi ero
accorto che il corteo era stato definitivamente spazzato via...la strada ora era
libera e i caschi dei vari colori (l'unica cosa che potevo facilmente
riconoscere tra le lacrime) non avevano più da lavorare...eh no...un folto
gruppo parte alla rincorsa dei manifestanti...un'altro, forse stanco di correre
ma con ancora energie e adrenalina da utilizzare, si gira verso di noi...ha
iniziato un'altra piccola guerra a senso unico...noi sdraiati per terra a
prendere pietre, legni e bottiglie...e loro a lanciare i suddetti
oggetti...quasi nessuno viene NON COLPITO!
Urliamo tutti, qualcuno tenta di
avvertire via cellulare qualcun'altro, qualcuno tenta di scendere e scappare
mostrando il tesserino (ma vedra' solo manganelli e calci), qualcun'altro chiede
pieta' invenendo di essere un giornalista.
Sono minuti lunghissimi, con il
cuore in gola. La paura non e' mai stata cosi forte...
Mi trovavo sotto un
fitto lancio di oggetti da parte delle "forze dell'ordine" ed io non potevo fare
niente!
Dopo 5 minuti finalmente i funzionari (non senza ricevere qualche
"manata") riescono a placare la loro "ciurma" premettendoci di scendere e di
salire sull'ambulanza...unico modo per uscire da quella gabbia.
Saliamo
speranzosi di poter raggiungere il piu' presto un computer e poter dare al
momento le incredibili immagini di violenza appena vissute...
ma l'avventura
non finisce qui...come ogni avventura che si rispetti le sorprese sono ad ogni
angolo.
L'ospedale e' peggio della piazza: "Forze dell'ordine"
ovunque!
Vedo alzare manganelli contro infermieri e dottori che chiedevano di
uscire almeno dal reparto...
Vedo gente strappata via con forza mentre veniva
medicata...
Vedo manganelli (all'incontrario e in mano a gente non in divisa)
volare contro gente sanguinante...ed in manette!
Vedo sbirri chiedere la
precedenza di cura a colleghi e giornalisti (anche se semplicemente contusi)
rispetto a ragazzi/e svenuti o grondanti di sangue.
Eppoi mi vedo strappare
io stesso dalle cure. Tento di spiegare la mia posizione:
"Io non sono stato
fermato, sono un giornalista! Sono venuto qua ad accompagnare un'altro
giornalista ferito"
Niente di niente, nemmeno con le "grida di colleghi di
stampa". Un manganello in testa ed un calcio nel di dietro e via dentro la
stanza della polizia... strapiena!
Tento di rispiegarmi, di farmi capire. Non
serve a niente! Non sentono niente! I miei capelli lunghi e il mio non tesserino
mi imprigionano 5 minuti dopo in una macchina con le sirene spiegate che si
diverte ad attraversare Napoli inchiodando e zizzagando...
"Non provare a
metterti la cintura", "Tanto voi la testa ce l'avete dura". Io riesco a
reggermi, il compagno, l'amico, la mia spalla accanto a me NO, e giu' che batte
a destra e a sinistra.
Alla caserma Raniero la scena è agghiacciante e ci
porta immediatamente alla realta': gente in ginocchio che guarda la parete,
maglietta alzata e via che ogni tanto parte il manganello.
Mentre guardo
attorno lo scenario mi sento spingere e tirare, un ragazzo in divisa tenta di
strapparmi la telecamera. Mi oppongo ma allo stesso tempo offro di lasciare lo
"strumento incriminato" in cambio di un foglio con la firma del "sequestro".
Tutto cio' mi viene negato mentre mi vedo portar via una prima cassetta e le due
batterie... SENZA NESSUN FOGLIO CHE LO PROVI. Allo stesso tempo un "ciccione" in
borghese mi prende a se "Ti seguiro io a te, aspetta di entrare nella stanza
delle torture".
Qualche istante dopo mi trovo dentro una bagno piccolo con
quattro della Digos. "Spogliati meda comunista" "Tira fuori tutto dalle tasche,
figlio di puttana" "..."
Come viene fuori una seconda cassetta nemmeno me ne
accorgo che mi arriva un ceffone in pieno volto, poi un calcio nello stomaco e
SBANG... viene chiusa la porta. Partono insulti e minacce di ogni tipo, io mi
difendo con la sola parola.
"Lo sai che non puoi prendermi senza denuncia
quella cassetta", non faccio neanche in tempo a finire che parte una nuova
sequela di calci, pugni e offese di ogni genere. Tento di parare il piu'
possibile, ma contro quattro e schiacciato in un'angolo non e' facile. Mi sento
stritolare i "cog...ni" e poi la faccia che mi viene schiacciata dentro un
lavandino pieno di "piscio".
"Bevi bastardo, oppura affoga".
Eppoi giu'
calci e pugni, finche non mi trovo per terra ad urlare.
"Cosa fai, zitto!".
Una mano sulla bocca ed altri sei/sette calci non me gli toglie nessuno.
Da
fuori bussano: "Veloci che qua c'e' la fila".
Pochi altri calci e pugni e mi
viene intimidito di riprendere subito la roba e uscire...NEGANDO di aver visto
qualsiasi tipo di cassetta ovviamente.
Esco con la testa dolorante, la stanza
e' piena. "Contro il muro veloce, e senza appoggiarsi". Rimango in quella
posizione per ora, senza telefonare, senza fumare, senza parlare...ricevendo
solo offese, minacce ed accuse.
Sento altri che vengono picchiati. Saremo una
50ina, quasi tutti con qualche ferita vistosa, molti sanguinanti, alcuni che non
c'entravano nulla... erano all'ospedale per un'incidente o per salutare un'amico
e sono stati portati via anche loro...offesi e picchiati come zecche comuniste
anche loro...
Verso le 17, dopo 5 ore seduti l'atmosfera di colpo cambia...la
DIGOS scompare, le divise piu' giovani ed incandescenti vengono sotituite da
secondini o da "colleghi" piu' anziani...si capisce che e' arrivato l'ordine di
farci uscire...partono allora le foto segnaletiche e l'ennesima richiesta di
documenti...poi tutti in fila come pecore e piano piano...tre a tre, due a due,
uno a uno si esce...
verso le 19:30 siamo tutti fottutamente
LIBERI...
ovviamente senza videocassette, batterie, audiocassette e cellulari
(ad alcuni e' stato spaccato nella stanza delle torture).
Corro alla stazione
e la trovo piena di divise di ogni colore che al passare dei manifestanti che
tornano a casa non mancano di alzare il dito medio, di offendere o di battere il
manganello (fedelmente tenuto all'incontrario) sulla mano. Gli risponde un coro
di applausi e "Vergona".
Finalmente si parte...mentre io mi faccio raccontare
tutte le altre violenze e gli altri sopprusi delle "Forze
dell'ordine".
Dopotutto era una questione di ordine pubblico e tutto si puo'
in questi casi...tutto quello che giornali e telegiornali hanno raccontato o
fatto vedere e' concesso no?
con questo me ne vado evitando di dover dare
spiegazioni o valutazioni...tutt'al piu' rimando al "network" per cui anche
questa volta ho tentato di lavorare per raccontare la verita', o almeno una sua
parte.
Da qui in studio e' tutto a voi la linea...
A. C.
Sono arrivato con il treno speciale dal sud per partecipare
al corteo di sabato 17 aprile a Napoli.
Intorno alle 12.00 mi trovavo in
prossimità della testa del corteo, a piazza Municipio, quando si sono verificati
i tafferugli tra manifestanti e polizia e carabinieri, schierati dal lato di via
Leoncavallo.
Finiti gli scontri, ho visto uno schieramento di carabinieri
venire in giù da quel lato con l'intento palese di caricare i manifestanti che
si trovavano in piazza Municipio, dirigendosi in particolare verso lo spezzone
dei lavoratori aderenti alla Confederazione Cobas. Ho iniziato a correre assieme
ad altre persone, quando mi sono reso conto che anche dal lato del Maschio
Angioino stava partendo una seconda carica, ad opera di agenti di polizia.
Le
due cariche chiudevano quindi ad angolo retto, con una manovra a tenaglia, i
manifestanti. Questi, in fuga da entrambi i lati, sono finiti gli uni sugli
altri, e a terra pesantemente picchiati da poliziotti e carabinieri.
Mi
trovavo in questo groviglio umano quando sono stato colpito al braccio, sulla
testa e sulla schiena, verosimilmente dal moschetto di un carabiniere. Sono
riuscito ad alzarmi e a correre verso corso Umberto, zigzagando tra poliziotti e
carabinieri che mi colpivano ancora quando passavo vicino a loro.
Malgrado la
gravità della ferita alla testa, che ha iniziato a sanguinare copiosamente, non
ho perso conoscenza, rimanendo anzi perfettamente lucido (il colpo
fortunatamente aveva solo lacerato il cuoio capelluto). Ho così potuto rendermi
conto di quanto stava avvenendo: da una traversa dal lato del mare è sbucato un
plotone di finanzieri, mentre da piazza municipio giungevano mezzi blindati
della PS. Gli agenti si muovevano in perfetta sincronia e con estrema rapidità,
obbedendo evidentemente ad ordini precisi e sotto una sapiente regia. Il corteo
a quel punto non esisteva già più, ed i manifestanti provavano ad allontanarsi
in ogni direzione, ma i vari reparti si affrettavano a bloccare tutte le vie di
fuga. Ho visto molti manifestanti, soprattutto giovani, che non sapevano più
cosa fare o dove andare, molti hanno alzato le mani per evitare il
peggio.
Sono riuscito ad allontanarmi senza subire altri attacchi, trovandomi
sulla via del mare. Lì sono stato soccorso da un'ambulanza che mi ha condotto
all'ospedale Ascalesi. I medici mi hanno dato due punti sulla ferita alla testa,
dichiarandomi guaribile in sette giorni.
Nell'ospedale sono giunti anche
agenti in borghese della PS. Mi hanno chiesto il documento e lo hanno
trattenuto, assieme alla mia copia del referto medico. Gli agenti si muovevano
nel pronto soccorso come fossero a casa loro, senza modi bruschi, ma ostacolando
visibilmente con la loro presenza l'opera dei medici, che hanno provato invano a
protestare.
Sempre all'ospedale, sono poi stato condotto in una stanza dove
si trovavano due agenti in borghese, un uomo e una donna. Ho rilasciato le mie
generalità più una brevissima dichiarazione, dattiloscritta, in cui dichiaravo
di essere stato colpito nelle cariche in piazza Municipio. Un terzo agente,
quello che mi aveva condotto nella stanza, mi ha anche perquisito, ma nessun
verbale di perquisizione è stato stilato, né mi è stata rilasciata copia del
verbale steso dall'altro agente.
Dall'ospedale sono stato quindi condotto
alla caserma PS "Raniero". Qui ho trovato, in uno stanzone, circa settanta
persone, anch'esse ferite, condotte da diversi ospedali. Per alcuni, feriti in
modo più grave, è stato necessario chiamare un'ambulanza. C'erano molti agenti
di PS in divisa ed alcuni in borghese. La gran parte delle persone era seduta a
terra lungo i muri della stanza, e anche a me è stato detto di sedere a terra
(mi è stato poi riferito che, ai fermati che erano giunti per primi, era stato
intimato di stare in ginocchio con le mani dietro la testa). Un agente in
borghese, con modi bruschi, mi ha chiesto di spegnere il cellulare, dopo averne
smontato e rimontato la batteria. Gli agenti che mi avevano condotto lì mi hanno
restituito il documento d'identità ma non il referto dell'ospedale, che non ho
più riavuto.
Saranno state circa le 14.00 o le 14.30 (mi sono reso conto di
non avere più l'orologio, saltato col colpo al braccio). Inizia una lunga
attesa, sempre seduti per terra. Il clima era di nervosismo, alcuni agenti
provocavano i fermati, non si poteva fumare, non ci si poteva alzare, i
cellulari dovevano stare spenti. Ho chiesto di andare al bagno e mi è stato
negato in malo modo da un agente in divisa. Mi sono quindi dovuto rivolgere ad
un ufficiale in divisa, la cui presenza sembrava garantire un minimo di rispetto
delle elementari regole della convivenza civile.
Nel frattempo si procedeva
alla perquisizione dei fermati, operazione che ha richiesto alcune ore. I
fermati venivano condotti in bagno da agenti in borghese con guanti di gomma,
che procedevano alla perquisizione, facendo spogliare le persone.
Più tardi
(saranno state le 17.30) il clima si stemperava alquanto, si poteva stare in
piedi, fumare e usare i cellulari. Mentre si effettuavano le ultime
perquisizioni, chi era già stato perquisito veniva fotografato di fronte e di
profilo e passava dall'altra parte della stanza (divisa nel frattempo in due da
una fila di tavoli). Qui si attendeva per firmare verbali e sbrigare altre
formalità (ho assistito anche alla scena di una ragazza che non voleva firmare
un verbale, minacciata di essere condotta in questura se non avesse
firmato).
Quando è giunto il mio turno gli agenti si sono resi conto di
essersi dimenticati di perquisirmi. Sono stato condotto nel famoso bagno dove ho
dovuto togliere pantaloni e mutande. Infine ho firmato anch'io il verbale di
perquisizione, di esito negativo.
Intorno alle 19.30 potevo finalmente
lasciare la caserma, tra gli ultimi (dentro restavano ancora circa dieci
persone).
P.G.
Ero alla manifestazione per il piacere del sociale e la
passione per la fotografia. Quando a piazza Municipio hanno cominciato a
caricare io mi sono messo da parte verso il McDonald's. Mi chiama sul cellulare
un'amica, mi dice di aver subito un pestaggio, l'hanno colpita in testa, piange,
è sotto shock. La raggiungo al molo Beverello, fermo un'ambulanza che passa e
saliamo, ci sono già altri due ragazzi sanguinanti. Arriviamo al Nuovo
Pellegrini a Capodichino.
Mentre sottopongono la mia amica ad accertamenti
clinici mi viene voglia di fumare una sigaretta, ma un poliziotto in divisa mi
dice che non posso uscire dall'ospedale perché sono un manifestante: ho capito
di essere in trappola. Per poter uscire a fumare gli ho dovuto lasciare i
documenti
In realtà dovevo telefonare al mio datore di lavoro per spiegargli
che non mi potevo muovere: sono riuscito a telefonargli, a spiegare e ad essere
compreso in quel momento. Però domenica, il giorno dopo, il mio datore di lavoro
mi ha raccomandato di non partecipare più a "tali incontri" perché altrimenti
rischio di perdere il lavoro!
Finita la visita ci hanno portati con una
volante alla caserma di polizia "Raniero" presso piazza Carlo III. Appena
entrati il benvenuto è stato l'insulto da parte degli agenti: "Questa chiavica"
(a me) e "questa cessa" (alla mia amica). Stavamo al piano terra, c'era una
grande porta d'entrata blu, uno stanzone con molte sedie accatastate una
sull'altra, con 70-80 persone in stato pietoso, che a malapena si reggevano in
piedi. Si sono avvicinati due uomini in borghese che mi hanno chiesto di dove
ero, io ho risposto che sono di Napoli, poi mi hanno chiesto che ora era. Io non
porto orologio, è ormai da due anni un gesto automatico guardare l'orario sul
mio telefonino, e così faccio purtroppo anche stavolta: c'è un attimo di panico
tra loro, uno mi si avventa contro, accusandomi di stare "registrando", mi
prende il cellulare lo apre con violenza prima di restituirmelo. Uno di loro mi
chiede se ero già stato perquisito, io rispondo di no e lui mi ha invitato a
seguirlo. Sono entrato in un bagno schifoso sporco pieno di oggetti sul
pavimento (rollini schiacciati, cappelli). Avevo tre agenti in borghese davanti
a me, ho visto la porta chiudersi. Gli agenti non sapevano parlare in italiano,
mi hanno ordinato di svuotare le tasche, avevo un pacchetto di sigarette, un
accendino e un copri-obiettivo. Ho appoggiato queste cose sul lavandino e subito
sono partiti degli schiaffi da parte di un agente. Ho cercato di proteggermi
chiudendomi in un angolo della stanza e coprendomi . Si è avvicinato un secondo
agente che mi ha sferrato un pugno in bocca gridando: "Comunista di
merda!".
Poi hanno aperto il mio zaino, lo zaino, il mio zaino ce l'ho sempre
con me... Da lì hanno tirato fuori il cellulare che è stato buttato a terra e
schiacciato sotto i piedi. Li ho pregati di fermarsi ma la risposta è stata un
altro calcio sulla gamba. Poi hanno tirato fuori la mia macchina fotografica,
comprata 11 giorni fa e della quale devo ancora pagare 11 rate, e ormai in
lacrime li ho pregati di non farlo: l'agente ha raccolto la macchina da terra (o
quello che ne restava) e l'ha buttata nella latrina. Poi è ritornato il secondo
agente (quello del pugno) e mi ha chiamato: "Frocio, bastardo, me la scopo io la
tua donna! Anzi no, sicuramente ha le malattie" e mi ha dato un pugno
nell'occhio sinistro.
Mi hanno ordinato di spogliarmi, mi hanno fatto mettere
"a pecora" per vedere se nel "culo" avevo qualcosa. Uno ha preso tutti i miei
vestiti e li ha buttati nell'orinatoio.
Tutti gli oggetti rotti sono stati
rimessi nello zaino dall'agente, che mi ha chiesto di controllare se c'era
tutto. Poi mi ha ordinato di rivestirmi, ho messo i vestiti nello zaino, mi sono
rivestito in modo confuso. Mentre uno di loro mi accompagnava fuori con la mano
dietro la schiena, un altro mi apriva la porta ed il terzo mi ha messo lo
sgambetto. Questo terzo agente era quello che durante il pestaggio mi provocava
dicendomi: "Guarda come ti guarda male" e mentre lo diceva un altro mi
schiaffeggiava.
Poi sono tornato nello stanzone con tutti gli altri, e dopo
altre tre ore seduti a terra e schiena al muro mi hanno fatto delle foto.
Ho
notato un cambiamento nell'aria quando sono entrate delle persone nuove, forse
altri funzionari. Quando ho dovuto firmare il verbale di sequestro mi hanno
chiesto chi mi avesse fatto la perquisizione, ma quei tre agenti sono scomparsi
appena arrivati questi nuovi.
Dovevo urinare e mi hanno accompagnato in
bagno. Ho chiesto che perlomeno qui potessi essere lasciato solo, ma l'agente mi
ha risposto di no: aveva paura che io mi suicidassi.
G. N.
Sono un ragazzo venuto a Napoli sabato 17 marzo con il
treno speciale del sud per partecipare alla manifestazione contro il Global
Forum. A piazza Municipio, quando è iniziato il fronteggiamento tra manifestanti
e forze dell'ordine a cui sono poi seguiti i violenti scontri, io mi trovavo
nella parte della piazza di fronte al Maschio Angioino, lontano dagli scontri
che ancora coinvolgevano solo la testa del corteo, quando sono strato colpito
alla testa da un oggetto. Stordito, mi sono ritrovato fuori dalla folla e
soccorso da un ambulanza che mi ha portato al pronto soccorso presidiato dalla
polizia. Non ho ricevuto nessuna cura per la ferita riportata alla testa, e dopo
mezz'ora sono stato condotto con una volante, assieme ad un altro ragazzo
napoletano, in una caserma della polizia di stato.
Arrivato in caserma prima
di entrare c'erano degli agenti in divisa e in borghese che mi hanno insultato e
sputato di sopra. Poi assieme ad altri ragazzi e ragazze ci hanno fatto
inginocchiare con le mani dietro la schiena dentro uno stanzone della caserma, e
qui siamo stati colpiti con calci e pugni alle spalle. Gli agenti ci impedivano
di guardarli, minacciandoci e colpendoci ancora. Poi siamo stati condotti uno ad
uno in uno stanzino (il bagno) dove io sono stato spogliato e perquisito.
Durante la perquisizione gli agenti (nel numero di cinque) mi hanno picchiato
selvaggiamente: calci, pugni, ginocchiate, gomitate e sputi mi hanno colpito in
ogni parte del corpo ed in particolare al volto, alle gambe, ai testicoli e allo
stomaco con una gomitata che mi ha lasciato senza respiro. Non contenti hanno
pure urinato sul mio giubbotto. Inoltre hanno danneggiato alcuni mie oggetti
personali, rotto il mio telefono cellulare e strappato i miei soldi. Di questa
"perquisizione" non è stato fatto nessun verbale. Il verbale di perquisizione è
stato fatto solo cinque ore dopo il pestaggio, ed era relativo ad una nuovo
controllo molto sommario e puramente formale. Sono stato rilasciato intorno alle
19:00 pieno di lividi e tanta rabbia. Voglio aggiungere che lo stanzone dove mi
hanno condotto con tutti gli altri fermati (un centinaio), dove si è verificato
il primo pestaggio, era provvisto di diverse telecamere (ne ho viste almeno
quattro). Io mi chiedo se esistono filmati che documentano quello che io e tanti
altri ragazzi e ragazze abbiamo subito, e se saranno mai resi pubblici.
B. I.
Ho 19 anni. Sono entrata in piazza Municipio ballando e
sono andata verso i giardinetti sotto il Maschio Angioino. Dopo circa 10 minuti
ho visto dei ragazzi correre verso il porto e verso di me, mi sono voltata
indietro e ho visto i finanzieri in assetto antisommossa avanzare nella mia
direzione. Non sapevo dove andare, sono corsa sui giardinetti e sono arrivata
vicino alla ringhiera del fossato del castello con le mani alzate. L'aria era
irrespirabile per il fumo dei lacrimogeni, mi sono girata verso il porto ed ho
alzato il foulard.
Non ho fatto il tempo a vedere l'oggetto, il lacrimogeno
che mi ha colpita, sono caduta a terra in ginocchio e non ho visto più niente:
credo di aver perso conoscenza. Poi mi sono rialzata, sono tornata verso la
ringhiera, mi sono accorta di sanguinare, ho sentito che mi dicevano "stai
calma, appoggiati qui!" Mi hanno detto che avevo bisogno di punti, che dovevo
andare all'ospedale. Così sono andata verso il porto, il passaggio era chiuso da
un cordone, anzi, da almeno 5 file di agenti, non ricordo se di polizia o
carabinieri, ho chiesto a loro di poter passare, ero sanguinante e a braccia
alzate ma loro mi hanno detto "Puttana vai via!".
Poi finalmente sono
riuscita (non so come) a raggiungere un'ambulanza. Dentro eravamo ammassate in
10 persone, ci hanno portati all'ospedale Loreto Mare. Un'infermiera mi ha
detto: "Perché non sei a scuola, cosa t'insegnano a scuola?" Io ho risposto che
ha scuola mi insegnano a lottare per la libertà, e che quella mattina l'avevo
fatto e che perciò ero finita all'ospedale.
Sono stata medicata. Quattro
punti sopra l'occhio senza anestesia, ma dovevo averne almeno sei di punti. Poi
mi hanno detto di passare al drappello di polizia dell'ospedale per ritirare il
referto. Lì un poliziotto mi ha detto di seguirlo, io mi sono chiusa in bagno,
ho avuto paura, ho pensato ma perché devo continuare ad essere scortata da
questo poliziotto anzicchè poter prendere un taxi? L'agente mi ha aspettata
fuori la porta e mi ha portata alla volante che era fuori. Hanno acceso le
sirene e mi hanno portata, con altre due persone, alla caserma di polizia
Raniero. Appena arrivati mi hanno tirato fuori dalla macchina, mi hanno spinto,
sputato in faccia ed insultata ("zingara, stronza comunista, troia"). Io
camminavo con le mani dietro la nuca.
C'erano molti poliziotti fuori alla
porta dello stanzone e fuori alla caserma. Mi hanno spinto all'interno. Era uno
stanzone molto grande con tante sedie: sento un agente che dice: "spostiamo le
sedie altrimenti 'questi' ce le buttano addosso". Eravamo solo quattro persone e
minimo 20 agenti. Eravamo tra i primi "arrivati".
Mi hanno spinto in fondo
allo stanzone e mi hanno intimato di inginocchiarmi. Siamo stati faccia al muro
per circa 10 minuti con le mani dietro la nuca, inginocchiati. Mi hanno chiesto
i documenti: ho risposto che per paura di perderli non li avevo portati. Ho dato
le mie generalità, l'agente mi ha chiesto più volte come si scrivesse il mio
nome, io ho appena girato la testa automaticamente che ho ricevuto una pesante
sberla. Stavo ancora inginocchiata quando hanno cominciato a picchiarmi, a
picchiarci tutti, mi hanno presa a calci sulla schiena, sui reni, sul sedere. Ci
insultavano, a me hanno detto "Guarda 'sta troia, se almeno ci facesse scopare
servirebbe a qualcosa".
Poi mi hanno fatta alzare e portata nel bagno.
L'agente donna che doveva farmi la perquisizione aveva chiuso la porta, ma da
fuori invece l'hanno bloccata dicendo "Lascia aperto qui dentro ci
puzza!".
Mi ha fatta spogliare: si è presa i lacci, un fermacapelli, la
cintura, tutti i volantini che avevo. Tutto ciò a porte aperte. Mi hanno
strappato la macchina fotografica. Hanno distrutto il rollino e mi hanno rotto
la macchina fotografica.
Mi hanno riportata fuori nello stanzone. Mi hanno
fatta sedere per terra spalle al muro a me ed agli altri, in fondo allo
stanzone. Alle 18.00 mi hanno fatto delle foto segnaletiche e dopo circa
mezz'ora ho firmato il verbale di perquisizione.
G. C.
Ero con quattro amici, tra cui due quindicenni, a piazza
Municipio sul lato del porto. Dopo le prime cariche volevamo andare via, ma la
piazza era chiusa da ogni lato, così abbiamo chiesto come fare ai carabinieri
eabbiamo seguito le loro disposizioni. Ci hanno fatto sedere ma poi hanno
cominciato a manganellarci allora siamo riusciti ad alzarci e ad allontanarci.
Alla confluenza da via Medina veniva però contro di noi un'altra carica e siamo
stati costretti a passarci in mezzo. Ho visto persone colpite gratuitamente e a
freddo, una ragazza è stata colpita alla testa mentre beveva ad una fontana. Noi
siamo riusciti a passare in mezzo con le mani alzate mentre gli agenti ci
urlavano "bastardi vi uccidiamo tutti!". Siamo scesi a via Marina. Avevamo ormai
perso due dei nostri amici, e noi tre, io, un'amica che ha poco più di vent'anni
ed il suo fratellino di 15 anni, siamo andati con l'autoambulanza all'ospedale
Ascalesi. Il ragazzino infatti era ferito alla testa ed è stato ricoverato,
anche noi eravamo feriti, io alla testa, ma in modo più lieve. Per fortuna la
mia amica ha fatto in tempo ad avvertire i genitori di venire all'ospedale dal
fratello: infatti noi siamo stati portati via da lì senza che nessuno ci
comunicasse che eravamo in stato di fermo.
Ci hanno portati alla caserma di
polizia Raniero, dove ci hanno identificati, perquisiti e fotografati tutti.
C'era un sacco di gente ferita e buttata a terra in uno stanzone. Gli agenti ci
dicevano: "Qua tutti dicono che non hanno fatto niente, ma 9 su 10 di voi son
teste calde e sono colpevoli!". Si accanivano in particolare contro i ragazzi
stranieri e contro le ragazze. Agli stranieri dicevano di tutto pensando di non
essere capiti, io per esempio li ho sentiti dire vicino ad un gruppo di loro:
"Questi sono come la mucca pazza dovremo sterminarli tutti".
Le perquisizioni
le facevano agenti in borghese. Le ragazze subivano le perquisizioni nude con
flessioni. Quando andavano a farsi perquisire le ragazze, c'erano battute e
commenti ingiuriosi e umilianti da parte dei poliziotti, che peraltro erano
apertamente provocati in questo senso proprio dall'agente donna con camicia
celeste e guanti di lattice che doveva perquisirle. Ad esempio diceva rivolta ai
colleghi uomini: "Questa ti piacerebbe perquisirla tu, eh?". Io per discrezione
non ho chiesto niente alle ragazze che tornavano dal bagno dopo al
perquisizione, ma tutte tornavano evidentemente sconvolte. Una ragazza mi ha
confessato a bassa voce: "Avrei preferito essere stuprata".
Del resto anche
a me, che non vedevo l'ora di andarmene e che per velocizzare la pratica ho
chiesto di essere perquisito presto, la stessa poliziotta ha detto: "Vuoi che ti
perquisisca io?"
Prima della perquisizione un poliziotto mi ha detto "Se non
troviamo oggetti contundenti non ci sono problemi", ed io: "A meno che le chiavi
di casa non siano oggetti contundenti…" E la poliziotta (sempre la stessa),
rivolta a me e a tutti gli altri: "Ma io se fossi in voi le chiavi di casa le
butterei proprio…"
Io, forse per la mia aria "perbene", ero tra i pochi
"privilegiati" a cui era consentito di stare in piedi, e non seduto a terra
schiena al muro. Alcuni poliziotti mi rivolgevano la parola: "Così un'altra
volta non ci andate in piazza a manifestare!" Io ho risposto che manifestare in
Italia è un diritto, ma loro mi rispondevano: "Ma voi vi fate manipolare, siete
solo dei burattini!" E questa "tesi" l'hanno ribadita più volte…
M. T.
Eravamo, io ed i miei amici, dietro al camion di Rifondazione
Comunista all'altezza dei lavori della metropolitana a piazza Municipio, quando
sono partite 2 cariche, una davanti ed una dietro di noi. Ci siamo trovati in un
gruppo di circa cinquanta persone a terra, con le mani alzate, che venivano
manganellate dai poliziotti. Finita la carica volevo soccorrere un ragazzo che
aveva un grosso e profondo buco nel polpaccio, era stato colpito da una scheggia
che era ancora conficcata nella carne, aiutando l'infermiere che già era
all'opera in quelle precarie condizioni ad estrarla. Mi è arrivata però sul
cellulare un'allarmante telefonata di mio fratello, che mi dice di raggiungerlo
al molo Beverello perché ha la testa spaccata. La strada era vuota, le cariche
erano ormai terminate, ma circa 20 carabinieri ci circondano, ci insultano, ci
colpiscono con i manganelli al contrario (i segni che ci hanno lasciato sono a
strisce) e ci prendono a calci sulle gambe, in particolare colpiscono Gianluca
col calcio del fucile sul ginocchio. Poi arriva uno che sembra il "capo", che
gli dice di smettere. L'altro nostro amico, Francesco, che era rimasto poco più
indietro, viene afferrato dalla maglia da un carabiniere, che lo trascina
indietro e gli dà un cazzotto in bocca, poi da dietro arrivano altri quattro o
cinque carabinieri brandendo minacciosamente i fucili, e lo colpiscono alla
schiena, prima che riesca a fuggire.
Intanto io e Gianluca finalmente
riusciamo a raggiungere il molo Beverello, e troviamo mio fratello con tutta la
maglia sporca di sangue, che appena mi vede mi butta le braccia al collo e
scoppia in lacrime. E' sconvolto. Arriva l'ambulanza, saliamo io e mio fratello
insieme ad un ragazzo e una ragazza, e ci portano a Capodichino, al Nuovo
Pellegrini. Lì ci hanno medicato e refertato, io "solo" per contusioni varie,
mentre a mio fratello, che era in stato confusionale per il trauma cranico,
hanno fatto 2 TAC. Poi ci hanno messo in una volante e portati tutti alla
Caserma di polizia Raniero, dove siamo arrivati verso le 14.30. Nella stanzone
c'erano poliziotti in divisa e parecchie persone buttate a terra, tutte ferite:
ne ho contate una sessantina. Forse era la mensa della caserma, perché ad un
ragazzo ferito, coperto di sangue, che si appoggiava ad un tavolo, un poliziotto
ha detto: "pezzo di merda alzati, che qui io ci mangio!".
A tutti appena
arrivati hanno detto "Togliete le schede ai telefonini perché non potete
telefonare a NESSUNO". E infatti non hanno permesso a nessuno di contattare
avvocati o familiari. Anche ad una ragazza che stava malissimo, aveva forti
dolori alla schiena, ed ha chiesto di telefonare all'ospedale, hanno detto di
no. Poi arriva uno inn borghese, comincia ad insultarmi e mi dice: "Perché le
bombe non le vai a mettere sotto ai portoni dei camorristi di Battipaglia!" Io
ho risposto che le bombe non le metto, allora è arrivato uno che tutti
chiamavano "dottore" e inizia a pigliarmi a schiaffi dicendomi con forte cadenza
dialettale: "Statti zitto, perché se no tu da qua non esci!". Mio fratello ha
cercato di calmarmi perché ero fuori di me dalla rabbia.
Tutti stavano male,
vicino a me c'era una ragazza ferita all'orecchio, che mi ha chiesto aiuto per
sedersi perché da sola non era in grado di muoversi.
Molti ci hanno detto di
essere stati pestati anche durante la perquisizione in bagno, a qualcuno hanno
sbattuto la testa sul lavandino, e lì rompevano i cellulari e strappavano i
soldi dei/lle perquisiti/e: a me per fortuna non è successo.
Un ragazzo di
circa 18 anni si lamentava del fatto che gli avevano sottratto e non più
restituito il documento di riconoscimento. Io per fortuna non l'avevo con me.
Alla fine del pomeriggio nello stanzone eravamo almeno 75 persone. Ci hanno
tenuti lì fino alle 19.00, poi ci hanno fatto uscire dopo averci fotografato,
come avevano fatto con tutti.
G. C.
Il giorno 17 mi trovavo a Napoli con i miei amici per
partecipare pacificamente alla manifestazione "NO GLOBAL FORUM".
Il corteo,
partito da Piazza Garibaldi, giunto all'altezza di Piazza Municipio si fermava
davanti ai cordoni delle Forze dell'ordine. A causa delle cariche da parte delle
Forze di polizia, per proteggermi dai tumulti, dai lacrimogeni e dalle pressioni
della folla saltavo la recinzione del cantiere dei lavori in Piazza Municipio.
Una volta qui, attorno alle 12.30, mi vedevo costretto a lasciare questo
posto a causa degli innumerevoli lacrimogeni lanciatici contro dalle Forze
dell'ordine e, per proteggermi, mi allontanavo dalla Piazza percorrendo a
ritroso il percorso fatto dal corteo, pensando, di trovare libera la strada e di
lasciarmi alle spalle i violenti scontri. In realtà, questo avrebbe dovuto
essere quello che normalmente accade in qualsiasi manifestazione: il "ritorno"
è, di regola, la via d'uscita per chi decide di tornare indietro, soprattutto
quando la situazione degenera e diventa impossibile tollerare la calca. Quel
giorno, invece, non c'era per i manifestanti via d'uscita. Il corteo veniva
letteralmente chiuso ed accerchiato.
La Polizia aveva infatti sbarrato Via De
Pretis, nella quale mi trovavo, e la Guardia di Finanza aveva creato un cordone
che bloccava gli accessi ai vicoli verso Via Marina.
Io, di preciso, mi
trovavo da solo, completamente disarmato e inoffensivo, sul marciapiede opposto
a quello dove si era schierata la Guardia di Finanza e camminavo lungo il muro
con le meni alzate. All'improvviso dapprima un agente della G.d.F., poi altri
cinque si sono messi a correre verso di me.
Sorpreso dall'azione, mi fermavo
gridando: "Sto cercando di andare via!", pensando che, considerando il fatto che
fossi da solo, inoffensivo, lontano dagli scontri e dalla calca, in un momento
di reale tranquillità nella strada, gli stessi non avrebbero usato la violenza
nei miei confronti.
I miei pensieri erano di nuovo sbagliati.
Si buttavano
addosso a me e mi colpivano violentemente con manganellate e calci su tutto il
corpo e lo facevano tutti e sei contemporaneamente. Resistevo a questo attacco
per pochi secondi, continuando ancora a gridare loro di fermarsi sperando che lo
facessero, fin quando, comprendendo che non si sarebbero arrestati se non quando
fossi crollato a terra, d'impulso, spingendo l'agente che mi picchiava dalla
destra scappavo dentro uno dei vicoli che vanno verso Via Medina rincorso ancora
dagli agenti.
Arrivato qui, mi trovavo alle spalle di una carica da parte del
corpo della Guardia di Finanza nei confronti dei manifestanti ed ero costretto a
passarci in mezzo. Per questo "accesso" ricevevo ancora ingiustificatamente
altre manganellate.
Finalmente raggiunta Via Medina mi dirigevo alla facoltà
di Architettura innanzi la quale incontravo fortunatamente un amico che, viste
le mie pessime condizioni fisiche mi dava i primi soccorsi e mi accompagnava al
Pronto soccorso dell'Ospedale dei Pellegrini. Avevo il volto gonfio e tumefatto,
le mani sanguinanti, il piede sinistro dolorante e sanguinante e la schiena
completamente indolenzita.
Al Pellegrini venivo "refertato" dai medici del
Pronto soccorso che mi medicavano e, dopo avermi visitato, mi sottoponevano ad
una radiografia al volto, avendo un vistoso trauma all'occhio
sinistro.
Nell'attesa per detta radiografia, io e il mio amico, insieme agli
altri manifestanti venivamo di continuo fatto oggetto di scherno, offese e
minacce da parte di due agenti delle Forze di Polizia, in attesa anch'essi di
essere visitati. Tutto questo accadeva mentre eravamo ancora costretti a subire
la pressione e la vigilanza degli agenti della DIGOS che "scortavano" noi
manifestanti. Questi, disturbando il lavoro del radiologo, premevano i sanitari
affinché i loro colleghi venissero visitati prima di noi ragazzi, non
rispettando l'ordine degli arrivi al Pronto soccorso, pur non avendo gli agenti
ferite tali da giustificare priorità. A causa delle mie proteste verso questo
tipo di comportamento e minacciando denunce di omissione di soccorso, i sanitari
ci assicuravano che tutto si sarebbe svolto regolarmente.
Eseguita la
radiografia venivo ancora una volta scortato da un agente della DIGOS che mi
accompagnava dal medico del Pronto soccorso, il quale a sua volta mi rilasciava
il referto.
Una volta fatto anche questo passaggio, venivo poi accompagnato
assieme al mio amico, e sotto scorta, verso gli uffici della P.G. dell'ospedale
per la dichiarazione d'entrata. Tutto questo accadeva attorno alle
14.
Nell'ufficio, fatto accomodare, rilasciavo ancora una volta le mie
generalità e messo in attesa per la dovuta dichiarazione. A causa della
prolungata e ingiustificata attesa, protestavo chiedendo spiegazioni. Alle mie
legittime e inoffensive domande veniva risposto gridandomi ed ordinandomi di
stare zitto e sedere.
Intanto l'occhio mi faceva male ed io non riuscivo a
sopportare il dolore. Il dottore mi aveva prescritto l'assunzione di
antinfiammatori e di coprire costantemente il viso, che intanto era molto
gonfio, con del ghiaccio. A causa dei miei continui lamenti riuscivo a farmi
accompagnare al piano superiore, ove era la medicheria per farmi dare un po' di
ghiaccio. In questo passaggio il mio amico riusciva a lasciare l'ufficio di P.G.
nel quale io e tante altre persone eravamo confinati senza via d'uscita. Tutti
trattenuti, indebitamente, indistintamente ed ingiustificatamente, senza
distinguere tra manifestanti, accompagnatori e pazienti occasionali del Pronto
soccorso ed estranei alla manifestazione. Tutti dentro e basta.
Giunto sopra
chiedevo spiegazione al dottore su questa prassi insolita mentre gli agenti
della DIGOS tentavano di zittirmi e di riportarmi giù.
Senza ghiaccio e senza
le dovute medicine, senza spiegazioni venivo riaccompagnato giù.
Nel
frattempo il mio amico, compresa la situazione e che l'attesa sarebbe stata
molto lunga, una volta lasciato l'ospedale raggiungeva un avvocato e ritornava
al Pronto soccorso provvedendo anche a portarmi del ghiaccio preoccupato dallo
stato del mio occhio sinistro. Ma l'ingresso dell'ospedale era bloccato e gli
veniva rifiutato l'accesso nonostante la presenza di un legale.
Intanto io
all'interno e confinato giù al piano terra, attendevo che la situazione si
sbloccasse e, una volta rilasciata la dichiarazione, potessi finalmente andare
via. Qui, invece, nonostante il fatto che non vi fosse più nessuno per il
rilascio delle generalità, non veniva concesso né a me né agli altri di
rilasciare la dichiarazione. Stanco della ingiustificata attesa e degli scherni
della Polizia che ironizzava sul nostro stato, protestavo chiedendo una
spiegazione. Tutto questo per due lunghissime ore fino a quando un agente della
P.G. ci confidava che saremmo stati trasportati alla Questura.
La tanto
attesa dichiarazione non sarebbe avvenuta negli uffici di P.G. dell' ospedale
come dovuto e come affermato anche dai medici e dagli agenti al momento del mio
terzo ritorno in Pronto soccorso.
Ed infatti, verso le 16 arrivavano i
cellulari della Polizia per accompagnarci in Questura. Anche qui l'attesa, lunga
ed ingiustificata: un'ora fermi nel parcheggio del Pronto soccorso in attesa di
essere "trasportati". Intanto il ghiaccio portatomi dal mio amico per tamponare
il trauma all'occhio, ovviamente si scioglieva e, purtroppo bagnavo il pavimento
del cellulare. A causa di questo fastidio l'agente autista si accaniva contro di
me tentando di schiaffeggiarmi, fermato solo da un collega. Proprio questi che
era intervenuto in mio aiuto si lamentava poi al telefono a voce alta ed in modo
che tutti noi potessimo ascoltare, con un collega rimpiangendo di non aver
potuto percuotere nessun manifestante e compiacendosi, invece, con i risultati
dello stesso lasciandoci intendere che questi aveva usato parecchia violenza nei
confronti di noi manifestanti.
Finalmente trasportati in caserma, a Piazza
Carlo III, venivamo condotti ad una nuova attesa per la tanto auspicata
dichiarazione.
Dopo più di un'ora di attesa trascorsa completamente braccati,
impossibilitati a qualsiasi forma di comunicazione verso l'esterno e aggrediti
dagli agenti per ogni minima protesta e semplice spiegazione sulla procedura
venivo sottoposto a perquisizione, completamente denudato insieme agli altri in
bagno, e poi riportato nei corridoi per l'attesa, dove erano forti le lamentele
degli agenti che invece di perder tempo con noi avrebbero voluto tornare a
casa.
Fatta la perquisizione venivo infine schedato e fotografato prima di
essere rilasciato .
Dopo sei ore di lunga attesa siamo stati invitati tutti a
firmare il foglio di perquisizione, liquidati velocemente in pochissimi minuti,
accelerando i termini del rilascio, il tutto nella confusione generale.
Non
ho potuto rendere nessuna dichiarazione sull'accaduto della giornata e sugli
incompresi passaggi procedurali; sono stato trattenuto fino alle ore 19, fermato
ingiustificatamente per quasi un intero pomeriggio e poi rilasciato nella stessa
Piazza Carlo III da solo senza neppure conoscere la città.
C. D.
Ero a piazza Municipio, vicino all'area dei lavori per la
metropolitana, a scattare delle foto ed a cercare di aiutare dei ragazzi ad
uscire fuori da quella "trappola"che ormai era diventata la piazza intera. Ero a
mani alzate quando sono stata aggredita da otto celerini, un'agente donna della
digos ha cercato di evitare che continuassero a schiaffeggiarci. Poi mi hanno
trascinato per i capelli insultandomi "puttana, zoccola…!" e mi hanno dato tre
manganellate dietro le gambe, un cazzotto in testa e poi tutti e otto mi hanno
presa a schiaffi, pugni e calci. Poi è intervenuto un altro celerino che
chiamandomi nuovamente "zoccola" mi ha strappato la macchina fotografica, l'ha
schiacciata con i piedi, mi ha "lanciata" a un altro collega, ed hanno
continuato a picchiarmi insieme. E' intervenuto un signore di circa 50 anni che
ha cercato di difendermi ed ha impedito frapponedosi ad altri celerini di
avvicinarsi per partecipare al mio pestaggio. Allora sono riuscita a scappare
verso il porto (molo Beverello), sono entrata in un'agenzia di viaggi ed ho
chiamato un mio amico che è venuto a prendermi e mi ha portata all'ospedale dove
mi hanno refertato un trauma cranico. Dall'ospedale io, il mio amico ed altri
due ragazzi feriti, siamo stati portati con una macchina della polizia alla
Caserma di polizia Raniero, presso piazza Carlo III, dove siamo arrivati alle
14.30. Appena siamo entrati un uomo in borghese, elegante, ci ha detto "Bravi,
bravi, siamo noi quelli cattivi che vi abbiamo picchiato…adesso vedrete quello
che vi succede!". Gli agenti ci hanno insultato, a me hanno detto: "Ti squaglio
viva, puttana!". Poi hanno preso il mio amico e dopo aver insultato anche lui
l'hanno portato in bagno per perquisirlo. Si sentivano senza interruzione le sue
urla, ed è uscito dal bagno senza maglia, con le lacrime agli occhi, un occhio
viola, pestato a sangue in faccia, poi mi ha detto a bassa voce: "Mi hanno
picchiato e sfondato la macchina fotografica e il telefonino".
Poi un uomo in
borghese mi ha avvicinato al bagno per la perquisizione, io mi stavo sentedo
male per la paura di altre botte, una poliziotta voleva che entrassi mentre lì
c'erano ancora uomini nudi che aspettavano di essere perquisiti, ed io mi sono
rifiutata. L'agente donna mi ha risposto: "Tanto sei abituata a vedere uomini
nudi". Io ho insistito dicendo che mi dava fastidio e lei, rivolgendosi agli
altri poliziotti ha detto: "Vedete, le fanno addirittura schifo gli uomini,
poverina!". Poi è stata lei a perquisirmi, mi ha fatto fare le flessioni e mi ha
fatto la perquisizione rettale.
Nello stanzone eravamo in venticinque/trenta
persone, tutti più o meno feriti, seduti a terra con le spalle al muro, ogni
tanto i poliziotti entravano urlando "A terra, state zitti!". In caserma siamo
stati fino alle 18.30. Ho visto una ragazza che aveva dolori fortissimi alla
schiena e un altro ragazzo giovanissimo, di circa 17 anni, che ci ha raccontato
di essere stato anche lui picchiato in bagno.
Appena siamo entrati ci hanno
fatto firmare un foglio (?) e prima di uscire ci hanno fotografato tutti.
A
giorni di distanza ho ancora gli incubi, non dimenticherò mai quello che mi è
successo e quello che ho visto.
Niente mi potrà risarcire delle violenze non
solo fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche che ho subito.
U. F.
Stavo con lo striscione dei naturalisti, a piazza
Municipio, assolutamente disarmato. Ero nei pressi del fossato sui giardinetti
durante il bombardamento dei lacrimogeni con le mani alzate. Due carabinieri
hanno incominciato a picchiarmi, sono stato trascinato sotto l'arco e sono
rimasto per circa venti minuti senza soccorso. Mi hanno preso i documenti.
Mentre camminavo sottobraccio ad un carabiniere un altro mi ha dato cazzotto
nelle reni ed è salito con me sul cellulare. A piazza Municipio mi dicevano
"Devi morire stanotte nel letto", "Ti dobbiamo uccidere, bruciare, e le tue
ceneri le buttiamo nel cesso sperando che non si otturi". Ricordo che con me
c'era un ragazzo di Novara con il naso fratturato e un altro dell'Aquila
ammanettato che soffriva di cuore ed aveva una forte tachicardia. Finalmente
arriva l'ambulanza e siamo stati trasportati all'ospedale degli Incurabili. Mi
hanno messo punti in testa, inoltre avevo un dito che mi faceva molto male e
forti dolori al rene destro. Dopo mi hanno portato alla caserma di polizia
Raniero, mi hanno fatto spogliare nudo e mi hanno fatto la perquisizione anale.
Sono rimasto in caserma fino alle 19.30.
M. B.
Ero a piazza Municipio e sono stato caricato dallo
schieramento del lato del porto. Ho avuto una manganellata dietro alla testa
mentre fuggivo verso via Depretis, diversi poliziotti sono usciti
deliberatamente dal cordone e mi hanno colpito poi sono fuggito verso
l'ambulanza vicino al Mc Donalds. Quando mi hanno agggredito avevo le mani
alzate.
Durante il trasporto verso l'ospedale Loreto mare la Guardia di
finanza ha caricato l'ambulanza, bloccandola davanti malgrado 4 feriti gravi
dentro. Hanno manganellato il vetro davanti e i laterali.
All'ospedale mi
hanno visto due medici: il primo non mi ha fatto nulla ed è stato molto
superficiale; il secondo mi ha messo 3 punti. Ho avuto il referto e poi sono
andato al drappello dell'ospedale e dopo con altre tre persone siamo stati
portati alla caserma di polizia tra piazza Carlo III e P. zza G. B.Vico, la
Raniero.
Penso di esser stato nel II° "convoglio" arrivato in caserma. Mi
hanno fatto inginocchiare faccia al muro con le mani dietro la testa e mi hanno
perquisito in ginocchio; nel frattempo mi provocavano: "Ti è piaciuto tirare le
pietre ai colleghi…". "Che campi a fare; hai il giubbino pieno di pidocchi"
"Dovete stare qui a nostra disposizione, a quello che vogliamo fare. Non avete
diritti."
Mi hanno fatto sedere a terra malgrado ci fossero sedie vuote per
tutti. Avevo le gambe distese perché non mi sentivo bene. A quel punto è passato
un poliziotto che mi ha tirato un calcio negli stinchi intimandomi di ritirare
le gambe "guaglio' non stai a casa tua".
All'inizio non abbiamo avuto neanche
la possibilità di parlare, né di andare in bagno. Poi sono arrivati altri agenti
in borghese (ho pensato fossero superiori) e finalmente abbiamo potuto fumare ed
andare in bagno. E' scesa la tensione, poi mi hanno fatto le foto. Poi mi hanno
fatto il verbale e distanza di cinque ore dalla perquisizione e sono uscito. Ho
dovuto firmare un verbale di perquisizione che non ha nessuna attinenza con la
perquisizione.
Un compagno fermato
Vi scrivo solo perchè voglio lasciare
anch'io una piccola testimonianza sui fatti e soprattutto sui misfatti della
quarta giornata di Napoli, avendoli vissuti in prima persona e sulla mia pelle
benchè la mia esperienza non sia tra le più gravi.Voglio però premettere che
preferisco rimanere anonimo per motivi personali ma un po' anche perchè credo
che in casi come questi l'anonimato sia un piccolo modo per rappresentare tutti
quelli che hanno vissuto le stesse vicissitudini e dar così voce a sensazioni
più o meno comuni. La storia è simile infatti, da quanto ho potuto vedere e
capire.
Manifestanti del tutto pacifici e disarmati, alla ricerca di una
improbabile via di fuga, con le mani alzate colpiti alla spalle, portati
all'ospedale (io ci sono andato con le mie gambe visto che per fortuna potevo),
curati frettolosamente e poi deportati in questura. E qui è ora di passare al
particolare, alle mie emozioni, davvero brutte.
Mi chedevo che cosa ci
facevo lì, cosa sarebbe successo, cosa mi avrebbero fatto e quando sarei uscito.
In un misto di paura e rabbia, preoccupazione e disprezzo, poco dopo l'arrivo
una cosa mi è stata subito chiara: non dovevo in nessun modo dare ai poliziotti
la possibilità di parlare con me, dar adito ad una qualsiasi forma di
intimidazione o violenza psicologica (e non solo). Con tutta l'indifferenza
e la forza di cui disponevo in quel momento, ho raggiunto abbastanza bene il mio
scopo: non mi hanno quasi rivolto la parola, se non quando mi chiamavano per la
perquisizione, le foto, il verbale.
Volevo solo osservare e ascoltare per
cercare di capire cosa e come pensano; non ci sono riuscito, erano troppo
diversi da me. Il resto sono state ore intere ad aspettare non si sa cosa, ma
credo proprio niente.
A me insomma è andata fin troppo bene, e non solo
perchè le ferite non erano gravi. Mi interessava solo la mia dignità. A qualche
altro che ha cercato lo scontro verbale o semplicemente il dialogo è andata
peggio, sfottuto e ridicolizzato.Qualche guardia chiaramente si
divertiva.
L'odio cresceva. Volevano farci sentire in colpa per qualcosa che
non avevamo fatto.Non ci sono riusciti. La paura era passata, ero calmo, si
trattava di aspettare. Ma ancora non capivo che facevo in quel posto.
Qualche
giorno dopo ho capito che mi era andata ancora meglio di quanto credevo: ho
saputo che altri sono stati picchiati e perquisiti più accuratamente, ragazzi e
ragazze.
Non so se questa è repressione, semplice intimidazione o lo sfogo
di qualcuno che non ha trovato nella propria vita altro modo per sentirsi
uomo.
Una cosa è certa: pretendendo di mettere perfino le idee in stato di
fermo non si fa che aggravare e diffondere tensioni.
Per me è stata una
brutta esperienza da non dimenticare, ho capito cosa significa dire che l'odio
chiama odio e penso che forse ci vuole un po' più di attenzione nell'evitare di
tirarsi addosso la violenza che cova in spiriti repressi.
Nonostante tutto ho
trovato anche qualcosa di positivo in tutta la storia: mi riferisco all'affetto
dei compagni, mai come stavolta l'ho toccato con mano, è come se fossero stati
tutti con me.
M. N.
Ero in piazza Municipio, dal lato del McDonalds, accanto
al camion di Rifondazione con lo striscione dei giovani comunisti. C'è stata la
prima carica e ci siamo spostati in 5 verso i giardinetti della piazza. Sentendo
e vedendo i lacrimogeni, ci volevamo spostare di nuovo accanto al camion. In
quel punto abbiamo assistito ad una carica singolare: il camion di R.C. è stato
attaccato senza alcun motivo visto che c'era la musica ad alto volume e dei
ragazzi che ballavano.
Non si riusciva più a respirare e cercavamo di
raggiungere i giardinetti vicini al castello, sul lato della piazza dove c'è la
ringhiera. Avevo perso tutti i miei amici e mi sono recato verso lo schieramento
dei celerini al di là dell'arco, dove c'erano i furgoni con le grate alte. Ho
visto mio fratello e con lui sono ritornato verso la ringhiera che affaccia sul
fossato. La polizia avanzava anche sul prato laddove eravamo in un folto gruppo,
tutti con le mani alzate che imploravamo di non continuare con le
cariche.
Mano a mano tutti indietreggiavano ed un gruppo di poliziotti, con
molta foga, ci ordinava di sederci minacciando, altrimenti, di picchiarci.
Nonostante fossimo tutti a terra i ragazzi che chiudevano il cerchio del gruppo
che ci avevano fatto formare venivano manganellati. I manganelli erano girati
dalla parte del manico. Poi ci hanno fatto alzare di scatto e ci hanno detto:
"Andatevene, mo', sennò vi picchiamo!". Intanto continuava il lancio dei
lacrimogeni ad altezza uomo. Travolto dal gas, siccome soffro anche di asma, mi
sono accasciato a terra con il foulard sul volto per non inalare il gas. In quel
momento non vedevo niente, non respiravo bene e mi sono riparato accanto al
sottopassaggio all'altezza dei lavori della metropolitana. In quel momento un
poliziotto mi ha sferrato una manganellata nello stomaco e poi mi ha tirato per
il braccio con forza portandomi al centro della piazza dove stavano passando una
cinquantina di poliziotti. La prima cosa che mi hanno detto è stata:
"Arrestatelo!" e hanno cominciato a colpirmi per una decina di volte sulla
testa, sul collo, sulle spalle, sul braccio destro. Smesso di colpirmi mi hanno
messo le manette e allora ho fatto finta di svenire. A quel punto un poliziotto
ha detto: "questo non è svenuto, uccidiamo questo comunista". In quel momento,
però, probabilmente si è avvicinato un superiore che ha detto: "No, non
uccidiamolo qui a terra".
Il superiore mi ha sorretto il capo e un poliziotto
mi ha alzato le gambe e poi hanno chiamato un'ambulanza. Continuavo a non
reggermi in piedi. Nell'ambulanza c'erano altri cinque feriti. Intanto io stavo
a terra che sanguinavo e il poliziotto ha detto al superiore: "Stai attento che
puoi infettarti, potrebbe anche essere malato".
Alla fine mi hanno buttato,
sempre ammanettato, su di un sedile dell'ambulanza e li l'infermiere del 118 (o
il portantino, non so) ha urlato per farmi togliere le manette (che erano anche
strettissime). Al momento non si trovavano le chiavi giuste. Finalmente, poi, si
sono trovate, mi hanno tolto le manette ed hanno chiuso il portello della
vettura.
Arrivati all'altezza di via De Pretis una schiera di finanzieri ha
fermato l'ambulanza, cosicché l'infermiere dall'interno ha aperto il finestrino
sul lato sinistro dove ero seduto. C'erano anche altri feriti. A quel punto i
finanzieri hanno cercato di colpirci con i manganelli, ma l'infermiere è
riuscito a chiudere la finestra ed a ripartire.
Siamo arrivati al pronto
soccorso del Loreto Mare dove c'erano molti feriti. Soccorrevano prima i più
gravi ed io ho aspettato circa mezz'ora e poi mi hanno medicato e messo due
punti in testa senza anestesia, poi mi hanno visitato le spalle e mi hanno
riscontrato delle lesioni.
Poi un agente di polizia in borghese mi ha portato
al drappello di polizia per iniziare l'identificazione, ma continuavo a
sanguinare in testa per cui ho chiesto di tornare in pronto soccorso dove mi
hanno cambiato la medicazione in testa e ricontrollato la testa. Poi sono
tornato al drappello per continuare l'identificazione. Quindi ci hanno diviso in
gruppi. Il mio è stato assegnato a due poliziotti e messo in una volante. Prima
di entrare mi hanno grossolanamente perquisito e con le sirene spiegate ci hanno
portato alla caserma Raniero.
Ho notato da subito uno strano atteggiamento
della polizia, sembravano tutti sotto effetto di qualcosa, forse cocaina, non
so! Ci hanno portato in uno stanzone dove c'erano già un cinquantina di ragazzi
seduti a terra e due faccia al muro con le mani dietro la testa e inginocchiati,
poi ci hanno chiesto i documenti ed i dati personali. Dopo due ore di attesa
(c'erano sempre due poliziotti che ci sorvegliavano) hanno cominciato a
chiamarci per le perquisizioni. La perquisizione è avvenuta nel bagno con due
agenti. Mi hanno fatto spogliare ma il clima ora non era teso. Poi sono uscito e
anche fuori il clima nei confronti miei e di due ragazze non era più troppo
teso. Sempre nello stanzone gli agenti hanno preparato un percorso con banchi e
sedie per farci le foto segnaletiche con tanto di numero. Più tardi i poliziotti
ci hanno chiamato a gruppi di quattro e quindi ci portavano all'esterno con due
poliziotti. In tutto mi hanno trattenuto per cinque ore.
M. G.
Eravamo in P.zza Municipio nei giardinetti verso la
Marina prima dei disordini. Già prima della carica i poliziotti ci hanno
impedito di uscire dalla piazza e alle nostre proteste ci hanno riempito di
insulti e ci hanno detto: "Siete venuti, dunque ora dovete restare". Non
volevano lasciar passare neanche l'ambulanza.
Alla testa del corteo c'era
solo stata un po' di tensione ("votta-votta") tra manifestanti e polizia.
Ci
siamo spostati dal lato est al lato ovest della piazza , dove i CC stavano
avanzando. Gli stessi ci hanno permesso però di allontanarci.
Eravamo poi
quasi sulla via Marina, quando una ragazza ci è venuta incontro con la testa
insanguinata, perché colpita da una manganellata. Era stordita e ci chiedeva
aiuto. Al momento della carica di cui è stata vittima stava solo tornando a casa
e non era tra i manifestanti… Non c'era nessuna ambulanza al momento. Arrivata
l'ambulanza la ragazza ci ha chiesto di essere accompagnata, per cui io e mia
nipote siamo andate con lei. Al pronto soccorso ha avuto punti di sutura alla
testa. Non voleva essere lasciata sola e voleva che fossero avvertiti i genitori
(anziani) ma ci hanno fatto spegnere i cellulari. Lei è stata ricoverata.
In
ospedale una donna con la giacca rossa voleva farmi aprire una borsa
insanguinata che non mi apparteneva ed ha perquisito la mia, mi ha chiesto i
documenti ed ha detto ai poliziotti: "Vedetevela voi". Anche al drappello di
polizia dell'ospedale mi hanno fatto portare dai poliziotti e mi hanno
identificata. Poi con la volante sono stata portata alla caserma Raniero con un
altro ragazzo.
In caserma mi sono seduta nella "sala ricreativa". Un
poliziotto mi ha detto: "Siediti per terra e togli questa munnezza (una giacca)
da qui sopra".
Sono entrata in caserma all'incirca alle 13:00 e sono uscita
alla 18:30 restando sempre in questa sala. Ogni tanto si sentivano persone
gridare; le stesse ci hanno poi detto di essere state picchiate.
Sono stata
perquisita due volte, facevano gli spiritosi. Mentre perquisivano una ragazza un
poliziotto è entrato ed ha detto alla poliziotta che perquisiva di non
scandalizzarsi, perché tanto la perquisita era "una merda" e non una
donna.
Mi domando quale sia stato il mio reato. Manifestare? Accompagnare un
ferito all'ospedale?
C.P.
Eravamo in ritardo: io avrei preferito arrivare comunque a
piazza Garibaldi, ma invece i due amici con cui ero sostengono che è meglio
farsi il percorso del corteo al contrario. Perciò passiamo a ritroso per via
Roma e, proseguendo per Piazza Municipio, vedo che c'è un vero e proprio
esercito tra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Hanno "tappato" tutte
uscite della piazza lasciando libero solo l'accesso di Via Depretis. Mi viene in
mente la favola de "Il pifferaio magico". Era fin troppo evidente: avrebbero
lasciato che il corteo entrasse da quella parte, per poi chiuderlo in una morsa
infernale senza che nemmeno avesse il tempo di rendersene conto! Mi spavento al
tal punto da decidere che io, in quella piazza, non ci sarei entrata.
Avendo
visto, lungo il tragitto tutti i vari schieramenti delle forze dell'ordine in
assetto di guerra già quando il corteo si era da poco mosso da Piazza Garibaldi,
ero un po' tesa. Mi accorgo che le mie paure non erano del tutto ingiustificate
quando dall'alto di un muretto, sul quale ero salita per osservare meglio questo
mare che avanzava, vedo la gente che comincia a correre. Sparano i lacrimogeni.
Ci sono tanti tra quelli che scappano che con i manifestanti non centrano nulla:
persone che stavano recandosi al lavoro, anziani, una mamma col carrozzino.
Riesco a ripararmi in un portone di Via Sedile di Porto. Il primo scontro scatta
in Piazza Borsa. I due ragazzi che erano con me li ho persi completamente di
vista. Nel posto dove mi sono riparata ci sono tre ragazzine di, credo, appena
quindici anni che tremano terrificate: hanno perso i loro amici in mezzo alla
carica. C'è anche una madre che piangendo grida: "Mio figlio è là in mezzo,
aiutatemi!". Cerco di rassicurarla come posso.
Sono ancora nella piazza
quando ad un angolo vedo sedute due ragazze contuse. C'è un signore che sta
parlando con loro. Sono davvero conciate male. Mi avvicino, capisco che quel
signore le aveva prestato soccorso, aiutandole ad arrivare dal centro della
piazza, dove erano state pestate, a quell'angolo un po' più riparato: non lo
conoscono. Porgo un fazzoletto ad una delle due che ha il braccio sanguinante.
Sono di Bologna. Piangono, non per il dolore delle ferite, ma per il modo con
cui sono state inflitte. Sono inciampate mentre la carica era in atto e non sono
più riuscite a rialzarsi per la folla di manifestanti che correvano in tutte le
direzioni. A quel punto sono state circondate dai poliziotti che con calci e
manganellate hanno inferto i loro colpi fino a farle perdere quasi conoscenza.
L'altro signore vuole raggiungere gli altri della manifestazione, così mi offro
di accompagnarle io in ospedale. Via L. Sanfelice è ancora piena di polizia, non
si può passare, hanno ancora il sangue agli occhi. Prendo lo zaino della ragazza
che ha una spalla gonfia (dal gonfiore credo che sia rotta, ma non glielo dico)
e torniamo indietro per Corso Umberto fino a salire per Mezzocanone. Loro mi
chiedono in continuazione, se voglio tornare lì tra gli altri, di indicarle
semplicemente la strada, ma racconto quello che avevo visto a Piazza Municipio
e, ad ogni modo, con quegli occhi colmi di terrore per le violenze subite, credo
che chiunque, con un minimo di sensibilità, non le avrebbe lasciate sole. Stavo
aiutando due ragazze portandole al pronto soccorso più vicino, cercando, con una
buona parola, di offrire un minimo di conforto. Semplicemente ciò che avrei
voluto trovare io se mi fossi trovata in una città che non conoscevo, per di più
stordita dalle manganellate della polizia.
Entriamo al Pellegrini. A raffica,
arrivano feriti più o meno gravi. Ci sono quelli che arrivano con le ambulanze,
ci sono quelli che arrivano a piedi: carne da macello. Una giornalista del
quotidiano "La Repubblica" mi si avvicina facendomi una serie di domande, cerco
di risponderle per quanto mi è possibile, ma la vista di tutti quei corpi
sanguinanti, mi rendeva sconvolta. Vorrei avere notizie delle due bolognesi, se
quella più grave ha sul serio la spalla rotta. Un signore robusto, con i capelli
grigi, in borghese, mi si avvicina: "Venga un attimo con noi". Lì per lì, penso
che forse nell'angolino dove mi ero messa, stavo intralciando il passaggio delle
barelle, che mi devo spostare. Invece il signore mi afferra per le braccia, da
dietro, e mi porta nella guardiola della polizia: "Mi dia un documento". C'era
un'altro paio di ragazzi quando sono entrata lì e a distanza di pochi minuti
sono arrivati altri e altri ancora. Ho visto che segnavano i miei dati, mi sono
detta: "Ora mi chiederanno come mai ero lì, io dirò che ho soccorso le due
ragazze, mi faranno firmare qualcosa, mi restituiranno il documento e mi
lasceranno andare, tutto qui!" e invece dopo entra una poliziotta, o meglio
un'ispettrice o cos'altro non so, e sento che dice "Si…si…portateli tutti alla
Raniero". Mi chiamano tra i primi quattro e penso che è meno male, così mi
sbrigo subito, subito e torno a casa! Forse qui non hanno i fogli per le
dichiarazioni, se ne dobbiamo fare una. Provo a chiedere informazioni su cosa
sta accadendo e perché dobbiamo spostarci, nessuno mi risponde, nessuno mi dà
retta, ci sono altri come me che hanno accompagnato feriti, che provano a
spiegare perché erano là, ma vengono respinti dagli agenti.
Solo quando esco
fuori e mi si avvicina una signora mostrandomi il tesserino dell'ordine degli
avvocati, comincio a capire qualcosa. Mi dice: "Per qualsiasi cosa, sono un
avvocato, il mio nome è…" e mentre lo diceva mi hanno spinto nella macchina
della polizia, che avevo si, visto uscendo, ma che mai avrei immaginato stesse
aspettando me. "Alice nel paese delle meraviglie" cominciava a svegliarsi
finalmente! A sirene spiegate e correndo, come se trasportasse chissà quale
efferato criminale, l'auto ha preso direzione Piazza Dante per poi, girare per
via Broggia, qui si è bloccata per il traffico. La gente che aspettava alla
fermata l'autobus, cercava di sbirciare all'interno dell'auto per cercare di
riconoscere il "delinquente" e tra loro, qualcuno soddisfatto diceva: "Ah! Meno
male che ogni tanto funziona la giustizia!"
Ci fermiamo. Mi aprono la
portiera e un corridoio di poliziotti ci "accoglie" con sputi, insulti e
spintoni. Entro in un grosso stanzone dove sul fondo vedo, cinque, sei ragazzi
inginocchiati, faccia al muro, presi a calci, calci così forti da farli saltare
da terra. E' quello che aspetta anche me. Ho paura. Sento le gambe tremarmi
tanto che, quando ci sbattono contro al muro e dicono di inginocchiarci con le
mani dietro la nuca, è quasi un momentaneo sollievo. Le provocazioni e gli
insulti sono pressanti, mai avrei immaginato che le cose andassero così!
Se
ti giravi per vedere chi le stesse prendendo, giù con calci e pugni anche su di
te. Hanno fatto così con un ragazzo che mi era affianco. Perdi ogni diritto, ti
tolgono la dignità. Mi hanno detto cose orribili. Ho cominciato a pregare, la
mia disperazione e smarrimento richiedevano un urgente bisogno di qualcosa a cui
appigliarmi, in cui trovare forza. Pregando riuscivo ad isolarmi da tutte le
loro provocazioni, a non sentire più niente. Solo ad un tratto, uno mi ha urlato
in faccia tirandomi i capelli: "Si sulament' hann' sfiorat' a 'na cullega dda
nost' t'amm'accirere'!"(Se solamente hanno sfiorato una nostra collega, ti
dobbiamo ammazzare!). E mi sono sentita come se mi leggessero una sentenza di
morte: colleghi o colleghe loro saranno stati sicuramente feriti negli scontri
che ci saranno stati a Piazza Municipio e loro lo sapevano benissimo, avrebbero
cominciato con una scusa qualsiasi a prendermi a calci. Solo l'intervento dei
commissari, li ha fatti momentaneamente calmare. Ma ci sono venuti vicino
dicendo che appena se ne fossero andati i loro capi per noi non ci sarebbe stato
più scampo, che eravamo dei bastardi, che ora, lì dentro, stavamo facendo le
finte pecorelle e che invece non eravamo altro che una massa di sovversivi e per
questo avremmo pagato.
Hanno cominciato le perquisizioni: uno alla volta,
dentro al bagno, a porta chiusa. Ancora mi assale il terrore, non capisci cosa
ti succede là dentro e non vedo poliziotte in giro, non mi meraviglierei se a
perquisirmi fosse un poliziotto e mi mettesse le mani addosso. Arriva il mio
turno, nessuna poliziotta e c'è un poliziotto nel bagno. Temporeggio e,
fortunatamente, vedo arrivare una donna in borghese che mi invita a seguirla.
Nell'entrare vedo il lavandino pieno di sangue e altro sangue schizzato "di
fresco" su tutte le pareti. In quel momento non capisco: se tutti quelli che
sono lì provengono dall'ospedale, saranno già stati medicati, ricucite le ferite
e bendati; allora da dove proveniva tutto quel sangue? Non so darmi una
spiegazione, o meglio, preferisco non darmela!
La donna dice di spogliarmi.
Vorrei dirle che io non c'entro niente, che ho solo accompagnato due ragazze in
ospedale, ritenendo di fare una cosa giusta e che invece quello che stava
accadendo non era giusto, ma riesco appena a chiederle quando finirà tutto
quest'incubo. Lei non sa rispondermi, controllando nella mia borsa trova il
telefonino acceso, mi ordina di spegnerlo. Dice che se non l'avessi capito sono
"in fermo" e non ho diritto a comunicare con l'esterno. Mi chiede se ho piercing
e mi fa togliere i lacci delle scarpe, dice che con quelli potrei farmi del
male. Rispondo che se non sono loro farmene, io, da sola, non ho di certo
nessuna intenzione di procurarmelo. Poi mi guarda la collanina che ho al collo,
è titubante, poi dice che quella posso tenermela. Prende le due cinture che
avevo poggiato nello spogliarmi sul lavandino. Erano entrambe un regalo, le
avevo da tempo, ci tenevo molto. Chiedo se le potrò riavere indietro. Non lo sa.
Aspetta che mi rivesto ed apre la porta.
Penso che forse il peggio sia
finito. Ho bisogno di una bugia da raccontarmi. Mi rispingono contro al muro,
giù, in ginocchio. Il ragazzo affianco a me sottovoce mi chiede che mi hanno
fatto lì dentro, rispondo che io sono stata perquisita da una donna che con me è
stata abbastanza tranquilla, ma sono pienamente cosciente che per lui non ci
sarà lo stesso trattamento. I poliziotti l'hanno preso di mira da come è entrato
nella caserma. Mentre lui è dentro, i "capi" ordinano che chi è stato perquisito
può girarsi e mettersi seduto, sempre giù, per terra. Così vedo il ragazzo che
spinto, esce dal bagno. Ancora l'insultano, ancora lo provocano pesantemente. I
segni delle percosse sono più che evidenti sul suo volto anche perché prima di
entrare lì dentro era completamente illeso. Era anche lui al Pellegrini e anche
lui era lì per aver accompagnato una ragazza che ha avuto sette punti di sutura
alla testa e contusioni varie. Dopo un po' è arrivata anche lei in
caserma.
Fino alle 16 continuano arrivare poliziotti che portano altri
ragazzi. Non riesco a capire ancora quanti ne siano. Sono dall'altra parte dello
stanzone e io devo stare seduta per terra, senza muovermi e poi c'è un grande
via vai di commissari, agenti in borghese e tanti altri in divisa. Stanno
portando un ragazzo nuovo. Lo "depositano" vicino a me. E' straniero e non parla
la nostra lingua. Il poliziotto gli chiede i documenti, ma lui non capisce e lo
prega di ripetergli la domanda in inglese o in francese. "Dicit 'a stu' strunz
che m'adda ra'e document!" (Dite a questo stronzo che mi deve dare i
documenti!). Così un ragazzo si mette a fare da interprete. Il nuovo arrivato
gli dà il passaporto. E' svizzero. L'agente controlla la fototessera al suo
interno ed esclama con un tono ricolmo d'odio: "Si, sì propr' tu…a' stess'
facc'e cazz!" (Si, sei proprio tu…è la stessa faccia di cazzo!). Lo prende a
parolacce, per giunta in dialetto, quando sa che non capisce. Ma lui insiste,
così, giusto per soddisfazione personale. Poi si allontana chiamando un collega:
"Vedi? Abbiamo preso anche un clandestino…".
Ormai è tre ore che sono qua
dentro. Nessuno ci dice niente, nessuno ci dà delucidazioni su cosa sta
accadendo, nessuno, oltre ai nostri dati, ci chiede qualcosa. Quei pochi che
tentano di spiegare la loro posizione vengono respinti e presi in giro dai
poliziotti, ai superiori, figuriamoci, non ci si può nemmeno accostare. Dal
fondo della stanza sento che un agente risponde ad un ragazzo, che ha chiesto di
poter telefonare a casa, che non era possibile, in quanto, se eravamo stati
arrestati ne avevamo diritto, essendo semplicemente fermati no! Non credo che si
permettano di trattare i camorristi come stanno trattando noi.
Improvvisamente mi si avvicina un poliziotto, si china verso di me e senza
spiegarmi nulla mi dice di
firmare. Intontita prendo la penna che mi porge,
sto quasi per firmare, quando mi "risveglio" e mi viene in mente (Sacrilegio!Lì
dentro non hai diritto di pensare solo di eseguire ciò che ti viene ordinato) di
approfittare di quella prima e unica occasione che avevo per capire finalmente,
di che cosa ero stata accusata. Come mai ero stata "fermata" se ero già ferma
per fatti miei fuori un ospedale?
Il poliziotto, vedendo che non scrivo
m'indica nuovamente lì dove devo apporre la mia firma. Gli dico che mi rifiuto e
dopo tutte le minacce e le provocazioni, credo che di aver usato tutto il mio
coraggio per farmi uscire quella frase. Avevo letto che erano segnate le due
cinture che mi avevano preso: sono diventate oggetti pericolosi sottoposti a
sequestro. Penso che sono le stesse identiche cinture che hanno riempito in
quest'ultimo periodo bancarelle, negozi,le passerelle delle più famose case di
moda. Credo che da domani, a questo punto, dovranno avere il permesso di porto
d'armi un po' tutti, allora, per indossarle! Più in fondo alla pagina c'è
scritto qualcosa riguardo alla manifestazione e che ero stata "fermata" lì in
mezzo, forse mentre commettevo qualcosa di violento, ma, a dir la verità, non
riesco a leggere bene: l'agente indicandomi il posto dove devo firmare me lo
impedisce, e quando provo a spiegargli, timorosa, che la mia storia è differente
da quella riportata su quel foglio, nervosamente si allontana senza lasciarmi
finire di parlare. Mi convinco che vada a chiamare qualche superiore, che
qualcuno, vista la mia reazione, mi ascolti, ma niente. Altri poliziotti si
avvicinano per far firmare altri ragazzi attorno a me e loro, ormai distrutti
fisicamente e psicologicamente, senza opporsi, eseguono l'ordine.
Così come
li hanno ridotti, farebbero qualunque cosa che li consenta di abbreviare quella
tortura.
Ora che devono compilare tutte quelle scartoffie, gli agenti
prestano meno attenzione a noi e riesco a scambiare qualche parola con quelli
che mi sono più vicini. Ci sono due ragazzi di Padova, erano venuti alla
manifestazione anche come scusa per vedere un po' Napoli. Hanno circa vent'anni.
La ragazza è stata colpita da manganellate alla testa durante le cariche a
Piazza Municipio, poi continuandomi a raccontare, mi mostra la schiena. Un
orrore! E' un'unica macchia violacea. Ha del sangue che continua ad uscirle da
una delle ferite alla testa e nonostante questo è stata picchiata anche una
volta arrivata in caserma, senza un minimo di pietà. Il fidanzato l'aveva
accompagnata in ospedale. Sono stati tra i primissimi ad arrivare. Mi spiega che
era una delle prime volte che partecipavano ad un corteo. Avevano saputo che nei
giorni precedenti non c'erano stati incidenti, nonostante ci fossero state altre
iniziative contro il Global Forum, e sono partiti sereni. Lui durante gli
scontri in Piazza era riuscito a ripararsi. Ma vedo che ha un labbro spaccato e
gli chiedo spiegazioni. Durante la perquisizione, in bagno, a porte chiuse, un
poliziotto l'ha fatto spogliare e dopo un tentativo di violenza sessuale, lui ha
reagito, dopo di che è stato picchiato selvaggiamente.
Mi indica un altro
ragazzo, dicendomi che con lui è capitata una cosa simile. Ad un altro durante
la perquisizione, hanno ridotto in mille pezzi una cinquantamila lire che gli
hanno trovato nel portafoglio e gli hanno distrutto il telefonino. Mi mostra il
cellulare col display e la tastiera completamente spaccata, irrecuperabile. C'è
un altro ancora che stava passeggiando per fatti suoi, appena sapeva della
manifestazione. Si è trovato da quelle parti e si era fermato a guardare.
Quand'è scattata la carica nemmeno ha avuto il tempo di accorgersene: è stato
accerchiato dalla polizia, erano almeno in cinque, dice, e giù con botte a più
non posso. Qualcuno lo ha poi accompagnato alla prima ambulanza arrivata.
Arrivato al Pellegrini è stato "fermato".
Eccole qua le storie dei
"pericolosi sovversivi" bloccati dalla polizia e come queste tante e tante
altre.
Il più "rivoluzionario" mormora non è così che uccideranno i suoi
sogni.
C'è anche un avvocato. Ha trovato una ragazza pestata per strada e
l'ha accompagnata al pronto soccorso, una storia simile alla mia. Nonostante
abbia mostrato il tesserino dell'ordine è vestito con un giubbotto di pelle, da
"manifestante" ed è stato portato in caserma anche lui.
Ore17. Alcuni
poliziotti ci dicono che tra un po' ci lasceranno andare. Io sono sempre in
attesa del momento in cui mi faranno fare una deposizione. Qualcuno chiede
"dopo" che succederà, quali conseguenze avremo, ma non rispondono, sono evasivi,
qualcuno di loro cita qualche articolo, qualche numero. Mi sembra quasi fatto
apposta per non farci capire, vorrei chiedere a quell'avvocato, ma l'hanno
chiamato per l'ennesimo controllo dei documenti.
Vedo dei flash, credo siano
giornalisti e invece hanno cominciato a fare le prime foto segnaletiche. Oramai
non mi stupisco più, ormai non vedo l'ora di uscire da questo posto soffocante e
umiliante, e basta. Chiamano uno alla volta, ma prima di vedere il flash
scattare, passa un po' di tempo: che sia arrivato il momento che chiedono
qualcosa? Che ci ascoltano? Attendo che chiamino il mio nome, temendo di non
riuscirlo a sentire quando lo faranno e di rimanere ancora altro tempo lì.
Finalmente mi chiamano: "Eccomi!" vado verso una scrivania. E' il mio momento,
ora mi chiederanno perché non ho voluto firmare il verbale e io spiegherò tutto.
Un signore più anziano, forse un superiore, mi chiede se ho un documento, tiro
fuori dalla borsa l'abbonamento. Lui si arrabbia. Dico che non ho altro:
"Capisco che non è un documento ma c'è la foto, ci sono i miei dati, meglio di
niente!" Scrivono il mio nome, cognome, chiedono il nome di mio padre e tutto il
resto. Dopo aver segnato tutto il signore mi chiede: "Tu sei d'accordo, vero,
con questo contro-Global?". Mi stanno finalmente dando la possibilità di essere
ascoltata, mi sembra incredibile. Balbettando dico:"Mi lasci spiegare…" "Si, si,
sempre la stessa storia, vai a fare la foto, va!".
Mi danno un numero da
attaccarmi in petto. Il fotografo dice di accostarmi al muro, poi mi chiede come
mai non avevo i lacci. Forse voleva fare una battuta, o forse era solo
curiosità. "Qui me li hanno presi. Sono stati loro" e scatta la prima foto. "Ora
girati, guarda verso quel muro" Provo una profonda vergogna in quell'istante.
Scatta la seconda. Mi tolgono il numero. Ormai è fatta. Non so cosa scriveranno
accanto a quella foto, ma ora sono schedata a tutti gli effetti. Non conosco
questo, a livello burocratico, civile o penale, cosa possa significare, ma sento
già profonde le ferite psicologiche che questa giornata mi ha procurato.
Umiliata, provocata, accusata, malmenata e tutto questo per aver avuto
compassione di due ragazze, per aver creduto di stare compiendo onestamente un
mio dovere. Non posso dire di pentirmi per ciò che ho fatto, come potrei farlo?
Devo dire che la prossima volta che vedo qualcuno in difficoltà, proseguo per la
mia strada ignorandolo? Mi rifiuto al solo pensiero!
Ci hanno messo in
un'altra fila, da qui, due alla volta, ci scorteranno fin fuori la caserma. Ho
lo sguardo perso nel vuoto, mi sento come ipnotizzata aspettando l'ultimo ordine
di alzarmi per poi uscire.
Sono tra gli ultimi. Siamo in quattro ad essere
chiamati. Anche loro si sono stancati e vogliono tornarsene a casa. Esco dal
portone, fuori pioviggina, ho freddo. Stamattina, quando sono uscita, c'era un
bellissimo sole che troneggiava in un cielo azzurrissimo e avevo deciso di
lasciare a casa il giubbotto. Tanto per pranzo sarei tornata! Non riesco a
camminare bene, senza i lacci.
Il poliziotto che ci accompagna con aria quasi
paterna ci chiede perché facciamo queste manifestazioni, tanto è così che vanno
le cose e ad andare contro ci rimettiamo solamente. Nessuno gli risponde. Che
senso avrebbe?
Mentre proseguiamo (è una lunga discesa quella per arrivare al
cancello che dà sulla strada o a me sembra non finisca mai!) ci passa una
macchina affianco: "Vuttl' tutt' quant' rind' a'mmunnezz!" (Buttali tutti quanti
nell'immondizia). E' così che un poliziotto dall'auto grida al collega che ci
scorta. "Lasc' e'stà…" (Lasciali stare) risponde lui: "Tanto s'vere che so'
tutt' bravi guagliune!" (tanto si vede che sono bravi ragazzi). Questa frase mi
arriva come l'ennesima pugnalata della giornata. Ma come? Se si vede che siamo
bravi ragazzi, che significato ha tutto quello che è accaduto? Sono andati
volutamente a prendere i più deboli, i meno esperti, quelli che non pensavano
che correndo in ospedale sarebbero andati incontro ad un pericolo.
Arriviamo
al cancello, fuori ci sono i familiari dei ragazzi e qualche avvocato che non
hanno lasciato entrare. Ci accolgono con un applauso, come fossimo degli
eroi.
Ma non siamo eroi, siamo solo delle persone che si sono recate
ingenuamente dritti nella tana del lupo.
Che sono state picchiate e insultate
con la piena consapevolezza, da parte delle forze dell'ordine, di aver a che
fare con la gente sbagliata. Mi è stato esplicitamente detto: "Noi qualcuno
dobbiamo pur prendere. Se non volevate correre questo rischio rimanevate a casa.
Vi sia di lezione per la prossima volta!".
Sono disillusa e sconfortata.
Credo che delle umiliazioni subite nessuno ci renderà conto. Delle percosse e
delle violenze nessuno verrà mai a sapere e, in ogni caso, sarebbe sempre la
parola nostra contro la loro, la parola di uno schedato contro un poliziotto:
assolutamente senza alcun valore.
G.M.
Voglio denunciare un assurdo episodio di violenza da parte
delle forze dell'ordine in cui sono stato coinvolto. Il 17 marzo, alle ore 17
circa, e quindi almeno un paio d'ore dopo la fine degli scontri a Piazza
Municipio, con un gruppo di amici stavamo raggiungendo la macchina per tornare a
casa. A Via San Felice, siamo stati aggrediti da poliziotti e carabinieri senza
alcun motivo. Un vero e proprio incubo dato che non riuscivamo a capire cosa
volessero da noi.
Hanno cominciato ad indicare minacciosamente al nostro
passaggio, poi a chiamarci bastardi comunisti, ricchioni, drogati etc etc, un
mio amico caduto nella loro provocazione ha battuto le mani ed è stato
l'inferno. Un intero pullman di carabinieri è sceso, si avvicinavano dicendoci
di stare calmi e poi ci prendevano a calci e manganellate. Io sono riuscito a
divincolarmi e scappare in cerca di aiuto, alcuni carabinieri, quando li ho
minacciati che sarei andato a chiamare un parlamentare se non lasciavano stare i
miei amici, mi hanno inseguito per alcuni vicoli. Solo dopo, grazie
all'intervento di alcuni dirigenti del Prc, i miei amici sono stati tratti in
salvo dalla furia delle forze dell'ordine.
C.Z.
Dal 12 al 18 marzo io e la mia morosa eravamo a Napoli;
per il 17 aspettavamo due amici da Roma che sono arrivati e con cui abbiamo
passato tutta la giornata. Fin qui nulla di strano, non volendosi soffermare
sugli scontri e sulle violenze (gratuite) della celere. Verso le ore 19.00
decidiamo di fare un giro nel luogo degli scontri quindi arriviamo in Piazza
Municipio e ci rifermiamo sul prato a parlare tranquillamente, vedendo che le
forze dell'ordine si erano ormai disperse... Quindi per portare a Modena un
ricordino prendiamo da terra due bossoli di lacrimogeni e ripercorriamo Corso
Umberto per tornare in casa di una nostra amica. Percorrendo un vicolo però
veniamo sorpresi da una volante della Polizia che ci ferma e ci
perquisisce.
Mentre uno dei due scriveva i nostri nomi l'altro si occupava
dell'"offensiva": Bolscevichi di merda, ma vi lavate? Perchè sento puzza di
merda! Perché dovete venire qui a Napoli a rompere le vetrine ecc. ecc. È. Dopo
questo turpiloquio rivolto a quattro dei più tranquilli tra i manifestanti,
anche noi abbiamo difesa la nostra posizione e i toni si sono fatti un po'
accesi, fino al punto che uno dei due ha detto: "Perché non vi armate seriamente
con fucili così potremo veramente fare la guerra e vi potremo eliminare
definitivamente!" E così dicendo ha estratto la pistola e la ha riposta in tasca
di uno dei due amici romani, ripetendo "Dai tieni la mia pistola!". Il mio amico
gliela ha ridata protestando e dicendo che lui non poteva fare una cosa del
genere... io ho cercato di terminare la discussione con un "Credo che il vostro
compito sia finito, possiamo andare?". Di rimpetto mi ha risposto uno di loro
dicendo "lo decidiamo noi quando si deve andare...".
Spazio antagonista Newroz-Pisa
Alle ore 14,00 del 18/3/01 un
nostro compagno è stato fermato da una volante della polizia mentre era per
strada.
Gli sbirri alla guida erano stati attratti da un adesivo con il logo
della manifestazione di Napoli che il nostro compagno aveva sulla borsa; così
dopo il consueto controllo dei documenti gli agenti hanno cominciato a provocare
("Sei stato a Napoli, eh?"). Al rifiuto di rispondere ha fatto seguito un
"allora vieni in questura che ti si fa una perquisizione capillare".
E così è
stato: il nostro compagno è stato fatto spogliare e gli è stata fatta una
perquisizione anale; il tutto condito da insulti sui leoni che erano stati a
Napoli.Il grave episodio, avvenuto nella "pacifica" Pisa ad ottocento km. da
Napoli sta a dimostrare che per gli sbirri i conti sono ancora da saldare...
Ribadiamo che non che non siamo sicuramente disposti a tollerare ulteriori
provocazioni ed esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni che saranno
processati.