Il libro bianco

 

Presentazione

Scopo di questi "Appunti" è quello di fare luce sui fatti accaduti durante le "4 giornate di Napoli", ovvero nei giorni della contestazione al terzo Global Forum sull'e-government.
Particolare attenzione, naturalmente, è stata dedicata alla giornata del 17 marzo 2001, alla descrizione degli avvenimenti che in prima persona gli individui presenti alla manifestazione internazionale contro la globalizzazione neoliberista hanno vissuto, quindi conosciuto e poi raccontato.
Questi "Appunti" sono scevri da osservazioni o analisi politiche fatte dalle associazioni, dai sindacati di base, dai centri sociali, dai collettivi degli studenti e da tutte quelle variegate sigle che hanno reso possibile la costruzione della mobilitazione a Napoli.
Coloro che hanno ritenuto opportuno rilasciare queste dichiarazioni sono donne ed uomini d'ogni età, studenti, lavoratori dipendenti ed autonomi, disoccupati, liberi professionisti, in alcuni casi adolescenti alla loro prima manifestazione. Queste testimonianze, in breve, rappresentano tutte quelle variegate realtà che hanno deciso di essere voci partecipi di un reale cambiamento dello stato di cose presenti; rappresentano, ancora, la forma più evidente di quanto sia stata composita e pluralista la manifestazione del 17 marzo 2001.
E' chiaro, in ogni caso, il senso che hanno le testimonianze qui raccolte (anche se si trovano in una forma ancora embrionale ed in attesa di una più ampia diffusione anche grazie alla pubblicazione di un vero Libro Bianco sulle vicende del controvertice), così come è chiaro l'obiettivo di tutte quelle persone che, testimoniando, hanno messo in moto un processo conoscitivo non filtrato da organi di stampa né, tanto meno, da preconcetti su quanto accaduto: fare luce su quanto successo nei giorni tra il 14 ed il 17 marzo, fare conoscere la verità in ordine alle pratiche messe in atto da tutti i corpi dello Stato italiano che detengono il monopolio dell'uso della violenza.
Per fare ciò abbiamo preferito lasciare anonime le dichiarazioni avute e questo soprattutto per due motivi strettamente connessi tra loro: da un lato la garanzia dell'anonimato ha permesso ai dichiaranti di raccontare tutto quanto fosse loro accaduto senza alcun timore; dall'altro l'anonimato garantisce i dichiaranti rispetto a non improbabili forme di ritorsione che altrimenti avrebbero potuto subire.
Le testimonianze rilasciateci evidenziano chiaramente non solo la brutalità delle "Forze dell'ordine" nel momento centrale della manifestazione del 17 marzo, quanto, piuttosto, l'esistenza di una strategia intimidatoria e violenta messa in campo sia prima sia dopo lo svolgersi del corteo che ha visto la partecipazione di oltre 30.000 persone.
Si potrebbe cominciare con il ricordare il comunicato stampa emesso dalla segreteria provinciale del SIULP (sindacato italiano unitario lavoratori della polizia) il 12 marzo 2001 che, rivolgendosi alle persone intenzionate a manifestare così come al potere politico ed amministrativo dello stato italiano, sembrava configurare le Forze di Polizia quale potere autonomo, non vincolato ad alcun altro; si potrebbe continuare ricordando quanto successo in occasione della "Street Parade" del 14 marzo, quando, improvvisamente, tre macchine dei carabinieri sfrecciarono ad alta velocità lungo la strada attraversata dal corteo (Piazza Matteotti), rischiando di investire ben più di una persona. Inutile dire che tutte le altre strade erano sgombre da automobili.
E' impossibile, invece, volere descrivere, in questa sede, ciò che per giorni donne ed uomini hanno raccontato ricordando particolari che avrebbero voluto dimenticare quanto prima.
E' impossibile, in questa sede, volere riprodurre le sensazioni di paura, inganno, violenza fisica e psicologica provate da tutti coloro che hanno spontaneamente deciso di testimoniare le loro terribili esperienze al momento delle cariche delle "Forze dell'ordine", al momento del loro trasporto negli ospedali e da li alle caserme o ai commissariati.
Tutto ciò è possibile coglierlo (e parzialmente) soltanto leggendo le dichiarazioni che qui fedelmente riportiamo.
Ora, però, è possibile evidenziare alcuni aspetti particolarmente sconcertanti che queste persone hanno descritto nel ricordare la giornata del 17 marzo 2001 ed è possibile trarne alcune considerazioni di più ampia portata.
Pressati dalla documentazione video e fotografica prodotta tempestivamente
dal network di controinformazione della rete NoGlobal e dalla collaborazione spontanea di molti operatori dell'informazione colpiti dalle scene viste in Piazza Municipio, la questura e il ministero degli interni hanno cominciato ad ammettere la possibilità di singoli episodi in cui la truppa, sovraeccitata, avrebbe perso il controllo della situazione.
Dai dati raccolti emerge, invece, un quadro molto più sistemico e con esso l'intenzione dei vertici della questura di dare una risposta "memorabile" alla più grande manifestazione autorganizzata che Napoli abbia vissuto da circa vent'anni a questa parte.
La sensazione che emerge, da un'attenta lettura di queste pagine, è quella di una repressione tanto più feroce in quanto non indirizzata verso singole persone o limitata ad atteggiamenti eccessivi di singoli "Tutori dell'ordine pubblico".
Emerge chiaramente la volontà dei corpi armati dello Stato italiano di trasformare Piazza Municipio in una gabbia da cui fosse impossibile uscire.
Le descrizioni rilasciate evidenziano l'accuratezza con cui il coordinamento delle "Forze dell'ordine" ha evitato di lasciare una qualsivoglia via di fuga per coloro che erano stati rinchiusi nella "Gabbia" Municipio.
Questo ha creato panico e senso di impotenza dei manifestanti nei confronti di uomini armati dallo stato; ha generato una situazione tale da costringere ragazzini di quindici anni a gettarsi in fossati alti oltre i dieci metri pur di sfuggire alla rabbia di uomini armati dallo stato.
Dalle dichiarazioni emerge come le "Forze dell'ordine" abbiano caricato i manifestanti da ogni punto della "Gabbia" Municipio: da via Leoncavallo, da via Verdi, da via Medina, da via De Pretis, dalle strade che portano verso il molo Beverello…
Viene più volte evidenziato come gruppi di manifestanti siano stati spinti verso punti insicuri della "Gabbia", a ridosso del fossato del Maschio Angioino, ad esempio, ammassati e "Protetti" da una ringhiera troppo instabile e troppo bassa per fare da argine verso il vuoto.
E' stata riscontrata la fermezza delle "Forze dell'ordine" nell'impedire agli operatori sanitari del 118 di svolgere il loro lavoro di pronto intervento e di trasporto di persone, gravemente ferite, verso gli ospedali.
Ma le testimonianze vanno anche molto oltre quello che è accaduto nella "Gabbia" allestita temporaneamente in occasione della repressione di una grande manifestazione democratica.
Si evince la crudeltà di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza all'interno degli ospedali e le pressioni portate nei confronti del personale medico e paramedico al fine di rendere meno tempestive le cure ai feriti.
Vengono rese pubbliche le violenze fisiche e psicologiche subite dai fermati all'interno dei drappelli di polizia allestiti negli ospedali, delle caserme e dei commissariati (in particolare la caserma "Raniero"). Violenze difficilmente dimostrabili se non mediante un riscontro congiunto delle dichiarazioni delle donne e degli uomini che le hanno dovute subire.
Si potrebbe continuare con le descrizioni dei fatti e dei soprusi ma, lo ripetiamo, nulla è più chiaro (e più doloroso, allo stesso tempo) delle testimonianze rilasciateci.
Ci preme sottolineare, però, il dato più importante di questa raccolta: le persone ed i loro racconti testimoniano quanto siano state premeditate le azioni portate avanti dai diversi "Monopolisti dell'uso della forza", quanto siano state studiate in ogni minimo dettaglio e ben prima che il corteo giungesse a "Gabbia" Municipio e quanto è stato posto in essere al fine di occultare prove, terrorizzare persone, procurarsi dichiarazioni assolutamente non veritiere perché rilasciate sotto minacce di violenze o sulla scorta di violenze già compiute.
Ma dalla "Gabbia" si è usciti, più forti ed orgogliosi di prima.
Le responsabilità di quanto accaduto, a questo punto, non possono essere limitate a "schegge impazzite" all'interno della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, a singoli casi d'eccesso all'interno di una gestione ineccepibile degli avvenimenti. Sono responsabilità che vanno addebitate ai vertici di queste strutture ed in primo luogo al Questore Izzo che ha gestito la più grande operazione repressiva della conflittualità -sociale che in Napoli si manifesta quotidianamente in un quadro di assoluta noncuranza dei valori e dei diritti personali e collettivi che un qualsiasi stato di diritto ha il dovere di assicurare.
A ben vedere, però, quelli narrati in queste pagine sono avvenimenti che possono essere compresi solo se calati in un diverso contesto: quello di uno stato di polizia.
Leggere per credere…

 

Le testimonianze raccolte nel libro

Coordinamento personale 118
Nei quattro giorni precedenti alla manifestazione avevamo visto la militarizzazione della città, l'enorme schieramento di forze intorno alla "zona rossa" tant'è che l'autoambulanza che varcava la linea per qualsiasi urgenza veniva perquisita come è successo il venerdì 16 marzo ore 18.30 a piazza Plebiscito.
Allora avevamo capito che l'indomani sarebbero successi incidenti ed i fatti ci hanno dato poi ragione.
Le testimonianze raccolte dagli operatori presenti in servizio il 17 marzo sono in linea con quanto apparso nei giorni successivi sugli organi di stampa. I nostri operatori hanno sottolineato che è stata usata spesso una violenza gratuita e che la stessa a parole degli operatori era arrivata con sistematica precisione dalle forze dell'ordine. Essi hanno visto colpire ragazzi e ragazze mentre cercavano una via di fuga lontano dal centro degli incidenti. Qualcuno aggredito mentre era seduto sui giardini antistanti il Maschio Angioino con le mani alzate in segno di resa.
Anche una nostra ambulanza è stata oggetto di sfogo da parte delle forze dell'ordine perché gli operatori si erano rifiutati di far scendere i cinque ragazzi che erano a bordo per far posto ad un carabiniere ferito.
Come fatto gravissimo è impedire agli operatori sanitari di accompagnare gli infortunati nei locali del pronto soccorso al vecchio Pellegrini pretendendo che gli operatori lasciassero i ragazzi nei locali dei custodi.
Siamo convinti che la situazione è sfuggita di mano a chi doveva coordinare le forze dell'ordine; diciamo anche che si è voluta spegnere una protesta democratica e civile contro chi oggi nel nome del mercato globale sta allargando sempre più la forbice tra ricchezza e povertà in ogni parte del pianeta.
Condanniamo queste forme di violenza, solidarizziamo con i giovani feriti e diciamo un grazie alle migliaia di ragazzi del "No Global" che hanno ridato forza e fiducia a chi come noi vive quotidianamente la frantumazione del lavoro, la concertazione e la massima precarizzazione.
Grazie ragazzi.
Ai lavoratori di qualsiasi settore gridiamo "Su la testa".


E.F.
Ho letto la cronaca degli scontri sul "Manifesto". Dov'era quel giornalista? Non certo alla stessa manifestazione che ho visto io! La manifestazione si é svolta nella parte bassa della piazza, verso il castello angioino, non nella parte alta, dove sta il Municipio.
I primi candelotti, a freddo, senza preavviso, sono stati sparati non verso la parte bassa della piazza, verso il Castello, dov'era la testa del corteo e quel tentativo di "sfondare" con le barriere di plexiglas, e neanche verso la coda del corteo che ancora affluiva verso la piazza, dove dicono vi siano stati problemi con alcuni ragazzi "fuori controllo".
I primi candelotti sono stati sparati verso di noi, vecchietti e pensionati, che eravamo defilati rispetto al corteo, seduti sulle panchine davanti al municipio ad osservare ciò che stava accadendo più in basso.
Accanto a noi c'era un gruppo di senegalesi che cantavano e ballavano.
Certo, non eravamo "neutrali". Eravamo lì anche noi per manifestare, per esserci. Ma eravamo sicuramente i più innocui, non abbiamo più il fisico per certe cose, e neanche le gambe per correre, ma volevamo ugualmente esserci, anche se un poco discosti, in cerca di un po' d'ombra e attratti dalle panchine attorno alle fontanelle e dall'erba delle aiole.
Hanna sparato i primi candelotti proprio su di noi. Forse volevano disperdere noi "vecchietti" per non travolgerci nella carica, per avere campo libero e per poi scendere più comodamente verso la parte bassa della piazza ed attaccare la manifestazione sul fianco...
Ma non penso che l'abbiano fatto per gentilezza, per evitare di gettare a terra la vecchietta col cagnolino, o di far sfuggire di mano il passeggino a qualche signora, con l'inevitabile effetto Potemkin. Forse li disturbava il colore della pelle dei senegalesi, o il fatto che avevano voglia di cantare e ballare, nonostante tutto...
Non so quale fosse la loro intenzione. Comunque posso testimoniare che i primi lacrimogeni sono stati sparati sulle aiole del Municipio dove eravamo poche decine, al massimo centocinquanta, duecento persone, per lo più anziani e signore con i bambini in carrozzella che cercavano l'ombra sotto gli alberi.
Poi sono partite le cariche verso la parte di sotto. Scendevano dai vicoli dietro il Municipio, a centinaia, e sparavano lacrimogeno in quantità industriale, senza tener conto che la brezza soffiava dal mare, ed il fumo andava tutto verso il centro della città...
Ha un bel dire il signor Questore di Napoli che le forze dell'ordine sono state aggredite ed hanno reagito. Non é affatto vero!
Loro, i poliziotti, hanno aggredito prima noi, vecchietti, mamme coi bambini, senegalesi, passanti, curiosi, ecc. con i lacrimogeni. Poi sono partite le cariche contro una manifestazione che fino a quel momento era stata del tutto pacifica. Lo posso testimoniare, perché, da sopra, si vedeva quasi tutto il corteo, salvo l'ultima parte, dove stavano le bandiere dei Verdi, che ancora dovevano entrare in piazza.
Le forze di polizia, a Napoli, erano fuori controllo. A Trieste, due settimane prima, in una situazione analoga, la polizia si è ritirata in ordine ed ha lasciato scorrere il corteo pacificamente, fin sotto le finestre dei palazzi dove si svolgeva il G8, e non c'é stato il minimo scontro, né alcun danneggiamento.
Il giornalista del Manifesto forse era accecato dal fumo dei lacrimogeni. O forse anche lui dalla campagna elettorale, come tutti i TG RAI.
Sto male a dirlo: sembrava quasi più obiettivo Emilio Fede. Adesso vomito.

G. P., B. L., L. Q., F. N.
Quando sono cominciate le cariche, verso le 12:30, eravamo dietro allo striscione dei COBAS alla testa del corteo. Successivamente, per cercare un riparo, ci siomo recati sui giardinetti del Maschio Angioino, sotto l'arco che porta al castello. Questo luogo era ostruito dai cellulari dei carabinieri. Eravamo impossibilitati a muoverci perché le cariche avvenivano proprio davanti a noi.
Abbiamo visto picchiare vari ragazzi davanti ai nostri occhi. Qualcuno di questi ragazzi è riuscito a mettersi dietro di noi. In un momento abbiamo visto arrivare dalla piazza un folto gruppo di carabinieri agitati ed urlanti. Noi abbiamo alzato le mani. Dopodiché è arrivato un graduato dei carabinieri al quale abbiamo detto: "State calmi, non stiamo facendo nulla". Lui ci ha intimato di metterci a sedere a terra in ginocchio e ci ha chiesto i documenti. Noi li abbiamo dati. Ci hanno detto di ritirarli più tardi alla caserma di piazza Carità (Pastrengo). Siamo rimasti lì bloccati per un pò di tempo.
Dopo ci hanno scortato fino a via Marina. A quel punto ce ne siamo andati. Abbiamo pensato che non fosse opportuno andare a prendere subito i documenti senza un legale. abbiamo aspettato fino al lunedi successivo per avere indietro i documenti. siamo andati prima in questura ma lì ci hanno detto che i documenti non li avevano loro e che saremmo dovuti andare alla caserma Pastrengo. Siamo andati alla caserma e lì, verso le 18:00 ci hanno ridato i documenti. nessun carabiniere ha voluto dichiarare con chi stessimo parlando o chi fosse il responsabile. non ci hanno dato alcun verbale di sequestro né, tantomeno, di dissequestro. il tutto è quindi avvenuto nel più totale silenzio riguardo alle procedure seguite.


N.V.
Io sono avvocato e mi sono trovato, dopo le cariche a piazza Municipio, ad incontrare quattro insegnanti facenti parte dei Cobas scuola, di cui una è una mia amica. Mi hanno raccontato che poco prima, davanti al Maschio Angioino, si trovavano con degli sudenti ed hanno tentato di difenderli da una carica. Gli agenti (poi abbiamo capito che si trattava di carabinieri) hanno puntato allora i manganelli alla testa degli insegnanti, li hanno fatte inginocchiare, ed hanno preso i loro documenti d'identità, dicendo: "non vi picchiamo solo perché siete persone adulte". Dopo quattro o cinque minuti li hanno lasciati andare ma senza restituire loro i documenti dicendo: "se venite oggi pomeriggio verso le tre in Questura ve li ridaremo". Quando gli insegnanti mi hanno incontrato, volevano un consiglio e mi hanno chiesto di accompagnarli in Questura. Ci siamo rincontrati allo Ska verso le 14.30 e abbiamo consultato anche un altro avvocato: abbiamo convenuto che era meglio non andare, perché temevamo che fossero fermati perché nell'imminenza dei fatti. Successivamente abbiamo saputo che allo stesso questore era stato chiesto conto anche dal senatore G. Russo Spena del "sequestro" di documenti d'identità ai danni di numerosi manifestanti. Il lunedì successivo mi ha chiamato il segretario prov. di R.C., dicendomi che sia il Questore che il capo della Digos disconoscevano che dei poliziotti potessero avere preso dei documenti in questo modo.
Vista la situazione kafkiana, ci siamo recati verso le quattro e mezza in Questura, io ed i quattro insegnanti, e lì nessuno ci ha dato spiegazioni precise, finchè ci hanno detto di ritornare un'ora dopo agli uffici della Digos, e che loro avrebbero ricostruito se il fatto fosse avvenuto ad opera di poliziotti di fuori Napoli o da parte di altri corpi di polizia. Un'ora dopo finalmente, arriva un dirigente della Digos e ci dice che questi documenti sono presso la caserma Pastrengo dei carabinieri, e di recarci lì. Noi abbiamo insistito perché prima che noi arrivassimo lì lui li chiamasse, cosa che lui si è impegnato a fare.
Arrivati alla caserma Pastrengo, il centralinista, invece, ci dice di aspettare: non sembrava informato della cosa. Alle nostre insistenze, e sentendo il nome del funzionario della Digos che ci mandava, ci disse che ci avrebbe fatto parlare con il maresciallo incaricato del servizio di giornata. 10 minuti dopo, viene il maresciallo e senza presentarsi ci dice: "Avvocato, se non ci sono i diretti interessati io non posso darle niente, quindi non mi dica che sono loro se non sono loro." Io gli ho fatto notare che questo atteggiamento sospettoso mi sembrava fuori luogo, e gli ho chiesto di identificarli se aveva dei dubbi. A quel punto chiede agli interessati la data di nascita, poi si allontana e dopo altri 10 minuti torna con i documenti. Non ha detto se ci fosse o meno una denuncia a carico delle persone.
Sottolineo che questo "sequestro" in realtà non ha mai visto la presenza di un verbale relativo.


Coordinamento genitori e professori
E' con sdegno che denunziamo le violenze praticate dalle "forze dell'ordine" nei confronti di ragazzi di 14-15 anni durante la manifestazione a Napoli. Pensavamo fosse ancora un diritto manifestare un dissenso. Abbiamo mandato i nostri figli con serenità ed abbiamo veduto poliziotti effettuare cariche senza alcun motivo all'altezza di Calata San Marco su ragazzi inermi che li avevano chiamati servi dello Stato (molti genitori erano vicini allo sbarramento dei poliziotti e lo testimonieranno). Quando il gruppo che voleva forzare lo sbarramento è avanzato, abbiamo veduto gli studenti ginnasiali che con le mani alzate arretravano verso la ringhiera del Maschio Angioino per tirarsi fuori dalla mischia ma non è servito. Ragazzi che chiedevano di allontanarsi alle forze dell'ordine ( era stato nostro il consiglio ingenuo: in caso di tafferugli, rivolgetevi alla polizia e chiedete di allontanarvi) dichiarando con le mani alzate e le facce da quattordicenne: "sono uno studente vorrei allontanarmi", hanno ricevuto manganellate in testa per il solo fatto di essere lì. Altri sono stati selvaggiamente picchiati e trascinati con violenza inaudita verso i cellulari. Di tutto questo il questore deve rispondere. Chiediamo le dimissioni del Questore di Napoli quale responsabile di atti che consideriamo inaccettabili in un paese democratico.


F.A., L.A., G.B., I.B., L.L., P.R., M.P. S., P.S., G.T., M.T.
Aderiamo all'iniziativa del "Coordinamento genitori" che ha denunciato l'operato delle forze dell'ordine in occasione della manifestazione "No global forum". Molti di noi sono stati testimoni di comportamenti incredibili, da parte di poliziotti, finanzieri, carabinieri che sembravano impazziti e che si avventavano con sadismo proprio contro i più giovani. Sono comportamenti che vanno colpiti e sanzionati, non certo coperti e giustificati come sta tentando di fare il questore di Napoli.


F. G.
Erano le 12:30 circa e mi trovavo su via De Pretis. La strada era deserta e si vedevano in fondo solo camionette di poliziotti. Ci siamo diretti verso la piazza Municipio da Piazza Borsa.
Ero con altre 4 persone estranee alla manifestazione. Verso la fine di via De Pretis ho visto poliziotti picchiare un ragazzo poggiato al muro. Mio fratello prende la macchina fotografica dalla borsa e in quel momento si avvicinano a noi sei poliziotti. Ci urlano di levare il rollino dalla macchina e noi lo facciamo. Ci dicono di andarcene ma noi rimaniamo lì. Per una seconda volta ci intimano di levare il rollino dalla macchina nonostante noi lo avessimo già fatto. Chiediamo il perché ma loro immediatamente minacciano di picchiarci e nello stesso momento prendono la macchina e la scagliano contro il muro mantenendola per la cinghia. A quel punto io e mio fratello, innervositi, civilmente protestiamo a parole, e di risposta, continuando a minacciarci ci spingono via a calci. Da quel momento siamo scappati in un vicolo insieme ad altre persone.


A. I.
Io mi trovavo con gli studenti del liceo Genovesi a Piazza Municipio, vicino alla ringhiera dei giardini del castello. Non stavo facendo nulla e con le mani alzate ho chiesto ad un carabiniere di lasciarmi andare via. Nello stesso momento si avvicina una ragazza chiedendo anche lei la stessa cosa ad un poliziotto. Di tutta risposta ha ricevuto una manganellata. Poliziotti e carabinieri ci spingevano verso la piazza accerchiandoci. Altre persone si sono buttate nel fossato, prese dalla paura. Ho sentito dire da un carabiniere: "entrate dentro, entrate dentro" riferendosi alla piazza.
Subito dopo noi stavamo scappando verso il camion di Rifondazione Comunista che stava dall'altra parte della piazza, verso via Medina. In quel momento i carabinieri si avvicinavano sempre di più. Io ero sempre di spalle ai carabinieri e con le mani alzate. Ho sentito dire: "Vai, Vai" e ho avuto due colpi di manganello dietro la schiena e sulla testa. Scappando verso il camion di R.C. stavamo avendo un altro attacco da parte dei finanzieri che venivano dalla parte bassa della piazza, dal lato di via De Pretis. Sono riuscito a scappare verso la Marina seguendo il camion di R.C. che chiedeva ai poliziotti di fare strada per farci uscire dalla Piazza.


A.R.
Sono una studentessa di 17 anni.
Siamo arrivati pieni di sogni, eterogenei e fieri delle nostre diversità. Sapevamo tutti che alla fine
qualche carica ci sarebbe stata. Ma eravamo lì per difendere il mondo e le nostre idee, e credevamo che né l'opinione pubblica, né i poliziotti sarebbero riusciti a fermarci. Evidentemente ci sbagliavamo, visto che già a metà del percorso tutte le viuzze laterali erano piene di polizia. A piazza municipio, non appena siamo entrati tutti, la guardia di finanza ci si è chiusa silenziosamente alle spalle, bloccando l'ultima via d'uscita.
La tensione cresceva, la richiesta di far passare una delegazione era stata respinta, e nell'angolo superiore della piazza (quello chiuso col muro di ferro) cominciavano a volare i sanpietrini. In un'attimo un'ondata di panico ha percorso la piazza, le vie di uscita erano tutte bloccate. Un mio amico che in quel momento era alla Biblioteca Nazionale mi ha poi raccontato di aver sentito dire dal capo della polizia, di fianco al Questore: "Caricate su tutti i fronti", contrariamente a quanto dichiarato dallo stesso Izzo... So solo che le cariche sono partite a distanza di pochi secondi da tutti i lati, piovevano fumogeni o peggio, venivano lanciati ad altezza d'uomo, e non si capiva più nulla.
Sfuggendo a due cariche siamo riusciti a rifugiarci in un cortile, con gli occhi devastati dai gas. Dopo circa 40 minuti ci è arrivato un "ultimatum": "O uscite voi, o entriamo noi". Non c'era molto da scegliere, e così, mani in alto e volto scoperto, come in un surreale western urbano, siamo usciti dal nascondiglio.


V. P.
Quando ormai il corteo, dopo numerose cariche, cercava di defluire, tra piazza Municipio e via Depretis ho visto prendere a manganellate, calci, pugni, due ragazzini di 13-14 anni da 7 o 8 celerini. Il pestaggio è continuato per almeno un minuto anche dopo che erano caduti a terra.
Dopo più di mezz'ora la piazza continuava a rimanere chiusa, blindata da tutti i lati, e ancora non riuscivamo a defluire: quanti cercavano di passare, anche in piccoli gruppetti, erano sistematicamente aggrediti e picchiati da celere e guardia di finanza. A un certo punto mi sono reso conto che c'erano moltissimi ragazzi asserragliati negli androni dei palazzi di via Calata S.Marco. Almeno tre di questi grandi androni erano pieni di gente, soprattutto giovanissimi, era incredibile, in ognuno ce n'erano centinaia, erano saliti su per le scale dei palazzi e nonostante questo gli ultimi che erano riusciti ad entrare erano appoggiati all'interno dei portoni, vicino ai vetri presi rabbiosamente a manganellate, e costretti a vedere e sentire le minacce delle forze dell'ordine che li assediava! Allora ho cercato di trattare con la Digos per farli uscire, e questi funzionari mi hanno assicurato che li avrebbero fatti uscire senza sottoporli ad ulteriori violenze. Ma quando i ragazzi hanno tentato di uscire, gruppi numerosi di celerini e finanzieri, urlando minacce e insulti sono ripartiti alla carica contro di loro. I funzionari hanno faticato moltissimo a trattenerli, ed io stesso ho rischiato di essere preso a manganellate. La cosa si è ripetuta uguale ogni volta che si riapriva un portone per far uscire i manifestanti.


D. M.
Stavo tranquillamente con la mia ragazza e i miei compagni di scuola sui giardinetti del Maschio Angioino, eravamo sdraiati tutti sul prato, contenti della manifestazione e di stare lì tutti insieme, quando da lontano abbiamo visto le prime cariche colpire il corteo, e gente correre proprio verso i giardini. Ci siamo alzati, ed io ingenuamente ho detto agli altri "Spostiamoci vicino alla ringhiera del fossato, lì non ci faranno mai niente, lo vedono che stiamo tranquilli, non caricheranno mai". Dopo neanche cinque minuti è partita la carica: venivano dal porto verso la piazza e ci hanno investito in pieno. Noi siamo stati schiacciati sulla ringhiera dalla gente presa dal panico. Era una situazione pericolosissima! Io urlavo di stare con le mani alzate, ancora convinto (che ingenuo!) che così avrebbero smesso di caricarci. Macchè! Poi tutti hanno cominciato a scappare correndo verso il cantiere della metropolitana: forse si era aperto un varco! Scoppiavano vicinissimi i lacrimogeni, la mia ragazza non ci vedeva più, io invece forse grazie alle lenti a contatto, qualcosa vedevo e così abbiamo corso insieme riuscendo a raggiungere via Marina. Lì ci siamo fermati, una ragazza si è sentita male ed è svenuta. Abbiamo visto sfrecciare davanti a noi altre tre camionette di carabinieri che sgommando sono entrate a piazza Municipio.


C. F.
Stavo con i miei compagni di scuola sui giardinetti del castello verso il porto. Abbiamo visto le cariche dall'altro lato della piazza e con 5-6 amici abbiamo deciso di andarcene. C'era un massiccio cordone formato da celerini e carabinieri, e noi ci siamo avvicinati ai carabinieri per chiedere di farci uscire, di farci andare via. Due di noi li hanno fatti passare, perché c'era un funzionario di polizia che era disponibile a farci uscire, però subito è arrivato urlando un carabiniere coi gradi, era del nord, che ci ha gridato questa frase piuttosto sconclusionata: "Ci avete fatto incazzare, avete rotto i coglioni, noi vi abbiamo dato dei segnali, ora PARTO PARTO PARTO!!!" (sic). Noi eravamo ancora in fila indiana e con le mani alzate, circa cinquanta persone, ma ci hanno bloccato. Io sono stato il primo tra noi ad essere bloccato, mi hanno dato uno scudo sul ginocchio. Io continuavo a dire "noi vogliamo solo uscire, perché non ci fate passare?" Allora il carabiniere coi gradi ha cominciato a manganellarci tutti, e allora anche i suoi uomini hanno cominciato. Io ho preso qualche manganellata in testa, una sulla mano, sul braccio e sulla schiena. Siamo scappati, è partita una carica. Spinti dalla folla terrorizzata, abbiamo ritrovato per caso, dall'altra parte della piazza, i genitori di una mia amica, che avevano avuto indicazioni da parte di alcuni manifestanti dell'esistenza di un passaggio libero attraverso un vicolo. Anch'io fortunatamente ho trovato mio padre, che è riuscito a riportarci a casa.


I. O.
Io ero dietro a C., mio compagno di scuola, quando cercavamo di convincere i carabinieri a farci uscire dalla piazza dal lato del porto. Quando hanno cominciato a colpirlo con i manganelli io l'ho tirato indietro e abbiamo cominciato a correre verso i lavori della metropolitana, ma siamo stati costretti a girare a destra perché ci caricavano non solo da dietro, ma anche davanti. Sulla curva siamo rimasti scoperti sulla destra, perché tutta la gente che scappava si accalcava a sinstra per paura di essere colpita dai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Ma io ho visto con chiarezza i carabinieri sparare in aria colpi d'arma da fuoco, e con chiarezza ho sentito i colpi.
Questi carabinieri erano cinque o sei, erano inseriti in un cordone che avanzava speditamente verso di noi, senza correre, veloci ma calmi, convinti. Questi cinque o sei sparavano in aria con un'arma nera, sembrava una mitraglietta, e non c'era intervallo tra un colpo e l'altro, il rumore era continuo. Sono scappata il più lontano possibile, ho avuto paura, non mi rassicurava per niente il fatto che sparassero in aria: erano armi VERE quelle!


P.G.
Io ero tra quelli che sabato reggevano alla manifestazione di sabato a Napoli lo striscione dei Cobas (sorretto da aste di plastica). Quando sono partite le cariche degli agenti il nostro spezzone di corteo si trovava all'altezza dei cantieri aperti in piazza Municipio. La polizia ci ha attaccato da davanti, abbiamo tentato di fugare, altri agenti ci hanno aggredito anche da dietro. Sono caduto a terra con altri compagni. Mi hanno manganellato in tanti in più parti del corpo. Cercavo di coprirmi il volto: ho preso una scarica di colpi in testa. Ai manganelli sono seguiti i calci. Io ero ancora a terra completamente indifeso e gli agenti continuavano a sferrarmi calci in testa con gli anfibi.


D.Q.
Sono uno studente napoletano di 15 anni e vorrei raccontare quello che ho visto e subìto durante la repressione delle "Forze dell'Ordine" a Piazza Municipio a Napoli, sabato 17: quando sono iniziate le cariche ci siamo spostati in una zona apparentemente sicura, nei primi minuti siamo stati risparmiati, ma ad un certo punto la polizia ha iniziato a caricare anche noi pressandoci verso delle inferriate e facendo rischiare un pericoloso salto di molti metri.
Dopo la prima carica ci è stato concesso di allontanarci. Mentre mi allontanavo ho visto una camionetta dei finanzieri cercare di investire un giovane manifestante. Arrivato all'uscita di Piazza Municipio ho cercato di passare per Via Medina (da dove è arrivato il corteo) ma mi sono imbattutto in dei finanzieri: non so cosa sia successo agli studenti che stavano vicino a me, per quanto mi riguarda ho visto arrivare un finanziere armato di manganello che, nonostante avessi detto con le mani alzate "Sono uno studente, voglio tornare a casa", mi ha colpito in testa e solo grazie ad un compagno del Lab. Okk. Ska, che mi ha portato via, sono riuscito ad evitare il peggio.


V. P.
Ero a P.zza Municipio vicino ai giardini sotto il castello. Stavo tranquillo, seduto sul prato. Stavo suonando. Ho visto disordini dall'altro lato della piazza. C'era la polizia che cominciava a salire in assetto antisommossa. Dopo pochi minuti si è creato il panico: c'è stato il lancio dei lacrimogeni.
Lo squadrone della polizia avanzava dal lato porto sotto il castello e da sopra. A quel punto mi sono trovato chiuso. Ho cercato di scappare ma le forze dell'ordine avevano chiuso anche l'altro lato. Andando sul prato ci hanno ordinato di sederci per terra. Stavo in prima fila e ho chiesto di farci uscire, li ho pregati anche in lacrime ma loro si incazzavano di più. Hanno date manganellate gratuite ai miei compagni. Malgrado io stessi seduto a terra con le mani alzate mi hanno tirato calci all'altezza dei polpacci e dei piedi. Visto che incalzavano nel darci addosso siamo scappati, ma siamo di nuovo trovati braccati contro la ringhiera. Ho corso verso il porto e non vedendo più chiusure sono riuscito a scappare. Un poliziotto ha gridato "a buon rendere".


E. D.
Anche io sono stata vittima di una rappresaglia ingiustificata della polizia .
Mi trovavo a piazza Municipio e, mentre si discuteva della manifestazione la polizia ha deciso "senza alcun motivo"di caricare. Io ero in prima fila e non riuscendo nè a vedere nè a respirare per i lacrimogemi, alzavo le mani chiedendo di farmi uscire da quell'inferno. La risposta della polizia è stata una minaccia con il manganello (nel frattempo un amico accanto a me veniva colpito ai reni)e una spinta verso il centro della piazza dove c'era una vera e propria guerriglia. Ho cercato di fargli capire che lì mi avrebbero colpito e lui mi ha rispinto da quella parte.
A questo punto io ed un mio amico abbiamo iniziato a correre riuscendo a trovare come unica via di uscita un vicoletto. Oltre a minacce fisiche sono stato offesa verbalmente da un poliziotto che mi ha chiamato: puttana.
ERAVAMO TOPI IN TRAPPOLA.
Dimenticavo: alla manifestazione erano presenti anche i miei genitori che, fortunatamente, prima delle cariche sono riusciti ad uscire anche se la polizia inizialmente aveva negato l'uscita anche a mia mamma.
Spero che la mia testimonianza insieme a tante altre, possa servire quanto meno a destituire il questore di Napoli ed a spingerci a Genova sempre più numerosi.


L.E.
Quando sono arrivata a piazza Municipio la polizia bloccava gia tutte le uscite sia della piazza, da tutti i lati, sia dell'ultima parte del Rettifilo (da piazza Borsa in poi). Ho incontrato la mia amica E. con la famiglia e siamo rimaste a chiacchierare, la madre poi voleva andare a prendere un caffè e ci ha lasciato (poi ho saputo che la polizia non voleva farla uscire dalla piazza e che ha dovuto insistere a lungo). Siamo rimaste noi due, abbiamo visto la prima carica e siamo andate indietro ma il camioncino di Rifondazione ha richiamato tutti dicendo che non stava succedendo niente. Però noi non ci sentivamo tranquille e ci siamo andate a mettere sul prato verso via Marina,vicinissime alla polizia.
C'erano ragazzini e persone adulte, nessuna provocazione, eravamo assolutamente fermi e tranquilli: la polizia ha caricato all'improvviso, spingendoci. Io sono caduta e ho perso E., quando mi sono rialzata sono rimasta schiacciata contro il parapetto vicino al fossato dove erano arrivati i primi lacrimogeni.
Finita la prima carica sono andata a mani alzate verso il cordone, chiedendo di uscire. Il poliziotto mi ha detto di tornare indietro indicandomi il centro della piazza, pieno di lacrimogeni e gente che scappava, io ho chiesto di nuovo (sempre a mani alzate) di uscire: mi ha insultato e, minacciandomi con il manganello, mi ha detto di tornare indietro. Allora sono andata verso il rettifilo ma c'era polizia e lacrimogeni anche lì. Praticamente chiusa da ogni parte: la parte alta della piazza occupata dagli scontri più violenti, le uscite rigorosamente bloccate. Eravamo solo ragazzini e pochi adulti, nessuno capiva niente.
Io sono rimasta a mani alzate sperando di recuperare qualcuno e cercando di capire. Poi ho visto un funzionario indicare la via d'uscita, avevano aperto la strada che scende a via Marina. Quella stessa strada era chiusa fino a due minuti prima da un nutrito cordone di poliziotti.
Ho ritrovato E. dov'era il camioncino di Rifondazione all'altezza dell'Agip: dicevano di ricompattare il corteo e di tornare verso la stazione. Qualcuno è andato, la maggior parte di noi e rimasta lì a riprendersi e poi siamo tornati a casa.


M. N.
Il giorno giovedi 15 marzo ho avuto una discussione con due militari armati nella mia facoltà, il Navale, che si trova a ridosso della "zona rossa" (tra il Maschio Angioino e il porto). Ho chiesto loro se erano autorizzati a girare armati e mi hanno risposto con una risata. Data la mia insistenza, inoltre, hanno arguito che fossi comunista: quando ho chiesto loro se fosse un problema, la risposta è stata: "noi tendiamo a reprimere la gente come te".
Come?
La risposta sabato 17 marzo: ero sui giardini di Piazza Municipio quando è arrivata senza un evidente motivo una pioggia di lacrimogeni (è evidente che volevano disperderci). Io e altri compagni ci siamo diretti a mani alzate verso via Depretis, stavamo svoltando l'angolo per calata S.Marco (sempre con le mani alzate) quando ci è arrivata addosso una carica di finanzieri. Ho preso una prima manganellata alla gamba sinistra, mi sono appoggiata alla saracinesca dietro di me, ho guardato un finanziere in faccia dicendogli che non ero armata, ma per tutta risposta ho ricevuto la seconda manganellata sul braccio sinistro e via di seguito su tutto il corpo. A pochi passi da me c'era a terra un ragazzo gia' sanguinante sul quale continuavano a infierire con violenti calci sulle costole e dove riuscivano perchè essendo troppi (5 o 6) non riuscivano neanche a picchiarlo bene. Intanto io per il dolore mi sentivo svenire quando dei ragazzi mi hanno trascinato verso di loro dicendomi di alzare le mani."Non funziona" ho risposto "picchiano lo stesso". Abbiamo poi imboccato il vicolo di calata S.Marco e ci hanno rincorso anche li'. Non si stancavano mai di picchiare!


M.D.
Ero solo vicino al prato sotto al Maschio Angioino verso via Marina. Mi sono visto improvvisamente accerchiato dalle forze dell'ordine in divisa - non so se polizia o carabinieri.
Mi sono fermato, uno di loro mi ha preso per il braccio e mi ha colpito con il manganello sull'avambraccio sinistro e poi sul braccio destro. Questo "signore" mi ha consegnato ad un gruppo di suoi simili i quali mi hanno più volte e sottolineo più volte colpito con i manganelli di nuovo alle braccia e alla schiena intimandomi di allontanarmi e minacciandomi con il calcio del fucile all'altezza del viso. Ho visto i loro occhi, in particolare gli occhi di colui che brandiva il fucile al contrario: ho avuto l'impressione di avere di fronte una belva impazzita. Ho cercato di dire a queste persone di fermarsi perchè non c'era motivo di accanirsi così tanto perchè ero solo ed inerme, ma loro non mi hanno ascoltato. Stranamente poi mi hanno lasciato andare.


P.C.
Mi trovavo a piazza Municipio all'altezza dello sbarramento posto sotto l'arco che precede la salita verso l'entrata principale del castello. Avevamo partecipato al corteo io ed una mia amica e ci eravamo "riparati" in quel posto perchè erano iniziate le prime cariche anche perchè in quel posto avevamo una buona visione della piazza visto che volevo documentare quella giornata. All'improvviso di lato al Maschio Angioino - a ridosso del fossato - senza alcun motivo la polizia caricava un gruppo di persone che a mani alzate cercavano di sottrarsi alla pressione e alle manganellate del gruppo di poliziotti e carabinieri che spingevano le persone verso la balaustra tanto che alcuni dei ragazzi sono stati costretti a saltare o ad aggrapparsi al palo della luce elettrica e lasciarsi scivolare lungo il muro che, preciso, alto da terra circa 6 7 metri!
Ho visto ragazzi e ragazze che aggrappati al bordo del muro del fossato si lasciavano cadere ed il muro gli franava in testa.Dopo aver documentato questa terribile scena sono stato costretto ad allontanarmi perché arrivavano molti lacrimogeni e nuove cariche. Ci siamo spostati in direzione del porto e ci siamo riparati giù alle scale del gabinetto pubblico (chiuso) insieme ad altre 6- 7 persone (3 ragazzine di 15, 16 anni ed un paio di persone più anziane con i propri figli). In quel punto ci è arrivata la polizia addosso, sulle scale c'erano 4-5 carabinieri che hanno raggiunto un ragazzo e cercavano di colprlo con il calcio del fucile. Sulla destra, pressato sulla ringhiera del bagno pubblico.
C'era un altro ragazzo che era bloccato da un poliziotto che urlava "Picchiatelo sulla testa!" mentre altri 3 o 4 poliziotti lo manganellavano. Dopo di che un altro poliziotto ci ha ordinato di andare via da quel posto e siamo usciti con le mani alzate. Io e la mia amica ci siamo diretti verso il porto ma c'era un plotone di poliziotti fermi a cui abbiamo chiesto quale fosse la via d'uscita dalla piazza; a questa domanda il poliziotto, suppongo il più alto in grado, ci urlava di andare via.Siamo rimasti fermi non sapendo dove scappare poichè intorno picchiavano tutti. Per allontanarmi il poliziotto agitava il manganello cercando di colpirmi e, intimandomi di non fare foto, ha sferrato un colpo di manganello sul teleobiettivo della mia macchina fotografica.


G. B.
Durante le prime cariche ero ad una certa distanza dalla testa del corteo e sono stata colpita allo stomaco da un lacrimogeno, per fortuna da una certa distanza. Alla fine della manifestazione ero sola su via Toledo con una ragazza che era stata colpita in testa per aver cercato di difendere gli altri. Un poliziotto si è avvicinato col manganello alzato e mi ha urlato di andarmene, indicando un vicolo.
Non vedendo la mia amica dietro di me sono tornata indietro e ho visto che avevano ripreso a picchiarla: erano in 4. Le urla mie e di un un gruppo di persone riparate dietro una saracinesca (di quelle a grate) li hanno femati. Uno è persino passato dal ruolo di picchiatore a quello di "salvatore" abbracciandola mentre la trascinava via…


C.G.
Anch'io ero a Napoli per manifestare contro il Global Forum e posso dirvi che è stato bellissimo.
Fortunatamente sono riuscito ad evitare gli scontri con le forze dell'"ordine". Posso però raccontarvi che il clima creato dalle forze di polizia era pesante ed opprimente. Non credo, infatti, che tutelare l'ordine significhi aspettare i manifestanti alla stazione con manganelli e cellulari. Non credo, ancora, sia stata una mossa molto intelligente sbarrare tutte le strade laterali del Corso Umberto chiudendo tutte le possibili vie di fuga rischiando così una strage. Trovo molto poco professionale agitare nervosamente i manganelli verso ragazzi disarmati. Trovo quanto meno assurdo chiudere 30mila persone in una piazza, peraltro transennata per dei lavori in corso e dove dunque le vie di fuga erano praticamente inesistenti. Preferirei poi sorvolare sull'idiozia di quei celerini che lanciavano sanpietrini tra la folla in fuga o su coloro che vigliaccamente gioivano per aver pestato a sangue dei poveri compagni inermi perché si commentano da soli.
Hanno cercato di fermarci con la barbarie ma saremo sempre presenti e sempre di più a barattare le nostre idee con i loro manganelli. No pasaran!!!

E.V.
Anch'io ero alla manifestazione di sabato, appena dietro il camioncino del PRC. Portavo lo striscione che un nostro compagno ha preso a Porto Alegre, quella con la scritta "Un altro mondo è possibile". Anche se mi trovavo proprio in coda al corteo sono stato coinvolto insieme a molte altre persone che scappavano indietro senza sapere il perché. Così sono arrivati i primi lacrimogeni. In tutta fretta abbiamo ripiegato lo striscione e cercato di capire cosa fare. Indietreggiati di qualche metro, ritornando sul corso, da dietro il corteo i reparti della polizia hanno cominciato a caricare spingendo quelli che si trovavano davanti a noi in una morsa. Tutte le vie di fuga erano chiuse da polizia, carabinieri e finanza. Con i telefonini si tenevamo i contatti con gli miei amici che si trovavano davanti e per sapere come stavano. Cercavamo di avere notizie. Poi comincio a pensare e ripensare a quello che avevo visto prima di arrivare davanti al Maschio Angioino: reparti di finanzieri, poliziotti e carabinieri che all'inizio in Piazza Garibaldi sembravano abbastanza tranquilli, in fondo al corso mentre sfilavamo con assoluta normalità, avevano stretto i ranghi, alzato gli scudi e giù compatti sembravano il soldati romani che avevo rivisto nel film "Il Gladiatore" già pronti ad attaccare.


F. G.
Erano le 12:40 ed io ero in piazza Municipio. Mi sono accorta che le forze dell'ordine reagivano in modo assolutamente sproporzionato alle azione dei manifestanti e mi sono rifugiata in un vicolo tra via De Pretis e via Marina con altre persone, circa 10, che non conoscevo. Cercavamo di riprenderci un po' dai lacrimogeni. Ad un certo punto abbiamo visto un folto gruppo di finanzieri che correvano da Piazza Municipio verso via De Pretis. Una parte di loro (almeno venti) si sono staccati dal gruppo originario e sono venuti verso di noi. Abbiamo cominciato a correre tra il muro e le macchine parcheggiate. Alcuni sono riusciti a scappare scavalcando le macchine mentre io sono rimasta bloccata tra la macchina ed il muro.
Uno dei finanzieri mi è venuto addosso e mi ha dato quattro manganellate sul braccio sinistro urlandomi: "Stronza!". Già da prima del suo arrivo io avevo le mani alzate e sono sicura che lui l'aveva visto. Dopo mi ha preso per lo stesso braccio e mi ha lanciata sulla macchina. A quel punto sono scappata vedendo intorno a me solo finanzieri che picchiavano altre persone.

F. M.
Il corteo del no global era appena entrato in Piazza Municipio ed io ero in prossimità del corteo all'altezza del camion del Prc. Fu quando avanzammo verso il centro della piazza che io riuscii a scorgere le prime cariche della polizia contro la parte iniziale del corteo, mentre un secondo dopo le forze armate avanzavano nel corteo sparando lacrimogeni ad altezza uomo tra la folla in panne. L'aria divenne subito irrespirabile e il panico tra i manifestanti divenne alto; tra il continuo susseguirsi dei lanci dei lacrimogeni decisi di ripararmi verso i giardini (sul lato sinistro della piazza) in cerca di un varco che mi consentisse di uscire da quella fitta nube di lacrimogeni.
Ma la piazza era ormai blindata da ogni lato e non c'era alcuna via di deflusso per i manifestanti; iniziano le cariche da ogni lato senza alcuna esclusione su persone inermi e a braccia alzate. Proprio come un giocatore di rugby tenta di schivare il suo avversario, io tentavo di schivare i folti gruppi di carabinieri e poliziotti che picchiavano forte alla testa e nei costati usufruendo non solo dei manganelli (che molte delle volte erano orientati nel senso opposto) ma anche dei fucili che offrivano la loro parte "più delicata": il manico (vedi foto su Repubblica). Tra la bagarre generale incontro un mio amico: ha una profonda ferita alla testa; cerchiamo una via di uscita ma le forze dell'ordine continuano a caricarci infliggendoci una gran quantità di manganellate.
Ma il vero terrore, per me, non era ancora arrivato; mi aspettava un'ulteriore umiliazione: ero rimasto da solo tra i giardini della piazza, tenendo costantemente le braccia alzate (le abbassavo unicamente per coprirmi durante i loro assalti); un carabiniere mi chiama ordinandomi di stendermi a terra e di non muovermi (ci tengo a ribadire che ero completamente isolato e con le braccia alzate).
Furono attimi di vero e proprio terrore, lo stesso carabiniere mi immobilizza a terra e nel giro di pochi attimi vedo riversare su di me l'ira e la rabbia di diversi agenti (finanzieri, poliziotti, carabinieri). Mi colpiscono con manganelli, pugni , calci; un agente continuava imperterrito a esclamare (con tono pesante e carico di ira) durante il pestaggio: "brutto comunista di merda , ora ti facciamo vedere noi!!!". Fra i colpi incalzanti dei manganelli sulla mia testa sento una voce proveniente dalle fila delle forze armate che esclama: "basta così!" (avrebbero continuato all'infinito).
Intanto, due o tre agenti mi trascinano lungo il prato afferrandomi per i capelli: avevano formato loro stessi, all'interno della piazza, un cerchio di persone che accovacciate per terra subivano le loro percosse. Non soddisfatti di quello che già avevo subito, mi aggiungono alle altre persone indifese e continuano con la loro ingiustificata violenza. In quel momento ho temuto veramente il peggio, ho approfittato di un momento in cui loro avevano mollato la presa e sono scappato.
Riesco a trovare riparo in una zona della piazza in cui era tenuta sotto una sorta di prigionia una scolaresca insieme ai professori. Solo grazie a loro aiuto riesco ad uscire da quell'inferno, riportando diversi danni fisici che sono testimoniati da referto medico. Inoltre del mio pestaggio esistono anche diverse testimonianze fotografiche.


T.T.
Quella mattina eravamo tanti un lungo fiume di persone che pacificamente si era ritrovata unita. Mi trovavo lontano dagli scontri, alle prime avvisaglie di violenza ho cercato di uscire dalla piazza, ma la possibilità mi è stata negata, il destino di chi si trovava in piazza era forse già stato deciso. Ricordo di non aver visto più nulla, di aver gridato il nome dell'amico che quella mattina era con me. Ho cercato di fuggire, ho visto persone disperate, persone calpestate dalla folla impazzita, persone che si sono gettate nel fossato, eravamo accerchiati, abbiamo alzato le mani chiedendo di non picchiarci, ci hanno detto sedetevi sul prato non vi faremo nulla.
Abbiamo fatto quella che ci avevano ordinato di fare, a partire dal quel momento è successo di tutto, noi inermi con le braccia alzate, piangendo e gridando, loro con il calcio del fucile e con il manganello ma soprattutto con i loro occhi pieni di odio, rabbia, ferocia. Ricordo che i superiori degli agenti ordinavano di non picchiare ma era tutto inutile. Al temine del pestaggio ci hanno detto di alzarci e di andare via, esortandoci con il manganello. Avevo mille ambizioni, credevo nel principio di legalità, nella tutela del cittadino, in principi che gli studi universitari mi avevano fatto amare. Tutto ciò che ora rimane è un forte senso di sconforto, mi hanno spaccato la testa ma non hanno infranto le mie idee, per quelle non bastano le botte, non bastano gli insulti, ci vuole ben altro. La forza di chi come me sogna è più grande di una giornata di terrore, è più grande di qualsiasi incubo.


F. E.
Dopo la prima carica ho perso i miei amici e mi sono trovata sui giardinetti del castello. Ero con una cinquantina di persone e la polizia è arrivata contro di noi da destra, da sinistra e davanti. Scappando ci siamo trovati sul ponte del Maschio Angioino, sotto l'arco. Nel gruppo c'erano molti giovanissimi ma anche famiglie con bambini. Ho visto una bambina di circa otto anni che scappava tra i lacrimogeni e le botte insieme alla mamma. Chissà che fine hanno fatto!
Io ho visto almeno tre ragazzi massacrati di botte. Erano ragazzi rimasti isolati che venivano pestati da squadrette di poliziotti e di carbinieri. Avevano gli occhi pazzi e davano l'impressione di volere uccidere i manifestanti e tutti quelli che si trovavano davanti a loro.
Da lì la polizia ci ha fatto scendere tutti con le mani alzate ma mentre cercavamo di andarcene sono saliti dal porto altri poliziotti e carabinieri che ci hanno fatto sedere sul prato sempre con le mani alzate. Ci hanno sputato addosso, hanno preso a calci le persone delle prime file, un ragazzo seduto accanto a me è stato colpito in faccia più volte anche con il calcio del fucile e gli hanno rotto la testa. Poi hanno continuato a colpirlo con violenza. Una ragazza di circa 18 anni piangeva ed è stata gratuitamente colpita con il manganello in testa. I poliziotti urlavano: "chi cazzo vi credevate di essere e di fare? Qua è inutile che parlate, decidiamo noi quando basta!". Poi ci hanno finalmente detto: "Alzatevi, andate via, sparite!!!" Siamo scappati verso il porto mentre quelli continuavano a picchiarci. Volevano colpire anche me col manganello sulla testa ma io mi sono abbassata e il colpo l'ho avuto sulla schiena. Ma non era finita. Ci hanno spinti in un angolo stretto contro la ringhiera che faceva da argine con il fossato del Maschio Angioino: una signora stava svenendo, una ragazza stava cadendo giù ed in molti, in realtà, abbiamo rischiato di cadere. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se la ringhiera non avesse retto!

G. A.
Ero a piazza Municipio vicino alla ringhiera del castello sul lato sinistro del Maschio Angioino. Dopo la prima carica verso palazzo San Giacomo la polizia si è lanciata verso un gruppo di pacifici ragazzi che erano vicino alla ringhiera. Ho visto un carabiniere picchiare ripetutamente con il calcio del fucile sulla testa di un ragazzo ed io l'ho preso e l'ho tirato fuori dalla rissa lasciandolo accanto ad un'ambulanza dove c'era un ispettore. Subito dopo sono entrato per recuperare un amica. A questo punto la polizia mi ha fatto inginocchiare con le mani in alto insieme ad altri. Nel frattempo ho visto un carabiniere prendere per i capelli un ragazzino di circa 15 anni e ripetutamente colpirlo in volto con il manganello. Qui sono intervenuto nuovamente proteggendo il volto del ragazzino con la mia mano sinistra. Da qui la mia prima contusione al pollice. Dopo di che inizia a colpirmi ripetutamente in volto un carabiniere mirando alle tempie e minacciandomi : "Site spuorche, bestie, merde, accussi' t'impari a scennere ancora, te faccie verè io". Il carabiniere mi teneva la testa bloccata con una mano e con l'altra mi colpiva sulla parte alta della testa.
Ho ricevuto molti colpi soprattutto in volto ed in testa con il manganello impugnato dalla parte del manico (ed i segni sono evidenti date le rigate) per sette otto volte almeno. Poi sono intervenuti altri cinque agenti tra carabinieri e finanzieri. A questo punto mi hanno dato calci, manganellate sulle gambe (anche con il calcio del fucile) e quindi su tutto il corpo e sono rimasto piegato a terra.
Ad un certo punto sono intervenuti agenti in borghese cercando di calmare la situazione e nonostante fossi accompagnato da un agente in borghese più volte sul tragitto verso l'uscita da piazza Municipio sono stato ancora gratuitamente colpito dalla polizia.

C. I.
Arrivati in piazza Municipio io e la mia ragazza ci siamo sistemati sul prato a ridosso del fossato del Maschio Angioino: eravamo andati alla manifestazione come liberi cittadini, senza aggregarci a nessun gruppo in particolare. In piazza ci siamo uniti ad un gruppo di ragazzini (una scuola?) misto ad ambientalisti pensando: "qui non c'è nessun elemento di tensione, molti stanno già sul prato a mangiare, non corriamo nessun pericolo".
Dopo alcuni minuti ci siamo resi conto che la situazione si faceva tesa: nella parte bassa della piazza una camionetta delle forze dell'ordine inizia a fare alcuni giri su se stessa a velocità folle in mezzo alla folla creando il panico; verso via Depretis, l'unica lontanissima via di fuga, già c'erano cariche e tafferugli vari; verso palazzo San Giacomo non si poteva andare perchè la gente da lì fuggiva schiacciandosi verso la parte bassa della piazza. A quel punto penso: "non possiamo che rimanere qua, fra gente pacifica, e non correremo alcun rischio".
Purtroppo inizia un lancio di lacrimogeni proprio su questo gruppo in cui c'eravamo mischiati, e io continuo a non capire perchè, visto che non c'era nessun problema là in mezzo. Si va di male in peggio: cominciano a sparare ad altezza d'uomo (uno m'ha sfiorato) quei proiettili a forma di palloncino oblungo che si vedono in tv sulle canne dei fucili (non so se sono lacrimogeni speciali o altro). La gente da sopra continua a scappare e a schiacciare la gente contro le balaustre del fossato (vedere immagini del TG 5), ma i fuggitivi sono gente come noi, inermi e a volto scoperto: non c'è traccia dei facinorosi visti al telegiornale. Quest'osservazione ci convince ancor più che rimanere là è una buona idea: penso "forse c'è stato qualche tafferuglio verso palazzo San Giacomo ma la situazione non può che stabilizzarsi in breve".
Ma la situazione non si calma e quando iniziamo a vedere fra il fumo che gli agenti iniziano a scendere verso di noi iniziamo a gridare di stare tutti con le mani alzate, il più ovvio segno di non belligeranza e la più chiara dichiarazione di pacificità e inoffensività. Ho in mente questa scena: decine di persone attorno a me tutte con le mani alzate che gridano di essere lasciate stare e un cordone di agenti schierati (non impazziti e fuori controllo) che ci stringe; io e la mia ragazza eravamo in prima fila.
So di risultare ingenuo, ma fino all'ultimo istante sono rimasto convinto che ci avrebbero oltrepassato per raggiungere zone della piazza dove forse erano in atto degli scontri…Il tempo di subire una provocazione verbale da parte di un agente dello schieramento, "avete voluto manifestare ed ora vi rompiamo il culo..." , e ci sono saltati addosso.
Ho preso una forte manganellata in testa che è bastata per mandarmi in terra; poi ho ricordi molto confusi. Di certo ho preso un forte colpo alla spalla sx, per la quale dopo 4 giorni ho ancora dolore. La mia ragazza afferma di aver scalciato un agente che provava a colpirmi ancora.
La "truppa" ci ha poi superato per andare a massacrare le decine di appetibili vittime inermi dietro di noi. Ci siamo ritrovati sul prato e lì mi sono accorto che un fiume di sangue mi scorreva sulla faccia. La piazza era semideserta da quel punto, cioè non distante dall'arco in tufo a ridosso del fossato, fino a palazzo San Giacomo: circa 150 metri di piazza senza un solo manifestante, una sola ressa; c'erano solo i fotografi e gli agenti in borghese e i comandanti delle squadre: che motivo c'era per caricare i gruppi di manifestanti inermi e inoffensivi, visto che non c'è nemmeno la scusante di poter dire che le forze dell'ordine erano sotto pressione?
Un agente che osservava le cariche, un "capo" visto che aveva il berretto e non il casco, non cede alle richieste di aiuto, ma ci dice che non possiamo uscire e che dobbiamo tornare indietro. Iniziamo a correre per uscire dalla piazza, ma il cordone di agenti posto su via Vittorio Emanuele III e via Pisanelli ci nega l'uscita, nonostante l'evidenza della mia ferita. Quando urliamo di volere un'ambulanza alcuni fotografi ci mandano verso palazzo San Giacomo; lungo quel tragitto vengo più volte fotografato. Arriviamo all'ambulanza che è l'unica opportunità per uscire dalla piazza. Vengo ripreso dalle tv da un palazzo vicino all'ambulanza, poco prima di essere caricato su di essa.
A qualche giorno di distanza mi ritengo alquanto fortunato, per vari motivi:
1) ho intuito la pericolosità di stare appoggiato alla balaustra del fossato, cosa che poteva rivelarsi fatale
2) il proiettile oblungo che ho visto arrivare in mezzo alla folla poteva colpirmi in testa, e sarebbe stato ben più devastante di una manganellata
3) gli agenti che mi hanno colpito non si sono accaniti su di me o sulla mia ragazza una volta che sono andato a terra: al tg si sono viste molte scene di agenti infuriati che massacrano una persona sola già a terra
4) quando ci siamo rialzati la piazza era semideserta: cosa paradossale in quanto rende del tutto ingiustificabili le cariche, ma che al tempo stesso è stata la nostra salvezza in quanto ci ha consentito di raggiungere le lontanissime ambulanze con relativa facilità.
La cosa che non riesco ad accettare è: perchè è stato dato l'ordine di attaccare la gente inerme ed inoffensiva? Quale il "movente" per gli attacchi a freddo alla gente con le mani alzate?


G.S.
Sono una studentessa di Architettura, ero al corteo con il mio compagno, Ciro. Sotto lo scalone dell'Università, improvvisamente, vediamo un gruppo di poliziotti che corre prima verso la stazione e poi subito ritorna indietro e parte con una carica nella direzione di piazza Bovio. Udiamo distintamente degli spari, vediamo alzarsi il fumo dei lacrimogeni. Ci uniamo finalmente al gruppo di Rifondazione sino a piazza Municipio. Subito ci rendiamo conto che la piazza è circondata da un numero impressionante di agenti e che da là non si può uscire. Ci disponiamo sulle aiuole del Maschio Angioino. Senza capire perché vediamo i manifestanti che si trovavano dall'altro lato del cantiere della metropolitana che cominciano a scappare, partono colpi e poi i lacrimogeni sul fondo della piazza. Impossibile spostarsi. Cominciano ad arrivarci in testa lacrimogeni e altri strani razzi sparati dalle forze dell'ordine. Piango per i lacrimogeni, gli occhi mi bruciano e vengo quasi travolta dalla folla impaurita. Parte allora una violentissima carica: noi che eravamo nei pressi del fossato avevamo le mani in alto in segno di resa (anche se sinceramente non sapevamo proprio perché dovevamo arrenderci) ma la polizia picchiava furiosamente chiunque e un gruppo di forze dell'ordine correva coi manganelli alzati verso di noi. Nessuno poteva indietreggiare per evitare di uccidere i compagni che potevano restare schiacciati sulla balaustra che cedendo avrebbe causato la morte di tutto il gruppo). I poliziotti hanno detto che ci avrebbero rotto il culo a tutti. Uno di essi afferra Ciro, un altro comincia a picchiarlo furiosamente sulla testa. Io afferro il mio compagno lo tiro verso di me e lo abbraccio per evitare che venga colpito ancora sulla testa (il sangue sgorgava già a fiotti). Cadiamo prima in ginocchio uno abbracciato all'altro per proteggerci vicendevolmente i poliziotti ci colpiscono, cadiamo completamente distesi continuiamo a ricevere colpi da tutti i lati. Abbiamo creduto entrambi che oramai ci avrebbero ucciso. Piangiamo e continuiamo a gridare "vogliamo andare via " Il mio ragazzo urla ai poliziotti "Mi avete ferito voglio un'ambulanza" ma gli agenti lo minacciano.


Coordinamento operatori sanitari 118 - Campania
In piazza Municipio un'ambulanza di emergenza 118, impegnata nei soccorsi in occasione della manifestazione contro il Global Forum del 17/3, è stata obbligata a fermarsi da agenti della Finanza pur avendo all'interno dell'abitacolo sanitario alcuni manifestanti che avevano, ad un primo esame obiettivo, ferite lacero-contuse al cuoio capelluto. Al diniego dell'operatore sanitario di fermarsi all'alt intimato dagli agenti il veicolo sanitario veniva letteralmente preso a manganellate dagli stessi finanzieri. Il veicolo in oggetto è un'ambulanza della delegazione di Frattamaggiore della CRI.
La macchina della ASL NA 1 con targa AL041XS, con feriti a bordo prelevati in via Marina e che presentavano al primo esame obiettivo degli operatori ferite lacero-contuse al cuoio capelluto, arrivata all'ospedale Vecchio Pellegrini, veniva fermata da agenti della PS reparto celere. Alla vettura veniva impedito l'accesso ai locali di pronto soccorso, ed i ragazzi feriti sono stati fatti sostare, nonostante perdessero molto sangue, nei locali dei custodi. Gli operatori facevano presente al medesimo agente che era necessario che i feriti venissero sottoposti prima a medicazione e poi a visita medica per verificarne lo stato di salute: ma con insistenza è stato comunque ordinato loro di farli sostare lì.


G. H.
Sono un infermiere.
Ero anch'io presente tra quella moltitudine di manifestanti per le vie di Napoli. Mi ero autoincaricato di far parte (come altri) del pronto intervento sanitario. Un gruppetto nato spontaneamente durante i giorni che preparavano la manifestazione internazionale. Autofinanziati per l'approvvigionamento di medicamenti e coordinati dalla nostra volontà di intervenire laddove ce ne fosse bisogno. I telefonini erano i nostri mezzi di contatto.
Mi trovavo alla testa del corteo, nel pieno vortice degli scontri. Il tempo sembrava fermarsi nelle spirale di violenza scatenata dalle "forze dell'ordine". Alla terza carica, quella finale, ero riparato dietro il camion dei centri sociali. Interminabili lanci di lacrimogeni ci impedivano qualsiasi via di fuga. Ricordo di aver visto gruppi di uomini in divisa appostati all'angolo di via G.Pisanelli che sparavano a raffica candelotti di lacrimogeni con quella specie di minibazooka in loro dotazione. Erano piegati sulle gambe e questo fa capire che traiettoria potessero prendere i colpi. Altezza d'uomo.
Altri esplodevano colpi da armi che non ho identificato, ma non credo di sbagliarmi se penso ai proiettili di gomma . Altri lanciavano pietre e quant'altro.
Un momento di lucidità per riprendermi da quello scenario di violenza e ricordarmi della mia "missione".
Il primo che mi capitò di soccorrere fu un ragazzo che sanguinava alla testa. Vagava stordito sui giardini antistanti il Maschio Angioino sorretto da alcuni suoi amici. Il tempo di rendermi conto della gravità della ferita e tamponare l'emorragia con la garza che avevo. Era impossibile sostare su quel prato. Il terrore delle truppe inferocite che ci circondavano ci facevano desistere dallo stare fermi .
Ovunque c'erano divise che ci intimavano di andare via sotto la minaccia dei manganelli. Ci dirigemmo verso quella che sembrava l'ultima via di uscita: via Marina .
Una ragazza lungo la strada, anche lei con il capo insanguinato e con una gran paura addosso, chiedeva aiuto e di potersi riposare. La prendemmo quasi di peso e la portammo verso le prime ambulanze che arrivavano dal Loreto Mare, credo.
Apro una parentesi di riflessione a riguardo. E' vero che quella Piazza era chiusa ai manifestanti , ma che le ambulanze non potessero accedervi (così fu nell'immediato periodo dopo la repressione) per soccorrere quelli che feriti giacevano agli angoli delle strade, questo non so spiegarmelo.
E poi, perché non c'è stato intervento dei P.S. del servizio di emergenza dell'ospedale Vecchio Pellegrini? E' vero quanto mi fu comunicato che quell'ospedale posto nel centro storico era completamente blindato dalle "forze dell'ordine" e quindi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni assistenziali?
Intorno alle 13 mi giunge una telefonata. Era un compagno dello SKA che mi chiede di raggiungerlo perché arrivavano lì molte persone che avevano bisogno di cure.
Faccio in tempo a contattare gli altri componenti del pronto intervento e comunicar loro lo stato delle cose, poi mi dirigo verso il Laboratorio okkupato SKA di calata Trinità maggiore. Sembrava una infermeria da campo. Corpi adagiati un po' dappertutto. Chi con ferite alla testa, chi con arti edematosi. Un groviglio di feriti sparsi in tutto lo spazio dell'ingresso. In prevalenza i feriti erano giovanissimi.
Ricordo di aver medicato volti tumefatti per violenti colpi di manganello e di scarponi. Mani gonfie e braccia contuse che cercavano di riparare organi vitali da calci e pugni. Un uomo o sulla quarantina che non riusciva a tenersi in pedi per via della forte contusione alla gambe sinistra .
Una ragazza colpita all'altezza dello sterno destro da un lacrimogeno, che aveva problemi a respirare.
Giovani che riportavano sanguinamento al capo per evidente lacerazione del cuoio capelluto, dovuto a pestaggi continui.
La straordinaria solidarietà dei più coraggiosi, di fronte a quella scena drammatica, fu un aiuto indescrivibile in quel momento di confusione. Ore e ore a disinfettare, medicare suturare.
Non posso dire quante persone furono assistite da quel pronto soccorso improvvisato: di certo ne sono passati tanti , forse troppi per una manifestazione pacifica.

V. P.
Il giorno 17/03 mi trovavo a piazza Municipio, cuore degli scontri. Mi sono subito reso conto che ciò che stava accadendo era molto grave.
Essendo un infermiere mi sono allora subito recato al laboratorio occupato SKA, dove avevo saputo che era stato allestito un ambulatorio medico temporaneo per far fronte alle prime emergenze.
Di lì a poco, infatti, sono giunti i primi feriti.
Avevano per la maggiore traumi cranici abbastanza gravi con ematomi diffusi, diverse ferite di tipo lacero contuse e lussazioni articolari.
Particolarmente grave era la situazione di un compagno pesarese che riportava un taglio piuttosto profondo sul labbiale superiore, un altro quasi peggiore alla mano destra e infine un altro taglio profondo di molti millimetri all'altezza del fianco destro, che lasciava intendere il colpo di un'arma impropria non in dotazione ufficiale alle forze dell'ordine. Diversi punti di sutura sono stati nell'occasione provvidenziali considerando la forte emorragia.
Vorrei soprattutto sottolineare un dato secondo me importante: l'eterogeneità dei feriti giunti a medicarsi; compagne e compagni, giovani e meno giovani, studenti, cineoperatori, fotografi, giornalisti e cittadini passati magari di lì per caso, tutti colpiti accanitamente, a dir poco massacrati dalle forze dell'ordine.

F.C.
Ero in piazza Municipio a Napoli. Mi sono trovato nella massa di gente che correva in via Alcide de Gasperi. Dopo aver evitato una carica frontale dei carabinieri, dai quali molti di noi hanno preso manganellate, tra i quali un avvocato calabrese colpito ad un fianco da una manganellata, siamo giunti all'inizio di questa strada in circa trecento. Ci dirigiamo verso Corso Umberto per raggiungere Via Mezzocannone seguendo il camioncino dello Ska. All'improvviso da una stradina laterale compare un drappello di finanzieri, in tuta mimetica, manganelli e scudi. Si dirige al passo verso di noi, ed allora la maggioranza del gruppo di manifestanti, che stava sul bordo della strada, alza le mani in segno di resa. Il dirigente del drappello dei finanzieri ordina la carica per tre volte. E sui manifestanti arriva una nuova gragnuola di manganellate. Devo infine segnalare i tanti casi di cittadini napoletani ai quali ho assistito, che hanno aiutato i giovani, a nascondersi in portoni o indicandogli vie di fuga sicure.

P.V.
Quando sabato le cariche dei celerini ci hanno spinti verso i vicoli, alcuni anziani ci hanno aperto i portoni e ci hanno così salvati da cariche che sarebbero arrivate entro breve; non solo. Dopo il lancio dei lacrimogeni, da alcuni balconi sono stati calati secchi d'acqua e di limoni per aiutarci a resistere. A questo punto alcuni agenti della guardia di finanza, non riuscendo a linciare persone, sono saliti sulle capotte di alcune macchine parcheggiate distruggendole coi manganelli... cosa c'entravano i napoletani? Hanno pagato per essersi schierati dall'unica parte possibile?


L.S.
Mi bruciavano gli occhi, per la prima volta capivo cosa significava la parola lacrimogeno, e ho pensato ai cani dei pastori brutti e spietati, che tanto assomigliavano a quelle bestie che ci circondavano. Anche per Giampaolo era la prima volta ma ci siamo tenuti stretti per mano e unendo due cecità siamo scappati assieme, come tanti altri ci siamo salvati facendoci coraggio l'un l'altro. Siamo usciti da piazza Municipio e abbiamo imboccato un vicolo. Un ragazzo correva sui tetti delle macchine.
Si apre il cancello di una casa popolare e vi entriamo in una cinquantina. Adesso l'inferno era attorno a noi, perché eravamo in paradiso: la gente ci scendeva dalle finestre acqua e fazzoletti; un signore ci offre più tardi la sua casa se dovessero entrare i poliziotti. E' l'ora del Tg, una finestra aperta ci lascia intravedere dal cortile e dalle scale, ma ormai quello che mi aveva affascinato era la solidarietà di quel rifugio, gli ultimi consigli per uscire fuori e beccare la strada giusta, se mai ce n'era una.
Ringrazio quella gente di avere salvato la mia fiducia nella lotta.

L. E.
Sabato 17 marzo Napoli, oggi si tiene una manifestazione anti-global forum
il corteo parte da piazza garibaldi dove arrivano i treni
ho appuntamento con 3 amici alla testa del corteo.
10.30
Raggiungo la testa corteo trovo gli amici.
Fino a qui tutto bene!
Il corteo parte restiamo avanti capeggiati da una grossa pannocchia gonfiabile brevi pause lungo il tragitto ci sono mi dicono 10000 persone associazioni, mani tese, mamme antismog, donne in nero e poi Cobas, Kurdi, Opera Nomadi...
Tante facce! Ritrovo amici vecchi compagni di facoltà, intravedo l'attuale preside concesso l'occupazione della facoltà per alloggiare i molti ospiti del controvertice;
il Comune di napoli fino ad un'ora prima non aveva ancora reso note le strutture disponibili
Fino a qui tutto bene!
ore 12.00
Raggiungiamo piazza municipio, la meta, limite della zona ROSSA che ha diviso per 4 giorni la città in due. Mia nonna ieri per un ora ha discusso con un poliziotto, voleva tornare a casa, gli ha chiesto se c'era Clinton dato che si ricordava gli allori del G7, "la Napoli da bere"......Ma questa è un altra storia!
Dicevo piazza Municipio: la testa del corteo si avvicina al Municipio si chiede col megafono l'ingresso di 300 delegati del controvertice nella zona rossa per portare le proprie richieste. Molti si sdraiano sulle aiuole ad est del castello;
al centro della piazza c'è un cantiere uno scavo per la nuova metropolitana.
Penso alla piazza, alle vecchie cartoline coi tram e coi lecci che furono abbattuti negli anni '50 in una sola notte dall' armatore-sindaco Lauro
ma anche questa è un altra storia.........
Access denied - accesso negato, come nei film.
La prima carica all'improvviso, i lacrimogeni, panico!
Mi trovo insieme a 200 persone che per evitare di essere travolte si ammassano verso la balaustra che perimetra il fossato del Castello, 10-15 mt di altezza circa!
Mi rendo conto che la piazza è circondata da doppie/triple file di polizia carabinieri e finanzieri in tenuta antisommossa. La piazza è chiusa, la balaustra non cede,
non cede ancora penso.
Miracolo!
Qualcuno, che dopo ho appreso essere un genitore di un liceale colpito, grida di alzare le mani e chiedere ai carabinieri alla nostra sinistra di farci uscire.
Non finisce la frase e veniamo caricati a freddo a mani alzate
e pensare che mio padre ogni tanto beveva "l'amaro dei carabinieri".....
Panico sempre di più. Non vedo nessuno dei miei amici.
Qualcuno inizia a gettarsi dal fossato con l'ausilio dei pali della luce
un carabiniere manganella un ragazzino, aggrappato al palo, che ha troppa paura per lasciarsi andare. "Questi so'pazzi, ci vogliono uccidere, il morto ci scappa", penso.
Panico sempre più, lacrime...
Ritrovo un mio amico, ci teniamo per mano e corriamo al centro della piazza.
Un varco, please?
Niente!
Andiamo a mani alzate verso il teatro Mercadante e chiediamo alle due fila di poliziotti: "Fateci uscire!".
Risposta: calcio di fucile più manganello più spinta verso un altra carica ortogonale.
E' un incubo o un gioco?
Il pacman in trappola, il pacman ed il lacrimogeno altezza uomo.
Una ragazza è stesa a terra e due poliziotti la stanno manganellando.
Grida di essere incinta. Qualcuno accorre e riesce a portarla via.
Io non sono più io, voglio solo uscire dal circo. Luca, il mio amico, sanguina
Lo stesso poliziotto che aveva "cortesemente" negato l'uscita si distrae.
C'è qualcun altro da randellare, probabilmente.
20 cm ci bastano. Siamo invisibili o fortunati???
Usciamo verso il porto, verso una fontana. Ci voltiamo
la piazza è urla fumo e gente che tenta di uscire.
Una mattanza.
Noi alla fontana veniamo avvicinati da 5 finanzieri sempre antisommossa
che sempre "con cortesia" ci intimano di allontanarci
e allora via ma che lato ci consigliate, please,
per non essere ammazzati?
Recuperiamo altri amici, i cellulari squillano. Da altri arrivano
notizie inquietanti: chi si è allontanato da solo è stato picchiato da squadriglie che si erano apposte nelle strade limitrofe la piazza
Andiamo a casa di amici, siamo in 7 e guardiamo il tg con il "solito" popolo di Seattle
Ccooooommmmmmmmeeeeeeeeee???????!!!!!!!!!!!!!
200 feriti più 9800 miracolati?
In serata qualcosina in più. I giornali di domenica poi basta!?
Mia zia mi chiede: "Ma il nostro governo è di sinistra????". Per tutta la giornata la persecuzione continua. Molti hanno paura di tornare in stazione per partire
Mio fratello: "Ma che, questi (la polizia) avevano le duracell ?"
Ho delle domande:
perchè? (generico)
Perchè la piazza è stata chiusa?
Perchè il questore ad oggi è ancora al suo posto?
Perchè un sindaco vicesindaco ad oggi non più sindaco non fa dichiarazioni? Ma forse la risposta è nella domanda.
Perchè ad oggi non ci sono dichiarazioni pubbliche del ministro Bianco???????
Mio fratello: "ma la polizia a chi fa capo?".
Quello che è successo al mio paese sabato 17 marzo non ha nome, forse ha un nome sudamericano ma non ho il vocabolario.
Quello che è successo è grave, talmente grave che domenica 18 marzo (the day after) c'era un arco gonfiabile della barilla nella via principale del paese- via Toledo, a testimoniare il via di una maratona e la forza dell'oblio
quello che è successo è talmente grave che la mia vicina mi ha detto:
"Hanno fatto bbuono ( i manifestanti) in questa città c'è tanta disoccupazione ..........."

N.S.
Il corteo giunge all'imbocco di via Leoncavallo, ad attenderci un cordone di una ventina di "divise blu": sembra una pagliacciata, venti o trenta caschi contro il cordone iniziale del corteo, 6mila invece pronti a massacrare. 30-40 secondi non più e la piazza diventa teatro di violenze inumane. Vedo ragazze tramortite star male a causa dei lacrimogeni, mentre decine di forze dell'ordine (?) le manganellano e le picchiano con calci di fucile. Nel giro di 2 minuti la visibilità è ridotta a zero a causa dei fumogeni. Parte un cordone che stava all'imbocco di via Marina: 200 poliziotti, una decina tra blindati, gipponi, e pantere, sfrecciare verso il nostro spezzone che in un attimo si dilegua nei vicoli adiacenti alla piazza. Ci chiudono le uscite. Bloccati nei vicoli ci caricano ripetutamente. Sparano lacrimogeni ad altezza uomo. Colpiscono un caro amico al braccio che rimane anche sotto shock a causa di un lacrimogeno che gli sfiora la guancia.
Sparano con pistole caricate a gommini, sempre ad altezza uomo, e ancora lanciano contro di noi pietre, mazze e altra roba rimediata da terra. Un grosso camion della PS sfreccia nella piazza ad alta velocità e cerca in tutti i modi, compiendo sterzate e testacoda da paura, di mettere sotto giovani manifestanti che cercano di scappare. Intanto le cariche continuano e siamo costretti ad avviarci verso P.zza del Gesù.
Intanto nei vicoli partenopei stiamo attenti all'estrema caccia all'uomo che i "signori" dell'ordine continueranno a fare per qualche ora. Arrivati in piazza, il laboratorio SKA viene allestito come infermeria.
Sembra davvero l'inferno. Ma sembra ancora più incredibile l'attacco irrazionale dei tre organi di stato. Alcuni di noi vedendosi si abbraccia e piange, per rabbia o felicità non so, ma è certo che ci sentiamo traditi! Traditi da chi non vuole più vederci in piazza, da chi dice di "decidere per noi e con noi".
In piazza c'erano 30mila persone, 30mila persone sono state attaccate, e per chi continua a criminalizzarci, bè non so proprio se vale la pena rispondere.
Ma non finisce qua: possono fermare un corteo, possono arrestare, continuare a manganellare, ad avere atteggiamenti fascisti e inumani, ma la lotta dei compagni non la possono fermare!!!
Questa è solo l'ennesima denuncia di chi è di ritorno da Napoli, di chi ancora medita e non sa darsi una risposta alla guerra di sabato 17. Chi pagherà per tutto questo? Chiedere le dimissioni di un "signor questore" non certo risolverebbe la grossa fascistizzazione che si sta espandendo tra gli ordini costituiti. Bisogna continuare con la contro-informazione, far conoscere alla gente chi sono i veri criminali, continuare a denunciare.
"C'è chi dice che combattere la Globalizzazione, la devastazione ambientale, le guerre, la disoccupazione, la fame, sia come combattere contro la forza di gravità. Bene, abbatteremo la forza di gravità!"
Hasta siempre

M. D., D.C.
Partiamo da Lamezia Terme (CZ) alle 3 del mattino, siamo un gruppo assortito di compagni dei Giovani Comunisti, del Coordinamento Universitari Comunisti, del "neonato" Coordinamento antifascista e antirazzista, dell'autonomia, pronti ad "invadere" Napoli con il nostro entusiasmo e la nostra radicalità "anti-global"!!!!!
Alle 07:00 la stazione di Napoli ci accoglie con uno spiegamento di forze che ha dell'inverosimile. Neanche il tempo di mettere piede a terra che ci troviamo circondati da agenti in borghese, da telecamere pronte ad immortalare questi "nuovi terroristi", da forze del "disordine" che seguono
ogni gesto, movimento, cercando probabilmente atteggiamenti "destabilizzanti".. e infatti corrono a presidiare il McDonald, cingono a doppie file i "baldacchini" del Berluska, mostrano tutto il loro nervosismo nel guardare con sospetto ogni cosa, persona, essere che ha "osato" oggi sbarcare in una Napoli soffocata di polizia.
Piazza Garibaldi inizia a riempirsi piano, lentamente, alla spicciolata; ci sono i compagni dei Global Express, arrivano le tute bianche dei Giovani Comunisti, i Cobas, "i nomadi", Rifondazione Comunista, i migranti, i disoccupati organizzati. Colore e colori che riempiono piano piano la piazza.
Davanti al gruppo, uno schieramento massiccio di polizia che appare sempre più nervoso; l'agitazione degli agenti è palpabile e le numerose radunate direttive tra loro ne sono testimonianza. Fa da sottofondo il ronzio degli elicotteri che ci accompagnerà sino a sera. Il corteo parte, musica, voci, canti per dire NO a chi lì vicino pretende di decidere -in pochi- per tutti e su tutto, ci guardiamo intorno. Siamo tanti, veramente tanti e diversi, studenti, donne, bambini…Attraversiamo Corso Umberto, tutto è chiuso.. come ci dirà poi qualche commerciante l'ordine è restare chiusi. L'obiettivo è "blindare" i manifestanti in una "scatola vuota" (e questo la dice tutta su quel che sarà il prosieguo della manifestazione).
Arriviamo cantando e ballando con lo spezzone finale del corteo in Piazza Municipio, subito vediamo la testa del corteo caricata (più volte ci diranno!) e sul lato destro della piazza si alza il fumo dei lacrimogeni, agenti li tirano persino dai tetti dei palazzi, lì le cariche sono insistenti; ci spostiamo verso i giardini e ci rendiamo conto che ogni via d'uscita è bloccata e blindata, e che a nessuno è permesso uscire da quella piazza che inizia a diventare un luogo infernale.
Iniziano a caricare massicciamente, ci spingono verso il Maschio Angioino, c'è una ringhiera, si rischia una carneficina, alziamo le braccia, gridiamo per cercare di fermarli, ma niente, loro caricano inferociti, l'elicottero continua a ronzarci sulla testa..è Piazza del Municipio, sembra Piazza
delle Tre Culture in Messico, la polizia inferocita, gli elicotteri, la repressione ci riporta a tempi forse mai passati...Una ragazza soffoca, ha un attacco d'asma per i lacrimogeni, più avanti un ragazzo viene portato a spalla, è svenuto..lo riconosciamo, è un compagno che ha viaggiato con noi...Ci avviciniamo ma un'altra carica ancora più dura ci sovrasta...
I lacrimogeni vengono ormai lanciati ad altezza d' uomo, non li vediamo, non vediamo più nulla. Sembra tutto irreale. Il furgone dei GC cerca di guadagnare l'uscita ma le manovre sono accompagnate da nuove cariche della polizia; a nulla servono gli appelli dei compagni per liberare una via
d'uscita; anche i finanzieri caricano con ancora più violenza degli altri.
Siamo tra un gruppo di compagni che a braccia sollevate cerca di guadagnare l'uscita, ma subiamo ugualmente le cariche. C'è una bambina, piange, non respira più, neanche davanti alle richieste di soccorso e alle grida "c'è un ferito" queste bestie si fermano, continuano a distribuire le loro cariche repressive. Finalmente usciamo. C'è un vicolo, un portone, riusciamo ad entrare, dentro l'impossibile, ragazzine di quindici anni totalmente sconvolte, piangono e tremano, un ragazzo con la testa spaccata...arriva l'ambulanza, verrà soccorso, l'attende la questura!!!!
Non possiamo uscire, la polizia insegue i manifestanti tra i vicoli, li pesta.
Dopo trattative ci fanno uscire e, a mani alzate, sfiliamo davanti ad uno spiegamento di uomini in divisa tenuto fermo a malapena dai rispettivi capi squadra. Guadagniamo il varco che porta al lungomare e siamo salvi (per il momento).
Ci ritroviamo tutti quanti davanti lo SKA, ci contiamo, manca qualcuno, sono all'ospedale, anzi no, in questura. Compagni fanno la spola tra l'infermeria allestita allo SKA e la Facoltà di Architettura Occupata, mentre giungono le prime informazioni sul numero di fermi e feriti. Restiamo lì in attesa di ulteriori notizie e solo verso le 19:00 apprendiamo la notizia dei rilasci e decidiamo di ripartire. Ritroviamo la stazione blindata. le forze dell'ordine (quale ordine?!?!) ci attendono e, mentre entriamo nella stazione, continuano a provocare ed insultarci agitando soddisfatti i manganelli.
Ultimo atto, la partenza.
I due "Global-express" s'incrociano, uno a sud, l'altro diretto a Nord...i compagni si salutano lanciando un "EL PUEBLO UNIDO..." Arrivederci a Genova...nessuna repressione potrà fermare la nostra lotta!!!!!!

E. B.
Ero in terza o quarta fila insieme ad altri ragazzi. E' partita la carica. Abbiamo resistito per quanto possibile, poi abbiamo indietreggiato. La polizia ha anche lanciato pietre e bastoni. Tra questi un carabiniere che mi ha lanciato un cubetto di porfido in testa mentre sollevavo una ragazza che, nella corsa, era inciampata. Ho riconosciuto il carabiniere in una foto della commissione. Ho continuato a correre; solo dopo un po' mi sono accorto di essere ferito alla testa.
Siamo defluiti per un vicolo (che non saprei riconoscere) fino ad arrivare nei pressi di piazza del Gesù dove ho ricevuto le prime cure.
Quando ero ancora in piazza Municipio un ragazzo già fermato veniva portato via da un carabiniere ed ho visto che veniva colpito all'improvviso in faccia da un altro carabiniere che arrivava in corsa.
Al Maschio Angioino, dopo la prima carica, i poliziotti hanno spinto i finanzieri a caricare.


M. S.
Noi stavamo in coda al corteo vicino al camion di Rifondazione Comunista e abbiamo visto iniziare gli scontri nella parte alta di piazza Municipio. In realtà era più il rumore che percepivamo, misto al fumo dei lacrimogeni. La parte alta del corteo dove noi eravamo era tranquillissima, c'era il camion che invitava alla calma ed a non correre. Eravamo all'altezza dell'angolo di piazza Municipio con via De Pretis fino a che, alle nostre spalle, si sono schierati in formazione i carabinieri. Ce ne siamo accorti ed abbiamo avuto paura. In quel momento loro hanno caricato dalle spalle del corteo. Attorno a noi c'erano solo ragazzi impreparati a questa operazione. Quindi ci siamo appiattiti dove potevamo tra i muri ed il camion. I carabinieri ci hanno oltrepassato andando verso via Medina senza impattare con nessun manifestante. Noi ci eravamo scostati. A questo punto abbiamo visto avvicinarsi i celerini che erano schierati di fronte a noi, sui giardini davanti al castello.
Sono arrivati tantissimi lacrimogeni e non siamo potuti rimanere li dove eravamo. Abbiamo svoltato in via De Pretis, io ed altri compagni. Circa venti metri più in la, sulla stessa strada, era schierata la Guardia di Finanza sul marciapiede che da verso il porto. Una decina di metri davanti a me due ragazzi hanno lanciato delle bottiglie vuote che si sono rotte a terra senza colpire nessuno. In quel momento la Guardia di Finanza ha caricato le persone ferme che erano verso la piazza. Molte di queste persone erano ferme e con le mani alzate. Da questo momento incomincia la parte davvero tremenda! Mi hanno raggiunto i finanzieri mentre, sempre con le mani alzate, urlavo: "Calmi, non vi abbiamo fatto niente". Credo che all'inizio fossero in due. Ho portato le mani alla testa per difendermi ma sono arrivati altri finanzieri e mi hanno colpito anche loro, quasi esclusivamente alla testa e sulle braccia che la proteggevano. Uno dei finanzieri, a questo punto, mi ha preso per un braccio e mi ha tirato per un paio di metri. Sono sopraggiunti gli altri finanzieri ed hanno ricominciato. Sono finito a terra ed ho preso altri colpi sulle gambe, sui fianchi, sulla schiena ed ancora in testa ed ho potuto vedere un finanziere che ha fatto una ventina di metri di corsa per venire anche lui a dare qualche colpo. I colpi sono diventati via via di meno fino a cessare del tutto. A questo punto mi sono rialzato ed ho urlato al finanziere più vicino: "Ma, cazzo, non vi avevo fatto niente!". Lui mi ha risposto con un'alzata di spalle mentre un altro finanziere mi ha minacciato con il manganello dicendo: "Torna in piazza".
Tornato a piazza Municipio mi sono trovato al punto di prima: sono arrivati altri lacrimogeni tanto che non c'era modo di rimanere lì. Mi sono, quindi, accostato al camion di R.C. che scendeva dall'altezza di via De Pretis verso la Marina. Dopo mi sono diretto al bar del porto per aspettare un po' prima di andare a casa.
Tornando verso casa sono passato davanti all'ospedale Pellegrini credendo che sarebbe stato necessario farmi visitare e refertare; purtroppo lo schieramento di celerini in assetto antisommossa (scudi, manganelli, caschi, …) proprio all'ingresso dell'ospedale rendeva impensabile e pericolosa l'idea di entrare per ricevere delle cure.


E.C., G.G., G.O., S.V., L.I., C.M.
Erano le 13:00 /13:30 circa del 17 marzo 2001. Ci trovavamo in una traversa tra via de Gasperi e via Marina, alle spalle della caserma della Guardia di finanza. Ci siamo fermati all'angolo della strada perché abbiamo notato una nutrita postazione della guardia di finanza che prendeva a calci nei testicoli un ragazzo che era assolutamente da solo. Subito dopo il ragazzo ha cercato di scappare e da questo gruppo di finanzieri si sono staccati tre o quattro di loro e lo hanno rincorso. Il ragazzo è arrivato esattamente dove eravamo noi che lo chiamavamo avendolo visto solo ed in grossa difficoltà. E' molto probabile che i finanzieri abbiano desistito dal raggiungerlo, avendoci visto. Questo ragazzo ci ha detto di essere di Torino e di essere stato aggredito senza alcuna ragione mentre scattava delle fotografie con la sua macchina fotografica. Questa stessa macchina fotografica è stata rotta e resa inutilizzabile dato che mancava l'obiettivo. Il ragazzo dimostrava di sentirsi in una condizione di impotenza e chiaramente avrebbe voluto reagire a questa condizione. L'unico risultato di questo suo stato d'animo è stato, forse ingenuamente, una telefonata fatta con il suo cellulare al 113 per chiedere giustizia o soccorso. Dopo di che il ragazzo ha lasciato il luogo anche su nostro invito.


E.D.
Sabato avevo deciso di scendere in strada come osservatore e avevo portato con me la mia macchina fotografica per documentare gli eventi da semplice cittadino. Andando incontro al corteo sono passato davanti agli impressionanti schieramenti di forze dell'ordine, già da corso Umberto tutte le vie laterali erano bloccate. Il corteo sfilava, noi potevamo ancora passare tra le maglie della polizia ma giunti a piazza Municipio ci siamo resi conto che eravamo in una trappola e quando dico "eravamo" intendo dire: manifestanti, osservatori, giornalisti, fotoreporter e - ironia della sorte - gli stessi agenti in borghese.
Partiti i tafferugli si cercava scampo ma solo via De Pretis era praticabile anche se bersagliata da lacrimogeni. Qui è successo il peggio. Ho visto gruppi di ragazzini con le mani alzate che venivano caricati. Ci siamo imbattuti in una "banda" di poliziotti che menavano manganelli al primo bersaglio facile e personalmente sono stato aggredito da una di queste "bande" reo di aver fotografato un pestaggio, la macchina me l'hanno strappata e io ho ricevuto una decina di manganellate. A chi ha giovato tutta questa violenza? Io non credo che questa reazione di così ottusa violenza sia un caso, se facciamo una analisi anche sommaria delle forze in gioco c'era un poliziotto in tenuta antisommossa ogni tre manifestanti e se anche qualche decina di questi ha cercato lo scontro mantenere l'ordine sarebbe stato un gioco da ragazzini, se poi consideriamo che i pestaggi più vili e odiosi sono avvenuti lontano da P. S. Giacomo allora il disegno di una arrogante ed esemplare azione repressiva appare del tutto chiaro.


S. T.
Ero a Piazza Municipio, sui giardini adiacenti il fossato del Castello Maschio Angioino intorno alle 12:20 del 17/3/01. Eravamo fermi in una situazione abbastanza tranquilla, alcuni ragazzi erano distesi sull'erba a prendere il sole ed io ed altre persone decidemmo di tornare a casa. Stavamo scendendo verso il porto ma la strada era sbarrata da un cordone della Polizia. Di conseguenza, nel guardarci attorno cercando un'uscita abbiamo visto che dalla parte alta della piazza, ad angolo con via Vittorio Emanuele e, quindi, alle nostre spalle, hanno iniziato a sparare lacrimogeni ad altezza d'uomo e sono avanzati un gruppo tra poliziotti e carabinieri. Questi, appena raggiunte le prime persone hanno cominciate a picchiarle.
Il cerchio formato da polizia e carabinieri cominciò a spingere e a picchiare verso la ringhiera del fossato. Tutti ci rendemmo conto del pericolo che incombeva dato che la ringhiera si fletteva e avrebbe potuto crollare da un momento all'altro.
Per scongiurare tale pericolo ci siamo diretti con le mani alzate verso il cordone di polizia e carabinieri che premeva verso il fossato. Dato che non avevamo via di fuga hanno continuato a picchiarci. Ci hanno fatto sedere con le mani alzate. Alla nostra richiesta di lasciarci andare ci hanno intimato il silenzio a forza di manganellate. Un probabile poliziotto in borghese ordinava alla truppa di fermarsi ma loro continuavano a picchiare ragazzini tra i 15 e i 16 anni. Erano tutti terrorizzati ed invocavano di essere lasciati liberi. Al mio fianco ho visto un ragazzo picchiato alla testa con il calcio del fucile. Mentre ero a terra ho ricevuto dei colpi di manganello alla schiena.
Dopo pochi minuti ci hanno fatto alzare e ci hanno indicato la direzione del porto dove il cordone di forze dell'ordine apriva un varco di un paio di metri al massimo. Mentre cercavamo di conquistare questo varco che era distante una ventina di metri le forze dell'ordine che ci circondavano continuavano a picchiarci.


B. L.
Sono un'insegnante. Ero presso la ringhiera che da' sul fossato ai piedi del Maschio Angioino (12.30 circa) alla fine della manifestazione quando è partita da nord est della piazza una carica su ragazzi, inermi, con le mani alzate, che cercavano una via di fuga. Noi eravamo in trenta, tra cui 4 - 5 adulti (gli altri erano tutti studenti sotto i 20 anni). Ci siamo protetti sotto l'arco del Maschio Angioino, dietro c'era una camionetta che sbarrava l'accesso. Un comandante dei carabinieri ci ha detto di sedere per terra con le mani alzate e ci hanno preso i documenti che abbiamo potuto ritirare soltanto il lunedì successivo presso una caserma dei carabinieri.
Davanti a noi è avvenuto il pestaggio dei ragazzi, picchiati, trascinati a terra, manganellati. I poliziotti e i finanzieri sembravano attori di Full metal jacket. I ragazzi picchiati stavano solo cercando una via di fuga.
C'era anche un paraplegico anche lui picchiato dalle forze dell'ordine. Nella fuga alcuni ragazzi disperati si sono buttati nel fossato ai piedi del maschio Angioino rischiando di morire!
Nel fossato c'erano lacrimogeni. Sono rimasta colpita dalla ferocia delle forze dell' ordine, sembravano accecati da un odio personale che andava oltre l'adempimento di un compito; sembravano fuori di sé. Alcuni ragazzi picchiati sono stati poi spinti verso di noi. Un ragazzo è stato afferrato dalle forze dell'ordine per le braccia e le gambe e portato via.
Siamo stati citati sul quotidiano, "Il manifesto" di domenica 18 marzo, come gruppo di 30 persone fatte inginocchiare a cui sono stati sottratti i documenti. Durante l'accaduto c'è stato qualche fotografo che ci ha ripreso.


G. O.
Non sono riuscita ad entrare nella piazza, ero tra la Questura e piazza Municipio, in una delle traverse che uniscono via Medina a via Roma. Intorno c'era tanta polizia, io stessa ero tra due cordoni di polizia. Sono uscita dai due cordoni e sono rimasta in via Medina, c'erano intorno tutti ragazzi di circa vent'anni.
Dopo una carica della polizia un ragazzo caduto a terra è stato picchiato mentre gli altri sono riusciti a scappare. Mentre accadeva ciò alcuni fotografi hanno scattato delle immagini. Ho visto ancora un celerino che inseguiva un ragazzo e lo ha picchiato alle spalle con un manganello. Sono intervenuta dichiarando di essere un'insegnante e di lasciarlo in pace. Il ragazzo è scappato. Il celerino mi ha chiesto in quale scuola insegnassi gli ho risposto di non ricordare. A quel punto mi ha chiesto i documenti ma io non li avevo e mi ha portato in Questura. Ho chiamato un'amica avvocato che ha garantito per me e mi hanno lasciato andare.


R. G.
L'esercito tedesco durante l'invasione napoletana del 1943 occupò le arterie della città tralasciando i capillari, ovvero i vicoli. L'errore strategico fu grave, i vicoli divennero barricate verticali contro ogni avanzata, i tedeschi non osavano tentare l'accesso, un intera popolazione portò avanti la sua resistenza gettando gli oggetti più impensabili e
pesanti sugli elmi troppo fragili dei soldati.
Sabato 17 marzo Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza più sagacemente hanno occupato la città chiudendo l'accesso ai capillari (ai vicoli) lasciando libere le arterie (le grosse strade principali del centro). Così da Piazza Garibaldi siamo stati spinti sino a Piazza Municipio dinanzi al Maschio Angioino e qui circondati. Dopodiché chiusa ogni via d'uscita, e possibilità di uscire pacificamente, è iniziata la mattanza....
Vi ho riconosciuto celerini, le stesse orrende facce di sempre, le stesse che furono allo Stadio di Santiago durante il golpe di Pinochet nel '73, le stesse che pestavano i giovani praghesi durante la rivolta antisovietica del '68, gli stessi volti che appoggiarono Franco nel '36, gli stessi anonimi torturatori che asservirono i militari argentini nel '76..
Medesimi. Siete bardati e coperti, avete la sicurezza dei potenti pur essendo gli ultimi dei loro vassalli. Difendete chi vi affama, e pestate ferini chi osa voler mutare questo stato di cose esistenti.....
Pestavano, pestavano, pestavano, chiunque: i passanti i ragazzini dei licei. Urlavano i celerini pieni di eccitanti ed ignoranza, aizzati dai loro ufficiali, piccoli comandanti analfabeti di guerre marginali.
Reagimmo, scappammo nei vicoli, nei ventri dei palazzi accolti dalla popolazione. Correndo i celerini isolavano e massacravano individui inermi, con la furia barbara che solo la vigliaccheria della potenza può così raffinatamente conoscere.
Vi ho riconosciuto, uguali in tutto agli stessi aguzzini di Seattle, di Praga, Zurigo. Chi osa ribellarsi all'inferno di questo mondo riceverà in dono le vostre sanguinose carezze di ferro e gomma. Avete le stesse necessità: siete divenuti poliziotti, carabinieri, finanzieri perché fame e necessità vi hanno condotto alla divisa, e gli addestramenti hanno annullato ogni vostra capacità critica. Bene, per qualche spicciolo siete costretti a non osservare, a non criticare, ad obbedire. Necessità e miseria vi fecero tradire la vostra classe, lo stipendio fisso vi ha portato a servire il più ingiusto dei sistemi. Ma forse neanche riuscite a leggere...poveri obnubilati.
Aiuto, basta, mani in alto. Nulla è servito. Il celerino quando ha l'ordine di picchiare, picchia. Macchina bestiale, volto ebete, bruttezza della crudeltà. Le vie di fuga, al fine sono state liberate, e molti di noi caricati senza nulla aver tirato, nulla aver detto, e nulla aver osato, siamo riusciti a scappare sulla strada che costeggia il porto....riuscendo finalmente a respirare.. oltre il puzzo dei lacrimogeni e delle divise....


F. L., videomaker indipendente
Napoli, ore 13:00 o poco più, piazza Municipio cominciava a diventare vuota. Solo celerini in cerca di trofei e su di un albero ce ne era uno, il più ambito: due persone in carne ed ossa che potevano e "dovevano" essere scambiati per manifestanti indisciplinati. Peccato invece, per noi si intende, che quelle persone erano e per un miracolo sono tutt'ora dei reporter/videomaker indipendenti, ma per la polizia questo non aveva alcuna importanza. È difficile raccontare come ci si è sentiti per due eterni minuti su di un albero con DODICI poliziotti che agitavano i manganelli cercando di percuotermi, ma la parola che più mi viene in mente è: PAURA. Ero salito su di un albero proprio difronte al McDonald's e cioè in corrispettivo della stradina dove è avvenuto il primo scontro (Via Leoncavallo). Avevo avuto questa idea dopo aver visto il mio fido compagno di lavoro che si era appostato lì per vedere l'impatto dei due schieramenti. Di lì mi balena l'idea: far vedere gli scontri come se fossero il punto di vista di uno spettatore che a spruzzi veniva inquadrato. In definitiva io stavo lavorando!
Documentavo la manifestazione (i filmati sarebbero apparsi su Indymedia) e facevamo un lavoro a parte per il nostro laboratorio video. Ho filmato tutto (ops! Avevo filmato!) celerini che lanciano mattoni (e non sampietrini), lacrimogeni sparati ad altezza gambe e figuratevi avevo ripreso uno degli organizzatori del corteo che, spalle alla polizia e a mani alzate, invitava i compagni a retrocedere e a ricompattarsi in piazza, sfiorato alla testa (ma colpito alla spalla) da un mattone!
Il filmato era troppo scottante e la polizia lo sapeva, come sa che tutte le immagini non filtrate condannano sempre loro. Io rappresentavo un pericolo. Verso l'una non c'era più nessuno nella stradina di fianco ai giardinetti, solo noi a filmare su un albero, nessun operatore, solo due persone su di un'impalcatura proprio di fianco alla postazione degli sbirri. Sono stati costretti a scendere dopo aver subito il lancio di sampietrini e mazze contundenti; una volta scesi sono stati malmenati. Io ho filmato anche questo; alla fine si sono accorti di noi.
Si sono precipitati sotto l'albero, abbiamo avuto una paura sfottuta. Ho avuto la freddezza di contarli: 12 poliziotti di cui 2 gestori di piazza (io li identifico come quei soggetti con giacca e pantaloni, casco e manganello). Li abbiamo guardati in faccia, avevano gli occhi rossi. Metà credo per l'effetto dei lacrimogeni (che a me non hanno fatto effetto perché avevo una maschera antigas con filtro) e metà per l'eccesso di adrenalina. Ci minacciavano e ci intimavano di scendere così "ci spaccavano il culo" e "ci scassavano" a noi e alla telecamera. Urlavano, davano manganellate sull'albero cercando di colpirci. Le urla salgono, erano furiosi per il fatto che non riuscivano a colpirci. È come se fossero stati drogati di violenza e collera. Noi gridavamo che eravamo dei reporter e che dovevano lasciarci stare. Piero alla fine cede alle loro pressioni e scende. Già a mezz'aria cominciano a manganellarlo di brutto. Una volta a terra si copre il volto e fugge. Lo inseguono e continuano a manganellarlo alle spalle per pochi metri… lo lasciano stare, non gli interessa più.
Avevano ancora me sull'albero ed io avevo il filmato.
Mi urlano contro di tutto. Io ho avuto il sangue freddo o l'incoscienza di voler trattare. Loro volevano "spaccarmi". Io non scendevo. Loro si incazzano ancora di più. Io chiedevo garanzie sulla telecamera, non volevo che la distruggessero. Ad un tratto si alza una voce tra le varie urla: "DACCI LA CASSETTA". Mi focalizzo su quella voce. Cerco il baratto: la mia vita in cambio della videocassetta.
Loro accettano. Io mi fido. Lancio la cassetta più lontano possibile e scendo al volo, di corsa graffiandomi tutto. Loro prendono la cassetta e mi urlano di scappare all'istante altrimenti non ne avrei avuto più la possibilità. Fuggo all'impazzata, non ho il tempo di girarmi; incontro nella piazza un paio di facce amiche che erano tornate in piazza a vedere se era rimasto qualcuno. Troppo tardi, il filmato è andato perso. A me è andata bene, avrebbero potuto picchiarmi a sangue e non avrebbe saputo niente nessuno…


Un giornalista indipendente
17/03/01: a Napoli si prepara "battaglia", un summit che vuole essere e dire e migliaia di persone che non vogliono che sia e dica.
Nel mezzo, come di norma da un po' di tempo a questa parte, una marea di difensori dell'ordine costituito.
Motivi di ordine pubblico si dice, e per gli stessi si impedisce di manifestare.
Fino a qui massimo si dice, e si militarizza una piazza.
Il corteo accetta la provocazione: il diritto a manifestare dev'essere difeso, la possibilita' di bloccare il vertice dev'essere reale.
DOBBIAMO ARRIVARE A PIAZZA PLEBISCITO e' la parola d'ordine...
...ma a Piazza Municipio una brutta sorpresa ci aspetta.
Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza sono dovunque... tutti in assetto antisommossa...
scortati da camionette, reti e idranti...
armati, vogliosi e provocatori...
Nelle loro facce si leggono "inviti", sbeffeggi, offese... e attesa. Il corteo vuole passare lo stesso! E' chiaro quello che succedera' di li a poco...
Allora cerco una posizione da dove poter utilizzare al meglio la mia sola arma: una telecamera JVC-Digitale vecchio modello...un'occhio elettronico che invece di sparare registra...un grande fratello insaziabile di REALTA'...
E allora salgo su...come insegnano telegiornali e giornalisti...le immagini dall'alto sono le migliori...domini tutto...ed infatti eccoli tutti là...i giornalisti veri, quelli col tesserino ufficiale che permette la distribuzione di informazione...mi aggrego a loro con il mio tesserino che richiede e non permette...siamo tutti accalcati su un'impalcatura, proprio in mezzo a dove si presume che iniziera' il "macello"...la tensione cresce...anche tra di noi partono piccoli spintoni e offese per ottenere il posto migliore...cosi come in strada...
BOOM... BOOM... BOOM... ALLA CARICA!
Mandrie inferocite di bestie nere, verdi e blu si lanciano contro un pannocchia di gomma e due simil scudi di plexiglass grandezza Gulliver. A questo punto la confusione e' totale.
Lascio correre la telecamera... tra i fumo dei lacrimogeni (lanciati a centinaia) e le lacrime che ne seguono vedo scene agghiaccianti:
1) caschi blu in numero di almeno 20-30 per gruppo lanciarsi su singole persone "rimaste" a terra;
2) caschi neri usare il fucile dalla parte del manico e lanciare "ovunque" ogni tipo di oggetto che li capiti per le mani;
3) caschi verdi correre, picchiare, sparare... SENZA NESSUN TIPO DI ORDINE. Picchiano anche dei "commissari della Digos" (cosi poi ripeteranno anche alcuni giornali il giorno dopo);
4) manifestanti che scappano a mani alzate rincorsi e picchiati da ogni dove.
Il tutto dura 20 minuti. Ogni tanto alzo gli occhi e l'occhio digitale alla piazza e da lontano vedo la stessa scena ognidove. Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e lacrimogeni che si lanciano selvaggiamente in mezzo alla folla. E' un'abbraccio stretto e violento. Capisco immediatamente che questa volta il bilancio sara' grosso, anche i giornalisti di stato e non accanto a me rimangono allibiti.
Poi poco prima che tutto finisca mi sento una pietra arrivare addosso, cosi come ad un ragazzo accanto a me...poi un legno, poi ancora pietre, bottiglie... arriva di tutto...cazzo i manifestanti se la sono presa con noi...
Mi sporgo e rimango senza parole, coscientemente colpito da una verita' che creddevo impossibile...tra il fumo dei lacrimogeni non mi ero accorto che il corteo era stato definitivamente spazzato via...la strada ora era libera e i caschi dei vari colori (l'unica cosa che potevo facilmente riconoscere tra le lacrime) non avevano più da lavorare...eh no...un folto gruppo parte alla rincorsa dei manifestanti...un'altro, forse stanco di correre ma con ancora energie e adrenalina da utilizzare, si gira verso di noi...ha iniziato un'altra piccola guerra a senso unico...noi sdraiati per terra a prendere pietre, legni e bottiglie...e loro a lanciare i suddetti oggetti...quasi nessuno viene NON COLPITO!
Urliamo tutti, qualcuno tenta di avvertire via cellulare qualcun'altro, qualcuno tenta di scendere e scappare mostrando il tesserino (ma vedra' solo manganelli e calci), qualcun'altro chiede pieta' invenendo di essere un giornalista.
Sono minuti lunghissimi, con il cuore in gola. La paura non e' mai stata cosi forte...
Mi trovavo sotto un fitto lancio di oggetti da parte delle "forze dell'ordine" ed io non potevo fare niente!
Dopo 5 minuti finalmente i funzionari (non senza ricevere qualche "manata") riescono a placare la loro "ciurma" premettendoci di scendere e di salire sull'ambulanza...unico modo per uscire da quella gabbia.
Saliamo speranzosi di poter raggiungere il piu' presto un computer e poter dare al momento le incredibili immagini di violenza appena vissute...
ma l'avventura non finisce qui...come ogni avventura che si rispetti le sorprese sono ad ogni angolo.
L'ospedale e' peggio della piazza: "Forze dell'ordine" ovunque!
Vedo alzare manganelli contro infermieri e dottori che chiedevano di uscire almeno dal reparto...
Vedo gente strappata via con forza mentre veniva medicata...
Vedo manganelli (all'incontrario e in mano a gente non in divisa) volare contro gente sanguinante...ed in manette!
Vedo sbirri chiedere la precedenza di cura a colleghi e giornalisti (anche se semplicemente contusi) rispetto a ragazzi/e svenuti o grondanti di sangue.
Eppoi mi vedo strappare io stesso dalle cure. Tento di spiegare la mia posizione:
"Io non sono stato fermato, sono un giornalista! Sono venuto qua ad accompagnare un'altro giornalista ferito"
Niente di niente, nemmeno con le "grida di colleghi di stampa". Un manganello in testa ed un calcio nel di dietro e via dentro la stanza della polizia... strapiena!
Tento di rispiegarmi, di farmi capire. Non serve a niente! Non sentono niente! I miei capelli lunghi e il mio non tesserino mi imprigionano 5 minuti dopo in una macchina con le sirene spiegate che si diverte ad attraversare Napoli inchiodando e zizzagando...
"Non provare a metterti la cintura", "Tanto voi la testa ce l'avete dura". Io riesco a reggermi, il compagno, l'amico, la mia spalla accanto a me NO, e giu' che batte a destra e a sinistra.
Alla caserma Raniero la scena è agghiacciante e ci porta immediatamente alla realta': gente in ginocchio che guarda la parete, maglietta alzata e via che ogni tanto parte il manganello.
Mentre guardo attorno lo scenario mi sento spingere e tirare, un ragazzo in divisa tenta di strapparmi la telecamera. Mi oppongo ma allo stesso tempo offro di lasciare lo "strumento incriminato" in cambio di un foglio con la firma del "sequestro". Tutto cio' mi viene negato mentre mi vedo portar via una prima cassetta e le due batterie... SENZA NESSUN FOGLIO CHE LO PROVI. Allo stesso tempo un "ciccione" in borghese mi prende a se "Ti seguiro io a te, aspetta di entrare nella stanza delle torture".
Qualche istante dopo mi trovo dentro una bagno piccolo con quattro della Digos. "Spogliati meda comunista" "Tira fuori tutto dalle tasche, figlio di puttana" "..."
Come viene fuori una seconda cassetta nemmeno me ne accorgo che mi arriva un ceffone in pieno volto, poi un calcio nello stomaco e SBANG... viene chiusa la porta. Partono insulti e minacce di ogni tipo, io mi difendo con la sola parola.
"Lo sai che non puoi prendermi senza denuncia quella cassetta", non faccio neanche in tempo a finire che parte una nuova sequela di calci, pugni e offese di ogni genere. Tento di parare il piu' possibile, ma contro quattro e schiacciato in un'angolo non e' facile. Mi sento stritolare i "cog...ni" e poi la faccia che mi viene schiacciata dentro un lavandino pieno di "piscio".
"Bevi bastardo, oppura affoga".
Eppoi giu' calci e pugni, finche non mi trovo per terra ad urlare.
"Cosa fai, zitto!". Una mano sulla bocca ed altri sei/sette calci non me gli toglie nessuno.
Da fuori bussano: "Veloci che qua c'e' la fila".
Pochi altri calci e pugni e mi viene intimidito di riprendere subito la roba e uscire...NEGANDO di aver visto qualsiasi tipo di cassetta ovviamente.
Esco con la testa dolorante, la stanza e' piena. "Contro il muro veloce, e senza appoggiarsi". Rimango in quella posizione per ora, senza telefonare, senza fumare, senza parlare...ricevendo solo offese, minacce ed accuse.
Sento altri che vengono picchiati. Saremo una 50ina, quasi tutti con qualche ferita vistosa, molti sanguinanti, alcuni che non c'entravano nulla... erano all'ospedale per un'incidente o per salutare un'amico e sono stati portati via anche loro...offesi e picchiati come zecche comuniste anche loro...
Verso le 17, dopo 5 ore seduti l'atmosfera di colpo cambia...la DIGOS scompare, le divise piu' giovani ed incandescenti vengono sotituite da secondini o da "colleghi" piu' anziani...si capisce che e' arrivato l'ordine di farci uscire...partono allora le foto segnaletiche e l'ennesima richiesta di documenti...poi tutti in fila come pecore e piano piano...tre a tre, due a due, uno a uno si esce...
verso le 19:30 siamo tutti fottutamente LIBERI...
ovviamente senza videocassette, batterie, audiocassette e cellulari (ad alcuni e' stato spaccato nella stanza delle torture).
Corro alla stazione e la trovo piena di divise di ogni colore che al passare dei manifestanti che tornano a casa non mancano di alzare il dito medio, di offendere o di battere il manganello (fedelmente tenuto all'incontrario) sulla mano. Gli risponde un coro di applausi e "Vergona".
Finalmente si parte...mentre io mi faccio raccontare tutte le altre violenze e gli altri sopprusi delle "Forze dell'ordine".
Dopotutto era una questione di ordine pubblico e tutto si puo' in questi casi...tutto quello che giornali e telegiornali hanno raccontato o fatto vedere e' concesso no?
con questo me ne vado evitando di dover dare spiegazioni o valutazioni...tutt'al piu' rimando al "network" per cui anche questa volta ho tentato di lavorare per raccontare la verita', o almeno una sua parte.
Da qui in studio e' tutto a voi la linea...

A. C.
Sono arrivato con il treno speciale dal sud per partecipare al corteo di sabato 17 aprile a Napoli.
Intorno alle 12.00 mi trovavo in prossimità della testa del corteo, a piazza Municipio, quando si sono verificati i tafferugli tra manifestanti e polizia e carabinieri, schierati dal lato di via Leoncavallo.
Finiti gli scontri, ho visto uno schieramento di carabinieri venire in giù da quel lato con l'intento palese di caricare i manifestanti che si trovavano in piazza Municipio, dirigendosi in particolare verso lo spezzone dei lavoratori aderenti alla Confederazione Cobas. Ho iniziato a correre assieme ad altre persone, quando mi sono reso conto che anche dal lato del Maschio Angioino stava partendo una seconda carica, ad opera di agenti di polizia.
Le due cariche chiudevano quindi ad angolo retto, con una manovra a tenaglia, i manifestanti. Questi, in fuga da entrambi i lati, sono finiti gli uni sugli altri, e a terra pesantemente picchiati da poliziotti e carabinieri.
Mi trovavo in questo groviglio umano quando sono stato colpito al braccio, sulla testa e sulla schiena, verosimilmente dal moschetto di un carabiniere. Sono riuscito ad alzarmi e a correre verso corso Umberto, zigzagando tra poliziotti e carabinieri che mi colpivano ancora quando passavo vicino a loro.
Malgrado la gravità della ferita alla testa, che ha iniziato a sanguinare copiosamente, non ho perso conoscenza, rimanendo anzi perfettamente lucido (il colpo fortunatamente aveva solo lacerato il cuoio capelluto). Ho così potuto rendermi conto di quanto stava avvenendo: da una traversa dal lato del mare è sbucato un plotone di finanzieri, mentre da piazza municipio giungevano mezzi blindati della PS. Gli agenti si muovevano in perfetta sincronia e con estrema rapidità, obbedendo evidentemente ad ordini precisi e sotto una sapiente regia. Il corteo a quel punto non esisteva già più, ed i manifestanti provavano ad allontanarsi in ogni direzione, ma i vari reparti si affrettavano a bloccare tutte le vie di fuga. Ho visto molti manifestanti, soprattutto giovani, che non sapevano più cosa fare o dove andare, molti hanno alzato le mani per evitare il peggio.
Sono riuscito ad allontanarmi senza subire altri attacchi, trovandomi sulla via del mare. Lì sono stato soccorso da un'ambulanza che mi ha condotto all'ospedale Ascalesi. I medici mi hanno dato due punti sulla ferita alla testa, dichiarandomi guaribile in sette giorni.
Nell'ospedale sono giunti anche agenti in borghese della PS. Mi hanno chiesto il documento e lo hanno trattenuto, assieme alla mia copia del referto medico. Gli agenti si muovevano nel pronto soccorso come fossero a casa loro, senza modi bruschi, ma ostacolando visibilmente con la loro presenza l'opera dei medici, che hanno provato invano a protestare.
Sempre all'ospedale, sono poi stato condotto in una stanza dove si trovavano due agenti in borghese, un uomo e una donna. Ho rilasciato le mie generalità più una brevissima dichiarazione, dattiloscritta, in cui dichiaravo di essere stato colpito nelle cariche in piazza Municipio. Un terzo agente, quello che mi aveva condotto nella stanza, mi ha anche perquisito, ma nessun verbale di perquisizione è stato stilato, né mi è stata rilasciata copia del verbale steso dall'altro agente.
Dall'ospedale sono stato quindi condotto alla caserma PS "Raniero". Qui ho trovato, in uno stanzone, circa settanta persone, anch'esse ferite, condotte da diversi ospedali. Per alcuni, feriti in modo più grave, è stato necessario chiamare un'ambulanza. C'erano molti agenti di PS in divisa ed alcuni in borghese. La gran parte delle persone era seduta a terra lungo i muri della stanza, e anche a me è stato detto di sedere a terra (mi è stato poi riferito che, ai fermati che erano giunti per primi, era stato intimato di stare in ginocchio con le mani dietro la testa). Un agente in borghese, con modi bruschi, mi ha chiesto di spegnere il cellulare, dopo averne smontato e rimontato la batteria. Gli agenti che mi avevano condotto lì mi hanno restituito il documento d'identità ma non il referto dell'ospedale, che non ho più riavuto.
Saranno state circa le 14.00 o le 14.30 (mi sono reso conto di non avere più l'orologio, saltato col colpo al braccio). Inizia una lunga attesa, sempre seduti per terra. Il clima era di nervosismo, alcuni agenti provocavano i fermati, non si poteva fumare, non ci si poteva alzare, i cellulari dovevano stare spenti. Ho chiesto di andare al bagno e mi è stato negato in malo modo da un agente in divisa. Mi sono quindi dovuto rivolgere ad un ufficiale in divisa, la cui presenza sembrava garantire un minimo di rispetto delle elementari regole della convivenza civile.
Nel frattempo si procedeva alla perquisizione dei fermati, operazione che ha richiesto alcune ore. I fermati venivano condotti in bagno da agenti in borghese con guanti di gomma, che procedevano alla perquisizione, facendo spogliare le persone.
Più tardi (saranno state le 17.30) il clima si stemperava alquanto, si poteva stare in piedi, fumare e usare i cellulari. Mentre si effettuavano le ultime perquisizioni, chi era già stato perquisito veniva fotografato di fronte e di profilo e passava dall'altra parte della stanza (divisa nel frattempo in due da una fila di tavoli). Qui si attendeva per firmare verbali e sbrigare altre formalità (ho assistito anche alla scena di una ragazza che non voleva firmare un verbale, minacciata di essere condotta in questura se non avesse firmato).
Quando è giunto il mio turno gli agenti si sono resi conto di essersi dimenticati di perquisirmi. Sono stato condotto nel famoso bagno dove ho dovuto togliere pantaloni e mutande. Infine ho firmato anch'io il verbale di perquisizione, di esito negativo.
Intorno alle 19.30 potevo finalmente lasciare la caserma, tra gli ultimi (dentro restavano ancora circa dieci persone).


P.G.
Ero alla manifestazione per il piacere del sociale e la passione per la fotografia. Quando a piazza Municipio hanno cominciato a caricare io mi sono messo da parte verso il McDonald's. Mi chiama sul cellulare un'amica, mi dice di aver subito un pestaggio, l'hanno colpita in testa, piange, è sotto shock. La raggiungo al molo Beverello, fermo un'ambulanza che passa e saliamo, ci sono già altri due ragazzi sanguinanti. Arriviamo al Nuovo Pellegrini a Capodichino.
Mentre sottopongono la mia amica ad accertamenti clinici mi viene voglia di fumare una sigaretta, ma un poliziotto in divisa mi dice che non posso uscire dall'ospedale perché sono un manifestante: ho capito di essere in trappola. Per poter uscire a fumare gli ho dovuto lasciare i documenti
In realtà dovevo telefonare al mio datore di lavoro per spiegargli che non mi potevo muovere: sono riuscito a telefonargli, a spiegare e ad essere compreso in quel momento. Però domenica, il giorno dopo, il mio datore di lavoro mi ha raccomandato di non partecipare più a "tali incontri" perché altrimenti rischio di perdere il lavoro!
Finita la visita ci hanno portati con una volante alla caserma di polizia "Raniero" presso piazza Carlo III. Appena entrati il benvenuto è stato l'insulto da parte degli agenti: "Questa chiavica" (a me) e "questa cessa" (alla mia amica). Stavamo al piano terra, c'era una grande porta d'entrata blu, uno stanzone con molte sedie accatastate una sull'altra, con 70-80 persone in stato pietoso, che a malapena si reggevano in piedi. Si sono avvicinati due uomini in borghese che mi hanno chiesto di dove ero, io ho risposto che sono di Napoli, poi mi hanno chiesto che ora era. Io non porto orologio, è ormai da due anni un gesto automatico guardare l'orario sul mio telefonino, e così faccio purtroppo anche stavolta: c'è un attimo di panico tra loro, uno mi si avventa contro, accusandomi di stare "registrando", mi prende il cellulare lo apre con violenza prima di restituirmelo. Uno di loro mi chiede se ero già stato perquisito, io rispondo di no e lui mi ha invitato a seguirlo. Sono entrato in un bagno schifoso sporco pieno di oggetti sul pavimento (rollini schiacciati, cappelli). Avevo tre agenti in borghese davanti a me, ho visto la porta chiudersi. Gli agenti non sapevano parlare in italiano, mi hanno ordinato di svuotare le tasche, avevo un pacchetto di sigarette, un accendino e un copri-obiettivo. Ho appoggiato queste cose sul lavandino e subito sono partiti degli schiaffi da parte di un agente. Ho cercato di proteggermi chiudendomi in un angolo della stanza e coprendomi . Si è avvicinato un secondo agente che mi ha sferrato un pugno in bocca gridando: "Comunista di merda!".
Poi hanno aperto il mio zaino, lo zaino, il mio zaino ce l'ho sempre con me... Da lì hanno tirato fuori il cellulare che è stato buttato a terra e schiacciato sotto i piedi. Li ho pregati di fermarsi ma la risposta è stata un altro calcio sulla gamba. Poi hanno tirato fuori la mia macchina fotografica, comprata 11 giorni fa e della quale devo ancora pagare 11 rate, e ormai in lacrime li ho pregati di non farlo: l'agente ha raccolto la macchina da terra (o quello che ne restava) e l'ha buttata nella latrina. Poi è ritornato il secondo agente (quello del pugno) e mi ha chiamato: "Frocio, bastardo, me la scopo io la tua donna! Anzi no, sicuramente ha le malattie" e mi ha dato un pugno nell'occhio sinistro.
Mi hanno ordinato di spogliarmi, mi hanno fatto mettere "a pecora" per vedere se nel "culo" avevo qualcosa. Uno ha preso tutti i miei vestiti e li ha buttati nell'orinatoio.
Tutti gli oggetti rotti sono stati rimessi nello zaino dall'agente, che mi ha chiesto di controllare se c'era tutto. Poi mi ha ordinato di rivestirmi, ho messo i vestiti nello zaino, mi sono rivestito in modo confuso. Mentre uno di loro mi accompagnava fuori con la mano dietro la schiena, un altro mi apriva la porta ed il terzo mi ha messo lo sgambetto. Questo terzo agente era quello che durante il pestaggio mi provocava dicendomi: "Guarda come ti guarda male" e mentre lo diceva un altro mi schiaffeggiava.
Poi sono tornato nello stanzone con tutti gli altri, e dopo altre tre ore seduti a terra e schiena al muro mi hanno fatto delle foto.
Ho notato un cambiamento nell'aria quando sono entrate delle persone nuove, forse altri funzionari. Quando ho dovuto firmare il verbale di sequestro mi hanno chiesto chi mi avesse fatto la perquisizione, ma quei tre agenti sono scomparsi appena arrivati questi nuovi.
Dovevo urinare e mi hanno accompagnato in bagno. Ho chiesto che perlomeno qui potessi essere lasciato solo, ma l'agente mi ha risposto di no: aveva paura che io mi suicidassi.


G. N.
Sono un ragazzo venuto a Napoli sabato 17 marzo con il treno speciale del sud per partecipare alla manifestazione contro il Global Forum. A piazza Municipio, quando è iniziato il fronteggiamento tra manifestanti e forze dell'ordine a cui sono poi seguiti i violenti scontri, io mi trovavo nella parte della piazza di fronte al Maschio Angioino, lontano dagli scontri che ancora coinvolgevano solo la testa del corteo, quando sono strato colpito alla testa da un oggetto. Stordito, mi sono ritrovato fuori dalla folla e soccorso da un ambulanza che mi ha portato al pronto soccorso presidiato dalla polizia. Non ho ricevuto nessuna cura per la ferita riportata alla testa, e dopo mezz'ora sono stato condotto con una volante, assieme ad un altro ragazzo napoletano, in una caserma della polizia di stato.
Arrivato in caserma prima di entrare c'erano degli agenti in divisa e in borghese che mi hanno insultato e sputato di sopra. Poi assieme ad altri ragazzi e ragazze ci hanno fatto inginocchiare con le mani dietro la schiena dentro uno stanzone della caserma, e qui siamo stati colpiti con calci e pugni alle spalle. Gli agenti ci impedivano di guardarli, minacciandoci e colpendoci ancora. Poi siamo stati condotti uno ad uno in uno stanzino (il bagno) dove io sono stato spogliato e perquisito. Durante la perquisizione gli agenti (nel numero di cinque) mi hanno picchiato selvaggiamente: calci, pugni, ginocchiate, gomitate e sputi mi hanno colpito in ogni parte del corpo ed in particolare al volto, alle gambe, ai testicoli e allo stomaco con una gomitata che mi ha lasciato senza respiro. Non contenti hanno pure urinato sul mio giubbotto. Inoltre hanno danneggiato alcuni mie oggetti personali, rotto il mio telefono cellulare e strappato i miei soldi. Di questa "perquisizione" non è stato fatto nessun verbale. Il verbale di perquisizione è stato fatto solo cinque ore dopo il pestaggio, ed era relativo ad una nuovo controllo molto sommario e puramente formale. Sono stato rilasciato intorno alle 19:00 pieno di lividi e tanta rabbia. Voglio aggiungere che lo stanzone dove mi hanno condotto con tutti gli altri fermati (un centinaio), dove si è verificato il primo pestaggio, era provvisto di diverse telecamere (ne ho viste almeno quattro). Io mi chiedo se esistono filmati che documentano quello che io e tanti altri ragazzi e ragazze abbiamo subito, e se saranno mai resi pubblici.


B. I.
Ho 19 anni. Sono entrata in piazza Municipio ballando e sono andata verso i giardinetti sotto il Maschio Angioino. Dopo circa 10 minuti ho visto dei ragazzi correre verso il porto e verso di me, mi sono voltata indietro e ho visto i finanzieri in assetto antisommossa avanzare nella mia direzione. Non sapevo dove andare, sono corsa sui giardinetti e sono arrivata vicino alla ringhiera del fossato del castello con le mani alzate. L'aria era irrespirabile per il fumo dei lacrimogeni, mi sono girata verso il porto ed ho alzato il foulard.
Non ho fatto il tempo a vedere l'oggetto, il lacrimogeno che mi ha colpita, sono caduta a terra in ginocchio e non ho visto più niente: credo di aver perso conoscenza. Poi mi sono rialzata, sono tornata verso la ringhiera, mi sono accorta di sanguinare, ho sentito che mi dicevano "stai calma, appoggiati qui!" Mi hanno detto che avevo bisogno di punti, che dovevo andare all'ospedale. Così sono andata verso il porto, il passaggio era chiuso da un cordone, anzi, da almeno 5 file di agenti, non ricordo se di polizia o carabinieri, ho chiesto a loro di poter passare, ero sanguinante e a braccia alzate ma loro mi hanno detto "Puttana vai via!".
Poi finalmente sono riuscita (non so come) a raggiungere un'ambulanza. Dentro eravamo ammassate in 10 persone, ci hanno portati all'ospedale Loreto Mare. Un'infermiera mi ha detto: "Perché non sei a scuola, cosa t'insegnano a scuola?" Io ho risposto che ha scuola mi insegnano a lottare per la libertà, e che quella mattina l'avevo fatto e che perciò ero finita all'ospedale.
Sono stata medicata. Quattro punti sopra l'occhio senza anestesia, ma dovevo averne almeno sei di punti. Poi mi hanno detto di passare al drappello di polizia dell'ospedale per ritirare il referto. Lì un poliziotto mi ha detto di seguirlo, io mi sono chiusa in bagno, ho avuto paura, ho pensato ma perché devo continuare ad essere scortata da questo poliziotto anzicchè poter prendere un taxi? L'agente mi ha aspettata fuori la porta e mi ha portata alla volante che era fuori. Hanno acceso le sirene e mi hanno portata, con altre due persone, alla caserma di polizia Raniero. Appena arrivati mi hanno tirato fuori dalla macchina, mi hanno spinto, sputato in faccia ed insultata ("zingara, stronza comunista, troia"). Io camminavo con le mani dietro la nuca.
C'erano molti poliziotti fuori alla porta dello stanzone e fuori alla caserma. Mi hanno spinto all'interno. Era uno stanzone molto grande con tante sedie: sento un agente che dice: "spostiamo le sedie altrimenti 'questi' ce le buttano addosso". Eravamo solo quattro persone e minimo 20 agenti. Eravamo tra i primi "arrivati".
Mi hanno spinto in fondo allo stanzone e mi hanno intimato di inginocchiarmi. Siamo stati faccia al muro per circa 10 minuti con le mani dietro la nuca, inginocchiati. Mi hanno chiesto i documenti: ho risposto che per paura di perderli non li avevo portati. Ho dato le mie generalità, l'agente mi ha chiesto più volte come si scrivesse il mio nome, io ho appena girato la testa automaticamente che ho ricevuto una pesante sberla. Stavo ancora inginocchiata quando hanno cominciato a picchiarmi, a picchiarci tutti, mi hanno presa a calci sulla schiena, sui reni, sul sedere. Ci insultavano, a me hanno detto "Guarda 'sta troia, se almeno ci facesse scopare servirebbe a qualcosa".
Poi mi hanno fatta alzare e portata nel bagno. L'agente donna che doveva farmi la perquisizione aveva chiuso la porta, ma da fuori invece l'hanno bloccata dicendo "Lascia aperto qui dentro ci puzza!".
Mi ha fatta spogliare: si è presa i lacci, un fermacapelli, la cintura, tutti i volantini che avevo. Tutto ciò a porte aperte. Mi hanno strappato la macchina fotografica. Hanno distrutto il rollino e mi hanno rotto la macchina fotografica.
Mi hanno riportata fuori nello stanzone. Mi hanno fatta sedere per terra spalle al muro a me ed agli altri, in fondo allo stanzone. Alle 18.00 mi hanno fatto delle foto segnaletiche e dopo circa mezz'ora ho firmato il verbale di perquisizione.


G. C.
Ero con quattro amici, tra cui due quindicenni, a piazza Municipio sul lato del porto. Dopo le prime cariche volevamo andare via, ma la piazza era chiusa da ogni lato, così abbiamo chiesto come fare ai carabinieri eabbiamo seguito le loro disposizioni. Ci hanno fatto sedere ma poi hanno cominciato a manganellarci allora siamo riusciti ad alzarci e ad allontanarci. Alla confluenza da via Medina veniva però contro di noi un'altra carica e siamo stati costretti a passarci in mezzo. Ho visto persone colpite gratuitamente e a freddo, una ragazza è stata colpita alla testa mentre beveva ad una fontana. Noi siamo riusciti a passare in mezzo con le mani alzate mentre gli agenti ci urlavano "bastardi vi uccidiamo tutti!". Siamo scesi a via Marina. Avevamo ormai perso due dei nostri amici, e noi tre, io, un'amica che ha poco più di vent'anni ed il suo fratellino di 15 anni, siamo andati con l'autoambulanza all'ospedale Ascalesi. Il ragazzino infatti era ferito alla testa ed è stato ricoverato, anche noi eravamo feriti, io alla testa, ma in modo più lieve. Per fortuna la mia amica ha fatto in tempo ad avvertire i genitori di venire all'ospedale dal fratello: infatti noi siamo stati portati via da lì senza che nessuno ci comunicasse che eravamo in stato di fermo.
Ci hanno portati alla caserma di polizia Raniero, dove ci hanno identificati, perquisiti e fotografati tutti. C'era un sacco di gente ferita e buttata a terra in uno stanzone. Gli agenti ci dicevano: "Qua tutti dicono che non hanno fatto niente, ma 9 su 10 di voi son teste calde e sono colpevoli!". Si accanivano in particolare contro i ragazzi stranieri e contro le ragazze. Agli stranieri dicevano di tutto pensando di non essere capiti, io per esempio li ho sentiti dire vicino ad un gruppo di loro: "Questi sono come la mucca pazza dovremo sterminarli tutti".
Le perquisizioni le facevano agenti in borghese. Le ragazze subivano le perquisizioni nude con flessioni. Quando andavano a farsi perquisire le ragazze, c'erano battute e commenti ingiuriosi e umilianti da parte dei poliziotti, che peraltro erano apertamente provocati in questo senso proprio dall'agente donna con camicia celeste e guanti di lattice che doveva perquisirle. Ad esempio diceva rivolta ai colleghi uomini: "Questa ti piacerebbe perquisirla tu, eh?". Io per discrezione non ho chiesto niente alle ragazze che tornavano dal bagno dopo al perquisizione, ma tutte tornavano evidentemente sconvolte. Una ragazza mi ha confessato a bassa voce: "Avrei preferito essere stuprata".
Del resto anche a me, che non vedevo l'ora di andarmene e che per velocizzare la pratica ho chiesto di essere perquisito presto, la stessa poliziotta ha detto: "Vuoi che ti perquisisca io?"
Prima della perquisizione un poliziotto mi ha detto "Se non troviamo oggetti contundenti non ci sono problemi", ed io: "A meno che le chiavi di casa non siano oggetti contundenti…" E la poliziotta (sempre la stessa), rivolta a me e a tutti gli altri: "Ma io se fossi in voi le chiavi di casa le butterei proprio…"
Io, forse per la mia aria "perbene", ero tra i pochi "privilegiati" a cui era consentito di stare in piedi, e non seduto a terra schiena al muro. Alcuni poliziotti mi rivolgevano la parola: "Così un'altra volta non ci andate in piazza a manifestare!" Io ho risposto che manifestare in Italia è un diritto, ma loro mi rispondevano: "Ma voi vi fate manipolare, siete solo dei burattini!" E questa "tesi" l'hanno ribadita più volte…

M. T.
Eravamo, io ed i miei amici, dietro al camion di Rifondazione Comunista all'altezza dei lavori della metropolitana a piazza Municipio, quando sono partite 2 cariche, una davanti ed una dietro di noi. Ci siamo trovati in un gruppo di circa cinquanta persone a terra, con le mani alzate, che venivano manganellate dai poliziotti. Finita la carica volevo soccorrere un ragazzo che aveva un grosso e profondo buco nel polpaccio, era stato colpito da una scheggia che era ancora conficcata nella carne, aiutando l'infermiere che già era all'opera in quelle precarie condizioni ad estrarla. Mi è arrivata però sul cellulare un'allarmante telefonata di mio fratello, che mi dice di raggiungerlo al molo Beverello perché ha la testa spaccata. La strada era vuota, le cariche erano ormai terminate, ma circa 20 carabinieri ci circondano, ci insultano, ci colpiscono con i manganelli al contrario (i segni che ci hanno lasciato sono a strisce) e ci prendono a calci sulle gambe, in particolare colpiscono Gianluca col calcio del fucile sul ginocchio. Poi arriva uno che sembra il "capo", che gli dice di smettere. L'altro nostro amico, Francesco, che era rimasto poco più indietro, viene afferrato dalla maglia da un carabiniere, che lo trascina indietro e gli dà un cazzotto in bocca, poi da dietro arrivano altri quattro o cinque carabinieri brandendo minacciosamente i fucili, e lo colpiscono alla schiena, prima che riesca a fuggire.
Intanto io e Gianluca finalmente riusciamo a raggiungere il molo Beverello, e troviamo mio fratello con tutta la maglia sporca di sangue, che appena mi vede mi butta le braccia al collo e scoppia in lacrime. E' sconvolto. Arriva l'ambulanza, saliamo io e mio fratello insieme ad un ragazzo e una ragazza, e ci portano a Capodichino, al Nuovo Pellegrini. Lì ci hanno medicato e refertato, io "solo" per contusioni varie, mentre a mio fratello, che era in stato confusionale per il trauma cranico, hanno fatto 2 TAC. Poi ci hanno messo in una volante e portati tutti alla Caserma di polizia Raniero, dove siamo arrivati verso le 14.30. Nella stanzone c'erano poliziotti in divisa e parecchie persone buttate a terra, tutte ferite: ne ho contate una sessantina. Forse era la mensa della caserma, perché ad un ragazzo ferito, coperto di sangue, che si appoggiava ad un tavolo, un poliziotto ha detto: "pezzo di merda alzati, che qui io ci mangio!".
A tutti appena arrivati hanno detto "Togliete le schede ai telefonini perché non potete telefonare a NESSUNO". E infatti non hanno permesso a nessuno di contattare avvocati o familiari. Anche ad una ragazza che stava malissimo, aveva forti dolori alla schiena, ed ha chiesto di telefonare all'ospedale, hanno detto di no. Poi arriva uno inn borghese, comincia ad insultarmi e mi dice: "Perché le bombe non le vai a mettere sotto ai portoni dei camorristi di Battipaglia!" Io ho risposto che le bombe non le metto, allora è arrivato uno che tutti chiamavano "dottore" e inizia a pigliarmi a schiaffi dicendomi con forte cadenza dialettale: "Statti zitto, perché se no tu da qua non esci!". Mio fratello ha cercato di calmarmi perché ero fuori di me dalla rabbia.
Tutti stavano male, vicino a me c'era una ragazza ferita all'orecchio, che mi ha chiesto aiuto per sedersi perché da sola non era in grado di muoversi.
Molti ci hanno detto di essere stati pestati anche durante la perquisizione in bagno, a qualcuno hanno sbattuto la testa sul lavandino, e lì rompevano i cellulari e strappavano i soldi dei/lle perquisiti/e: a me per fortuna non è successo.
Un ragazzo di circa 18 anni si lamentava del fatto che gli avevano sottratto e non più restituito il documento di riconoscimento. Io per fortuna non l'avevo con me. Alla fine del pomeriggio nello stanzone eravamo almeno 75 persone. Ci hanno tenuti lì fino alle 19.00, poi ci hanno fatto uscire dopo averci fotografato, come avevano fatto con tutti.


G. C.
Il giorno 17 mi trovavo a Napoli con i miei amici per partecipare pacificamente alla manifestazione "NO GLOBAL FORUM".
Il corteo, partito da Piazza Garibaldi, giunto all'altezza di Piazza Municipio si fermava davanti ai cordoni delle Forze dell'ordine. A causa delle cariche da parte delle Forze di polizia, per proteggermi dai tumulti, dai lacrimogeni e dalle pressioni della folla saltavo la recinzione del cantiere dei lavori in Piazza Municipio.
Una volta qui, attorno alle 12.30, mi vedevo costretto a lasciare questo posto a causa degli innumerevoli lacrimogeni lanciatici contro dalle Forze dell'ordine e, per proteggermi, mi allontanavo dalla Piazza percorrendo a ritroso il percorso fatto dal corteo, pensando, di trovare libera la strada e di lasciarmi alle spalle i violenti scontri. In realtà, questo avrebbe dovuto essere quello che normalmente accade in qualsiasi manifestazione: il "ritorno" è, di regola, la via d'uscita per chi decide di tornare indietro, soprattutto quando la situazione degenera e diventa impossibile tollerare la calca. Quel giorno, invece, non c'era per i manifestanti via d'uscita. Il corteo veniva letteralmente chiuso ed accerchiato.
La Polizia aveva infatti sbarrato Via De Pretis, nella quale mi trovavo, e la Guardia di Finanza aveva creato un cordone che bloccava gli accessi ai vicoli verso Via Marina.
Io, di preciso, mi trovavo da solo, completamente disarmato e inoffensivo, sul marciapiede opposto a quello dove si era schierata la Guardia di Finanza e camminavo lungo il muro con le meni alzate. All'improvviso dapprima un agente della G.d.F., poi altri cinque si sono messi a correre verso di me.
Sorpreso dall'azione, mi fermavo gridando: "Sto cercando di andare via!", pensando che, considerando il fatto che fossi da solo, inoffensivo, lontano dagli scontri e dalla calca, in un momento di reale tranquillità nella strada, gli stessi non avrebbero usato la violenza nei miei confronti.
I miei pensieri erano di nuovo sbagliati.
Si buttavano addosso a me e mi colpivano violentemente con manganellate e calci su tutto il corpo e lo facevano tutti e sei contemporaneamente. Resistevo a questo attacco per pochi secondi, continuando ancora a gridare loro di fermarsi sperando che lo facessero, fin quando, comprendendo che non si sarebbero arrestati se non quando fossi crollato a terra, d'impulso, spingendo l'agente che mi picchiava dalla destra scappavo dentro uno dei vicoli che vanno verso Via Medina rincorso ancora dagli agenti.
Arrivato qui, mi trovavo alle spalle di una carica da parte del corpo della Guardia di Finanza nei confronti dei manifestanti ed ero costretto a passarci in mezzo. Per questo "accesso" ricevevo ancora ingiustificatamente altre manganellate.
Finalmente raggiunta Via Medina mi dirigevo alla facoltà di Architettura innanzi la quale incontravo fortunatamente un amico che, viste le mie pessime condizioni fisiche mi dava i primi soccorsi e mi accompagnava al Pronto soccorso dell'Ospedale dei Pellegrini. Avevo il volto gonfio e tumefatto, le mani sanguinanti, il piede sinistro dolorante e sanguinante e la schiena completamente indolenzita.
Al Pellegrini venivo "refertato" dai medici del Pronto soccorso che mi medicavano e, dopo avermi visitato, mi sottoponevano ad una radiografia al volto, avendo un vistoso trauma all'occhio sinistro.
Nell'attesa per detta radiografia, io e il mio amico, insieme agli altri manifestanti venivamo di continuo fatto oggetto di scherno, offese e minacce da parte di due agenti delle Forze di Polizia, in attesa anch'essi di essere visitati. Tutto questo accadeva mentre eravamo ancora costretti a subire la pressione e la vigilanza degli agenti della DIGOS che "scortavano" noi manifestanti. Questi, disturbando il lavoro del radiologo, premevano i sanitari affinché i loro colleghi venissero visitati prima di noi ragazzi, non rispettando l'ordine degli arrivi al Pronto soccorso, pur non avendo gli agenti ferite tali da giustificare priorità. A causa delle mie proteste verso questo tipo di comportamento e minacciando denunce di omissione di soccorso, i sanitari ci assicuravano che tutto si sarebbe svolto regolarmente.
Eseguita la radiografia venivo ancora una volta scortato da un agente della DIGOS che mi accompagnava dal medico del Pronto soccorso, il quale a sua volta mi rilasciava il referto.
Una volta fatto anche questo passaggio, venivo poi accompagnato assieme al mio amico, e sotto scorta, verso gli uffici della P.G. dell'ospedale per la dichiarazione d'entrata. Tutto questo accadeva attorno alle 14.
Nell'ufficio, fatto accomodare, rilasciavo ancora una volta le mie generalità e messo in attesa per la dovuta dichiarazione. A causa della prolungata e ingiustificata attesa, protestavo chiedendo spiegazioni. Alle mie legittime e inoffensive domande veniva risposto gridandomi ed ordinandomi di stare zitto e sedere.
Intanto l'occhio mi faceva male ed io non riuscivo a sopportare il dolore. Il dottore mi aveva prescritto l'assunzione di antinfiammatori e di coprire costantemente il viso, che intanto era molto gonfio, con del ghiaccio. A causa dei miei continui lamenti riuscivo a farmi accompagnare al piano superiore, ove era la medicheria per farmi dare un po' di ghiaccio. In questo passaggio il mio amico riusciva a lasciare l'ufficio di P.G. nel quale io e tante altre persone eravamo confinati senza via d'uscita. Tutti trattenuti, indebitamente, indistintamente ed ingiustificatamente, senza distinguere tra manifestanti, accompagnatori e pazienti occasionali del Pronto soccorso ed estranei alla manifestazione. Tutti dentro e basta.
Giunto sopra chiedevo spiegazione al dottore su questa prassi insolita mentre gli agenti della DIGOS tentavano di zittirmi e di riportarmi giù.
Senza ghiaccio e senza le dovute medicine, senza spiegazioni venivo riaccompagnato giù.
Nel frattempo il mio amico, compresa la situazione e che l'attesa sarebbe stata molto lunga, una volta lasciato l'ospedale raggiungeva un avvocato e ritornava al Pronto soccorso provvedendo anche a portarmi del ghiaccio preoccupato dallo stato del mio occhio sinistro. Ma l'ingresso dell'ospedale era bloccato e gli veniva rifiutato l'accesso nonostante la presenza di un legale.
Intanto io all'interno e confinato giù al piano terra, attendevo che la situazione si sbloccasse e, una volta rilasciata la dichiarazione, potessi finalmente andare via. Qui, invece, nonostante il fatto che non vi fosse più nessuno per il rilascio delle generalità, non veniva concesso né a me né agli altri di rilasciare la dichiarazione. Stanco della ingiustificata attesa e degli scherni della Polizia che ironizzava sul nostro stato, protestavo chiedendo una spiegazione. Tutto questo per due lunghissime ore fino a quando un agente della P.G. ci confidava che saremmo stati trasportati alla Questura.
La tanto attesa dichiarazione non sarebbe avvenuta negli uffici di P.G. dell' ospedale come dovuto e come affermato anche dai medici e dagli agenti al momento del mio terzo ritorno in Pronto soccorso.
Ed infatti, verso le 16 arrivavano i cellulari della Polizia per accompagnarci in Questura. Anche qui l'attesa, lunga ed ingiustificata: un'ora fermi nel parcheggio del Pronto soccorso in attesa di essere "trasportati". Intanto il ghiaccio portatomi dal mio amico per tamponare il trauma all'occhio, ovviamente si scioglieva e, purtroppo bagnavo il pavimento del cellulare. A causa di questo fastidio l'agente autista si accaniva contro di me tentando di schiaffeggiarmi, fermato solo da un collega. Proprio questi che era intervenuto in mio aiuto si lamentava poi al telefono a voce alta ed in modo che tutti noi potessimo ascoltare, con un collega rimpiangendo di non aver potuto percuotere nessun manifestante e compiacendosi, invece, con i risultati dello stesso lasciandoci intendere che questi aveva usato parecchia violenza nei confronti di noi manifestanti.
Finalmente trasportati in caserma, a Piazza Carlo III, venivamo condotti ad una nuova attesa per la tanto auspicata dichiarazione.
Dopo più di un'ora di attesa trascorsa completamente braccati, impossibilitati a qualsiasi forma di comunicazione verso l'esterno e aggrediti dagli agenti per ogni minima protesta e semplice spiegazione sulla procedura venivo sottoposto a perquisizione, completamente denudato insieme agli altri in bagno, e poi riportato nei corridoi per l'attesa, dove erano forti le lamentele degli agenti che invece di perder tempo con noi avrebbero voluto tornare a casa.
Fatta la perquisizione venivo infine schedato e fotografato prima di essere rilasciato .
Dopo sei ore di lunga attesa siamo stati invitati tutti a firmare il foglio di perquisizione, liquidati velocemente in pochissimi minuti, accelerando i termini del rilascio, il tutto nella confusione generale.
Non ho potuto rendere nessuna dichiarazione sull'accaduto della giornata e sugli incompresi passaggi procedurali; sono stato trattenuto fino alle ore 19, fermato ingiustificatamente per quasi un intero pomeriggio e poi rilasciato nella stessa Piazza Carlo III da solo senza neppure conoscere la città.

C. D.
Ero a piazza Municipio, vicino all'area dei lavori per la metropolitana, a scattare delle foto ed a cercare di aiutare dei ragazzi ad uscire fuori da quella "trappola"che ormai era diventata la piazza intera. Ero a mani alzate quando sono stata aggredita da otto celerini, un'agente donna della digos ha cercato di evitare che continuassero a schiaffeggiarci. Poi mi hanno trascinato per i capelli insultandomi "puttana, zoccola…!" e mi hanno dato tre manganellate dietro le gambe, un cazzotto in testa e poi tutti e otto mi hanno presa a schiaffi, pugni e calci. Poi è intervenuto un altro celerino che chiamandomi nuovamente "zoccola" mi ha strappato la macchina fotografica, l'ha schiacciata con i piedi, mi ha "lanciata" a un altro collega, ed hanno continuato a picchiarmi insieme. E' intervenuto un signore di circa 50 anni che ha cercato di difendermi ed ha impedito frapponedosi ad altri celerini di avvicinarsi per partecipare al mio pestaggio. Allora sono riuscita a scappare verso il porto (molo Beverello), sono entrata in un'agenzia di viaggi ed ho chiamato un mio amico che è venuto a prendermi e mi ha portata all'ospedale dove mi hanno refertato un trauma cranico. Dall'ospedale io, il mio amico ed altri due ragazzi feriti, siamo stati portati con una macchina della polizia alla Caserma di polizia Raniero, presso piazza Carlo III, dove siamo arrivati alle 14.30. Appena siamo entrati un uomo in borghese, elegante, ci ha detto "Bravi, bravi, siamo noi quelli cattivi che vi abbiamo picchiato…adesso vedrete quello che vi succede!". Gli agenti ci hanno insultato, a me hanno detto: "Ti squaglio viva, puttana!". Poi hanno preso il mio amico e dopo aver insultato anche lui l'hanno portato in bagno per perquisirlo. Si sentivano senza interruzione le sue urla, ed è uscito dal bagno senza maglia, con le lacrime agli occhi, un occhio viola, pestato a sangue in faccia, poi mi ha detto a bassa voce: "Mi hanno picchiato e sfondato la macchina fotografica e il telefonino".
Poi un uomo in borghese mi ha avvicinato al bagno per la perquisizione, io mi stavo sentedo male per la paura di altre botte, una poliziotta voleva che entrassi mentre lì c'erano ancora uomini nudi che aspettavano di essere perquisiti, ed io mi sono rifiutata. L'agente donna mi ha risposto: "Tanto sei abituata a vedere uomini nudi". Io ho insistito dicendo che mi dava fastidio e lei, rivolgendosi agli altri poliziotti ha detto: "Vedete, le fanno addirittura schifo gli uomini, poverina!". Poi è stata lei a perquisirmi, mi ha fatto fare le flessioni e mi ha fatto la perquisizione rettale.
Nello stanzone eravamo in venticinque/trenta persone, tutti più o meno feriti, seduti a terra con le spalle al muro, ogni tanto i poliziotti entravano urlando "A terra, state zitti!". In caserma siamo stati fino alle 18.30. Ho visto una ragazza che aveva dolori fortissimi alla schiena e un altro ragazzo giovanissimo, di circa 17 anni, che ci ha raccontato di essere stato anche lui picchiato in bagno.
Appena siamo entrati ci hanno fatto firmare un foglio (?) e prima di uscire ci hanno fotografato tutti.
A giorni di distanza ho ancora gli incubi, non dimenticherò mai quello che mi è successo e quello che ho visto.
Niente mi potrà risarcire delle violenze non solo fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche che ho subito.


U. F.
Stavo con lo striscione dei naturalisti, a piazza Municipio, assolutamente disarmato. Ero nei pressi del fossato sui giardinetti durante il bombardamento dei lacrimogeni con le mani alzate. Due carabinieri hanno incominciato a picchiarmi, sono stato trascinato sotto l'arco e sono rimasto per circa venti minuti senza soccorso. Mi hanno preso i documenti. Mentre camminavo sottobraccio ad un carabiniere un altro mi ha dato cazzotto nelle reni ed è salito con me sul cellulare. A piazza Municipio mi dicevano "Devi morire stanotte nel letto", "Ti dobbiamo uccidere, bruciare, e le tue ceneri le buttiamo nel cesso sperando che non si otturi". Ricordo che con me c'era un ragazzo di Novara con il naso fratturato e un altro dell'Aquila ammanettato che soffriva di cuore ed aveva una forte tachicardia. Finalmente arriva l'ambulanza e siamo stati trasportati all'ospedale degli Incurabili. Mi hanno messo punti in testa, inoltre avevo un dito che mi faceva molto male e forti dolori al rene destro. Dopo mi hanno portato alla caserma di polizia Raniero, mi hanno fatto spogliare nudo e mi hanno fatto la perquisizione anale. Sono rimasto in caserma fino alle 19.30.


M. B.
Ero a piazza Municipio e sono stato caricato dallo schieramento del lato del porto. Ho avuto una manganellata dietro alla testa mentre fuggivo verso via Depretis, diversi poliziotti sono usciti deliberatamente dal cordone e mi hanno colpito poi sono fuggito verso l'ambulanza vicino al Mc Donalds. Quando mi hanno agggredito avevo le mani alzate.
Durante il trasporto verso l'ospedale Loreto mare la Guardia di finanza ha caricato l'ambulanza, bloccandola davanti malgrado 4 feriti gravi dentro. Hanno manganellato il vetro davanti e i laterali.
All'ospedale mi hanno visto due medici: il primo non mi ha fatto nulla ed è stato molto superficiale; il secondo mi ha messo 3 punti. Ho avuto il referto e poi sono andato al drappello dell'ospedale e dopo con altre tre persone siamo stati portati alla caserma di polizia tra piazza Carlo III e P. zza G. B.Vico, la Raniero.
Penso di esser stato nel II° "convoglio" arrivato in caserma. Mi hanno fatto inginocchiare faccia al muro con le mani dietro la testa e mi hanno perquisito in ginocchio; nel frattempo mi provocavano: "Ti è piaciuto tirare le pietre ai colleghi…". "Che campi a fare; hai il giubbino pieno di pidocchi" "Dovete stare qui a nostra disposizione, a quello che vogliamo fare. Non avete diritti."
Mi hanno fatto sedere a terra malgrado ci fossero sedie vuote per tutti. Avevo le gambe distese perché non mi sentivo bene. A quel punto è passato un poliziotto che mi ha tirato un calcio negli stinchi intimandomi di ritirare le gambe "guaglio' non stai a casa tua".
All'inizio non abbiamo avuto neanche la possibilità di parlare, né di andare in bagno. Poi sono arrivati altri agenti in borghese (ho pensato fossero superiori) e finalmente abbiamo potuto fumare ed andare in bagno. E' scesa la tensione, poi mi hanno fatto le foto. Poi mi hanno fatto il verbale e distanza di cinque ore dalla perquisizione e sono uscito. Ho dovuto firmare un verbale di perquisizione che non ha nessuna attinenza con la perquisizione.


Un compagno fermato
Vi scrivo solo perchè voglio lasciare anch'io una piccola testimonianza sui fatti e soprattutto sui misfatti della quarta giornata di Napoli, avendoli vissuti in prima persona e sulla mia pelle benchè la mia esperienza non sia tra le più gravi.Voglio però premettere che preferisco rimanere anonimo per motivi personali ma un po' anche perchè credo che in casi come questi l'anonimato sia un piccolo modo per rappresentare tutti quelli che hanno vissuto le stesse vicissitudini e dar così voce a sensazioni più o meno comuni. La storia è simile infatti, da quanto ho potuto vedere e capire.
Manifestanti del tutto pacifici e disarmati, alla ricerca di una improbabile via di fuga, con le mani alzate colpiti alla spalle, portati all'ospedale (io ci sono andato con le mie gambe visto che per fortuna potevo), curati frettolosamente e poi deportati in questura. E qui è ora di passare al particolare, alle mie emozioni, davvero brutte.
Mi chedevo che cosa ci facevo lì, cosa sarebbe successo, cosa mi avrebbero fatto e quando sarei uscito. In un misto di paura e rabbia, preoccupazione e disprezzo, poco dopo l'arrivo una cosa mi è stata subito chiara: non dovevo in nessun modo dare ai poliziotti la possibilità di parlare con me, dar adito ad una qualsiasi forma di
intimidazione o violenza psicologica (e non solo). Con tutta l'indifferenza e la forza di cui disponevo in quel momento, ho raggiunto abbastanza bene il mio scopo: non mi hanno quasi rivolto la parola, se non quando mi chiamavano per la perquisizione, le foto, il verbale.
Volevo solo osservare e ascoltare per cercare di capire cosa e come pensano; non ci sono riuscito, erano troppo diversi da me. Il resto sono state ore intere ad aspettare non si sa cosa, ma credo proprio niente.
A me insomma è andata fin troppo bene, e non solo perchè le ferite non erano gravi. Mi interessava solo la mia dignità. A qualche altro che ha cercato lo scontro verbale o semplicemente il dialogo è andata peggio, sfottuto e ridicolizzato.Qualche guardia chiaramente si divertiva.
L'odio cresceva. Volevano farci sentire in colpa per qualcosa che non avevamo fatto.Non ci sono riusciti. La paura era passata, ero calmo, si trattava di aspettare. Ma ancora non capivo che facevo in quel posto.
Qualche giorno dopo ho capito che mi era andata ancora meglio di quanto credevo: ho saputo che altri sono stati picchiati e perquisiti più accuratamente, ragazzi e ragazze.
Non so se questa è repressione, semplice intimidazione o lo sfogo di qualcuno che non ha trovato nella propria vita altro modo per sentirsi uomo.
Una cosa è certa: pretendendo di mettere perfino le idee in stato di fermo non si fa che aggravare e diffondere tensioni.
Per me è stata una brutta esperienza da non dimenticare, ho capito cosa significa dire che l'odio chiama odio e penso che forse ci vuole un po' più di attenzione nell'evitare di tirarsi addosso la violenza che cova in spiriti repressi.
Nonostante tutto ho trovato anche qualcosa di positivo in tutta la storia: mi riferisco all'affetto dei compagni, mai come stavolta l'ho toccato con mano, è come se fossero stati tutti con me.


M. N.
Ero in piazza Municipio, dal lato del McDonalds, accanto al camion di Rifondazione con lo striscione dei giovani comunisti. C'è stata la prima carica e ci siamo spostati in 5 verso i giardinetti della piazza. Sentendo e vedendo i lacrimogeni, ci volevamo spostare di nuovo accanto al camion. In quel punto abbiamo assistito ad una carica singolare: il camion di R.C. è stato attaccato senza alcun motivo visto che c'era la musica ad alto volume e dei ragazzi che ballavano.
Non si riusciva più a respirare e cercavamo di raggiungere i giardinetti vicini al castello, sul lato della piazza dove c'è la ringhiera. Avevo perso tutti i miei amici e mi sono recato verso lo schieramento dei celerini al di là dell'arco, dove c'erano i furgoni con le grate alte. Ho visto mio fratello e con lui sono ritornato verso la ringhiera che affaccia sul fossato. La polizia avanzava anche sul prato laddove eravamo in un folto gruppo, tutti con le mani alzate che imploravamo di non continuare con le cariche.
Mano a mano tutti indietreggiavano ed un gruppo di poliziotti, con molta foga, ci ordinava di sederci minacciando, altrimenti, di picchiarci. Nonostante fossimo tutti a terra i ragazzi che chiudevano il cerchio del gruppo che ci avevano fatto formare venivano manganellati. I manganelli erano girati dalla parte del manico. Poi ci hanno fatto alzare di scatto e ci hanno detto: "Andatevene, mo', sennò vi picchiamo!". Intanto continuava il lancio dei lacrimogeni ad altezza uomo. Travolto dal gas, siccome soffro anche di asma, mi sono accasciato a terra con il foulard sul volto per non inalare il gas. In quel momento non vedevo niente, non respiravo bene e mi sono riparato accanto al sottopassaggio all'altezza dei lavori della metropolitana. In quel momento un poliziotto mi ha sferrato una manganellata nello stomaco e poi mi ha tirato per il braccio con forza portandomi al centro della piazza dove stavano passando una cinquantina di poliziotti. La prima cosa che mi hanno detto è stata: "Arrestatelo!" e hanno cominciato a colpirmi per una decina di volte sulla testa, sul collo, sulle spalle, sul braccio destro. Smesso di colpirmi mi hanno messo le manette e allora ho fatto finta di svenire. A quel punto un poliziotto ha detto: "questo non è svenuto, uccidiamo questo comunista". In quel momento, però, probabilmente si è avvicinato un superiore che ha detto: "No, non uccidiamolo qui a terra".
Il superiore mi ha sorretto il capo e un poliziotto mi ha alzato le gambe e poi hanno chiamato un'ambulanza. Continuavo a non reggermi in piedi. Nell'ambulanza c'erano altri cinque feriti. Intanto io stavo a terra che sanguinavo e il poliziotto ha detto al superiore: "Stai attento che puoi infettarti, potrebbe anche essere malato".
Alla fine mi hanno buttato, sempre ammanettato, su di un sedile dell'ambulanza e li l'infermiere del 118 (o il portantino, non so) ha urlato per farmi togliere le manette (che erano anche strettissime). Al momento non si trovavano le chiavi giuste. Finalmente, poi, si sono trovate, mi hanno tolto le manette ed hanno chiuso il portello della vettura.
Arrivati all'altezza di via De Pretis una schiera di finanzieri ha fermato l'ambulanza, cosicché l'infermiere dall'interno ha aperto il finestrino sul lato sinistro dove ero seduto. C'erano anche altri feriti. A quel punto i finanzieri hanno cercato di colpirci con i manganelli, ma l'infermiere è riuscito a chiudere la finestra ed a ripartire.
Siamo arrivati al pronto soccorso del Loreto Mare dove c'erano molti feriti. Soccorrevano prima i più gravi ed io ho aspettato circa mezz'ora e poi mi hanno medicato e messo due punti in testa senza anestesia, poi mi hanno visitato le spalle e mi hanno riscontrato delle lesioni.
Poi un agente di polizia in borghese mi ha portato al drappello di polizia per iniziare l'identificazione, ma continuavo a sanguinare in testa per cui ho chiesto di tornare in pronto soccorso dove mi hanno cambiato la medicazione in testa e ricontrollato la testa. Poi sono tornato al drappello per continuare l'identificazione. Quindi ci hanno diviso in gruppi. Il mio è stato assegnato a due poliziotti e messo in una volante. Prima di entrare mi hanno grossolanamente perquisito e con le sirene spiegate ci hanno portato alla caserma Raniero.
Ho notato da subito uno strano atteggiamento della polizia, sembravano tutti sotto effetto di qualcosa, forse cocaina, non so! Ci hanno portato in uno stanzone dove c'erano già un cinquantina di ragazzi seduti a terra e due faccia al muro con le mani dietro la testa e inginocchiati, poi ci hanno chiesto i documenti ed i dati personali. Dopo due ore di attesa (c'erano sempre due poliziotti che ci sorvegliavano) hanno cominciato a chiamarci per le perquisizioni. La perquisizione è avvenuta nel bagno con due agenti. Mi hanno fatto spogliare ma il clima ora non era teso. Poi sono uscito e anche fuori il clima nei confronti miei e di due ragazze non era più troppo teso. Sempre nello stanzone gli agenti hanno preparato un percorso con banchi e sedie per farci le foto segnaletiche con tanto di numero. Più tardi i poliziotti ci hanno chiamato a gruppi di quattro e quindi ci portavano all'esterno con due poliziotti. In tutto mi hanno trattenuto per cinque ore.


M. G.
Eravamo in P.zza Municipio nei giardinetti verso la Marina prima dei disordini. Già prima della carica i poliziotti ci hanno impedito di uscire dalla piazza e alle nostre proteste ci hanno riempito di insulti e ci hanno detto: "Siete venuti, dunque ora dovete restare". Non volevano lasciar passare neanche l'ambulanza.
Alla testa del corteo c'era solo stata un po' di tensione ("votta-votta") tra manifestanti e polizia.
Ci siamo spostati dal lato est al lato ovest della piazza , dove i CC stavano avanzando. Gli stessi ci hanno permesso però di allontanarci.
Eravamo poi quasi sulla via Marina, quando una ragazza ci è venuta incontro con la testa insanguinata, perché colpita da una manganellata. Era stordita e ci chiedeva aiuto. Al momento della carica di cui è stata vittima stava solo tornando a casa e non era tra i manifestanti… Non c'era nessuna ambulanza al momento. Arrivata l'ambulanza la ragazza ci ha chiesto di essere accompagnata, per cui io e mia nipote siamo andate con lei. Al pronto soccorso ha avuto punti di sutura alla testa. Non voleva essere lasciata sola e voleva che fossero avvertiti i genitori (anziani) ma ci hanno fatto spegnere i cellulari. Lei è stata ricoverata.
In ospedale una donna con la giacca rossa voleva farmi aprire una borsa insanguinata che non mi apparteneva ed ha perquisito la mia, mi ha chiesto i documenti ed ha detto ai poliziotti: "Vedetevela voi". Anche al drappello di polizia dell'ospedale mi hanno fatto portare dai poliziotti e mi hanno identificata. Poi con la volante sono stata portata alla caserma Raniero con un altro ragazzo.
In caserma mi sono seduta nella "sala ricreativa". Un poliziotto mi ha detto: "Siediti per terra e togli questa munnezza (una giacca) da qui sopra".
Sono entrata in caserma all'incirca alle 13:00 e sono uscita alla 18:30 restando sempre in questa sala. Ogni tanto si sentivano persone gridare; le stesse ci hanno poi detto di essere state picchiate.
Sono stata perquisita due volte, facevano gli spiritosi. Mentre perquisivano una ragazza un poliziotto è entrato ed ha detto alla poliziotta che perquisiva di non scandalizzarsi, perché tanto la perquisita era "una merda" e non una donna.
Mi domando quale sia stato il mio reato. Manifestare? Accompagnare un ferito all'ospedale?


C.P.
Eravamo in ritardo: io avrei preferito arrivare comunque a piazza Garibaldi, ma invece i due amici con cui ero sostengono che è meglio farsi il percorso del corteo al contrario. Perciò passiamo a ritroso per via Roma e, proseguendo per Piazza Municipio, vedo che c'è un vero e proprio esercito tra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Hanno "tappato" tutte uscite della piazza lasciando libero solo l'accesso di Via Depretis. Mi viene in mente la favola de "Il pifferaio magico". Era fin troppo evidente: avrebbero lasciato che il corteo entrasse da quella parte, per poi chiuderlo in una morsa infernale senza che nemmeno avesse il tempo di rendersene conto! Mi spavento al tal punto da decidere che io, in quella piazza, non ci sarei entrata.
Avendo visto, lungo il tragitto tutti i vari schieramenti delle forze dell'ordine in assetto di guerra già quando il corteo si era da poco mosso da Piazza Garibaldi, ero un po' tesa. Mi accorgo che le mie paure non erano del tutto ingiustificate quando dall'alto di un muretto, sul quale ero salita per osservare meglio questo mare che avanzava, vedo la gente che comincia a correre. Sparano i lacrimogeni. Ci sono tanti tra quelli che scappano che con i manifestanti non centrano nulla: persone che stavano recandosi al lavoro, anziani, una mamma col carrozzino. Riesco a ripararmi in un portone di Via Sedile di Porto. Il primo scontro scatta in Piazza Borsa. I due ragazzi che erano con me li ho persi completamente di vista. Nel posto dove mi sono riparata ci sono tre ragazzine di, credo, appena quindici anni che tremano terrificate: hanno perso i loro amici in mezzo alla carica. C'è anche una madre che piangendo grida: "Mio figlio è là in mezzo, aiutatemi!". Cerco di rassicurarla come posso.
Sono ancora nella piazza quando ad un angolo vedo sedute due ragazze contuse. C'è un signore che sta parlando con loro. Sono davvero conciate male. Mi avvicino, capisco che quel signore le aveva prestato soccorso, aiutandole ad arrivare dal centro della piazza, dove erano state pestate, a quell'angolo un po' più riparato: non lo conoscono. Porgo un fazzoletto ad una delle due che ha il braccio sanguinante. Sono di Bologna. Piangono, non per il dolore delle ferite, ma per il modo con cui sono state inflitte. Sono inciampate mentre la carica era in atto e non sono più riuscite a rialzarsi per la folla di manifestanti che correvano in tutte le direzioni. A quel punto sono state circondate dai poliziotti che con calci e manganellate hanno inferto i loro colpi fino a farle perdere quasi conoscenza. L'altro signore vuole raggiungere gli altri della manifestazione, così mi offro di accompagnarle io in ospedale. Via L. Sanfelice è ancora piena di polizia, non si può passare, hanno ancora il sangue agli occhi. Prendo lo zaino della ragazza che ha una spalla gonfia (dal gonfiore credo che sia rotta, ma non glielo dico) e torniamo indietro per Corso Umberto fino a salire per Mezzocanone. Loro mi chiedono in continuazione, se voglio tornare lì tra gli altri, di indicarle semplicemente la strada, ma racconto quello che avevo visto a Piazza Municipio e, ad ogni modo, con quegli occhi colmi di terrore per le violenze subite, credo che chiunque, con un minimo di sensibilità, non le avrebbe lasciate sole. Stavo aiutando due ragazze portandole al pronto soccorso più vicino, cercando, con una buona parola, di offrire un minimo di conforto. Semplicemente ciò che avrei voluto trovare io se mi fossi trovata in una città che non conoscevo, per di più stordita dalle manganellate della polizia.
Entriamo al Pellegrini. A raffica, arrivano feriti più o meno gravi. Ci sono quelli che arrivano con le ambulanze, ci sono quelli che arrivano a piedi: carne da macello. Una giornalista del quotidiano "La Repubblica" mi si avvicina facendomi una serie di domande, cerco di risponderle per quanto mi è possibile, ma la vista di tutti quei corpi sanguinanti, mi rendeva sconvolta. Vorrei avere notizie delle due bolognesi, se quella più grave ha sul serio la spalla rotta. Un signore robusto, con i capelli grigi, in borghese, mi si avvicina: "Venga un attimo con noi". Lì per lì, penso che forse nell'angolino dove mi ero messa, stavo intralciando il passaggio delle barelle, che mi devo spostare. Invece il signore mi afferra per le braccia, da dietro, e mi porta nella guardiola della polizia: "Mi dia un documento". C'era un'altro paio di ragazzi quando sono entrata lì e a distanza di pochi minuti sono arrivati altri e altri ancora. Ho visto che segnavano i miei dati, mi sono detta: "Ora mi chiederanno come mai ero lì, io dirò che ho soccorso le due ragazze, mi faranno firmare qualcosa, mi restituiranno il documento e mi lasceranno andare, tutto qui!" e invece dopo entra una poliziotta, o meglio un'ispettrice o cos'altro non so, e sento che dice "Si…si…portateli tutti alla Raniero". Mi chiamano tra i primi quattro e penso che è meno male, così mi sbrigo subito, subito e torno a casa! Forse qui non hanno i fogli per le dichiarazioni, se ne dobbiamo fare una. Provo a chiedere informazioni su cosa sta accadendo e perché dobbiamo spostarci, nessuno mi risponde, nessuno mi dà retta, ci sono altri come me che hanno accompagnato feriti, che provano a spiegare perché erano là, ma vengono respinti dagli agenti.
Solo quando esco fuori e mi si avvicina una signora mostrandomi il tesserino dell'ordine degli avvocati, comincio a capire qualcosa. Mi dice: "Per qualsiasi cosa, sono un avvocato, il mio nome è…" e mentre lo diceva mi hanno spinto nella macchina della polizia, che avevo si, visto uscendo, ma che mai avrei immaginato stesse aspettando me. "Alice nel paese delle meraviglie" cominciava a svegliarsi finalmente! A sirene spiegate e correndo, come se trasportasse chissà quale efferato criminale, l'auto ha preso direzione Piazza Dante per poi, girare per via Broggia, qui si è bloccata per il traffico. La gente che aspettava alla fermata l'autobus, cercava di sbirciare all'interno dell'auto per cercare di riconoscere il "delinquente" e tra loro, qualcuno soddisfatto diceva: "Ah! Meno male che ogni tanto funziona la giustizia!"
Ci fermiamo. Mi aprono la portiera e un corridoio di poliziotti ci "accoglie" con sputi, insulti e spintoni. Entro in un grosso stanzone dove sul fondo vedo, cinque, sei ragazzi inginocchiati, faccia al muro, presi a calci, calci così forti da farli saltare da terra. E' quello che aspetta anche me. Ho paura. Sento le gambe tremarmi tanto che, quando ci sbattono contro al muro e dicono di inginocchiarci con le mani dietro la nuca, è quasi un momentaneo sollievo. Le provocazioni e gli insulti sono pressanti, mai avrei immaginato che le cose andassero così!
Se ti giravi per vedere chi le stesse prendendo, giù con calci e pugni anche su di te. Hanno fatto così con un ragazzo che mi era affianco. Perdi ogni diritto, ti tolgono la dignità. Mi hanno detto cose orribili. Ho cominciato a pregare, la mia disperazione e smarrimento richiedevano un urgente bisogno di qualcosa a cui appigliarmi, in cui trovare forza. Pregando riuscivo ad isolarmi da tutte le loro provocazioni, a non sentire più niente. Solo ad un tratto, uno mi ha urlato in faccia tirandomi i capelli: "Si sulament' hann' sfiorat' a 'na cullega dda nost' t'amm'accirere'!"(Se solamente hanno sfiorato una nostra collega, ti dobbiamo ammazzare!). E mi sono sentita come se mi leggessero una sentenza di morte: colleghi o colleghe loro saranno stati sicuramente feriti negli scontri che ci saranno stati a Piazza Municipio e loro lo sapevano benissimo, avrebbero cominciato con una scusa qualsiasi a prendermi a calci. Solo l'intervento dei commissari, li ha fatti momentaneamente calmare. Ma ci sono venuti vicino dicendo che appena se ne fossero andati i loro capi per noi non ci sarebbe stato più scampo, che eravamo dei bastardi, che ora, lì dentro, stavamo facendo le finte pecorelle e che invece non eravamo altro che una massa di sovversivi e per questo avremmo pagato.
Hanno cominciato le perquisizioni: uno alla volta, dentro al bagno, a porta chiusa. Ancora mi assale il terrore, non capisci cosa ti succede là dentro e non vedo poliziotte in giro, non mi meraviglierei se a perquisirmi fosse un poliziotto e mi mettesse le mani addosso. Arriva il mio turno, nessuna poliziotta e c'è un poliziotto nel bagno. Temporeggio e, fortunatamente, vedo arrivare una donna in borghese che mi invita a seguirla. Nell'entrare vedo il lavandino pieno di sangue e altro sangue schizzato "di fresco" su tutte le pareti. In quel momento non capisco: se tutti quelli che sono lì provengono dall'ospedale, saranno già stati medicati, ricucite le ferite e bendati; allora da dove proveniva tutto quel sangue? Non so darmi una spiegazione, o meglio, preferisco non darmela!
La donna dice di spogliarmi. Vorrei dirle che io non c'entro niente, che ho solo accompagnato due ragazze in ospedale, ritenendo di fare una cosa giusta e che invece quello che stava accadendo non era giusto, ma riesco appena a chiederle quando finirà tutto quest'incubo. Lei non sa rispondermi, controllando nella mia borsa trova il telefonino acceso, mi ordina di spegnerlo. Dice che se non l'avessi capito sono "in fermo" e non ho diritto a comunicare con l'esterno. Mi chiede se ho piercing e mi fa togliere i lacci delle scarpe, dice che con quelli potrei farmi del male. Rispondo che se non sono loro farmene, io, da sola, non ho di certo nessuna intenzione di procurarmelo. Poi mi guarda la collanina che ho al collo, è titubante, poi dice che quella posso tenermela. Prende le due cinture che avevo poggiato nello spogliarmi sul lavandino. Erano entrambe un regalo, le avevo da tempo, ci tenevo molto. Chiedo se le potrò riavere indietro. Non lo sa. Aspetta che mi rivesto ed apre la porta.
Penso che forse il peggio sia finito. Ho bisogno di una bugia da raccontarmi. Mi rispingono contro al muro, giù, in ginocchio. Il ragazzo affianco a me sottovoce mi chiede che mi hanno fatto lì dentro, rispondo che io sono stata perquisita da una donna che con me è stata abbastanza tranquilla, ma sono pienamente cosciente che per lui non ci sarà lo stesso trattamento. I poliziotti l'hanno preso di mira da come è entrato nella caserma. Mentre lui è dentro, i "capi" ordinano che chi è stato perquisito può girarsi e mettersi seduto, sempre giù, per terra. Così vedo il ragazzo che spinto, esce dal bagno. Ancora l'insultano, ancora lo provocano pesantemente. I segni delle percosse sono più che evidenti sul suo volto anche perché prima di entrare lì dentro era completamente illeso. Era anche lui al Pellegrini e anche lui era lì per aver accompagnato una ragazza che ha avuto sette punti di sutura alla testa e contusioni varie. Dopo un po' è arrivata anche lei in caserma.
Fino alle 16 continuano arrivare poliziotti che portano altri ragazzi. Non riesco a capire ancora quanti ne siano. Sono dall'altra parte dello stanzone e io devo stare seduta per terra, senza muovermi e poi c'è un grande via vai di commissari, agenti in borghese e tanti altri in divisa. Stanno portando un ragazzo nuovo. Lo "depositano" vicino a me. E' straniero e non parla la nostra lingua. Il poliziotto gli chiede i documenti, ma lui non capisce e lo prega di ripetergli la domanda in inglese o in francese. "Dicit 'a stu' strunz che m'adda ra'e document!" (Dite a questo stronzo che mi deve dare i documenti!). Così un ragazzo si mette a fare da interprete. Il nuovo arrivato gli dà il passaporto. E' svizzero. L'agente controlla la fototessera al suo interno ed esclama con un tono ricolmo d'odio: "Si, sì propr' tu…a' stess' facc'e cazz!" (Si, sei proprio tu…è la stessa faccia di cazzo!). Lo prende a parolacce, per giunta in dialetto, quando sa che non capisce. Ma lui insiste, così, giusto per soddisfazione personale. Poi si allontana chiamando un collega: "Vedi? Abbiamo preso anche un clandestino…".
Ormai è tre ore che sono qua dentro. Nessuno ci dice niente, nessuno ci dà delucidazioni su cosa sta accadendo, nessuno, oltre ai nostri dati, ci chiede qualcosa. Quei pochi che tentano di spiegare la loro posizione vengono respinti e presi in giro dai poliziotti, ai superiori, figuriamoci, non ci si può nemmeno accostare. Dal fondo della stanza sento che un agente risponde ad un ragazzo, che ha chiesto di poter telefonare a casa, che non era possibile, in quanto, se eravamo stati arrestati ne avevamo diritto, essendo semplicemente fermati no! Non credo che si permettano di trattare i camorristi come stanno trattando noi.
Improvvisamente mi si avvicina un poliziotto, si china verso di me e senza spiegarmi nulla mi dice di
firmare. Intontita prendo la penna che mi porge, sto quasi per firmare, quando mi "risveglio" e mi viene in mente (Sacrilegio!Lì dentro non hai diritto di pensare solo di eseguire ciò che ti viene ordinato) di approfittare di quella prima e unica occasione che avevo per capire finalmente, di che cosa ero stata accusata. Come mai ero stata "fermata" se ero già ferma per fatti miei fuori un ospedale?
Il poliziotto, vedendo che non scrivo m'indica nuovamente lì dove devo apporre la mia firma. Gli dico che mi rifiuto e dopo tutte le minacce e le provocazioni, credo che di aver usato tutto il mio coraggio per farmi uscire quella frase. Avevo letto che erano segnate le due cinture che mi avevano preso: sono diventate oggetti pericolosi sottoposti a sequestro. Penso che sono le stesse identiche cinture che hanno riempito in quest'ultimo periodo bancarelle, negozi,le passerelle delle più famose case di moda. Credo che da domani, a questo punto, dovranno avere il permesso di porto d'armi un po' tutti, allora, per indossarle! Più in fondo alla pagina c'è scritto qualcosa riguardo alla manifestazione e che ero stata "fermata" lì in mezzo, forse mentre commettevo qualcosa di violento, ma, a dir la verità, non riesco a leggere bene: l'agente indicandomi il posto dove devo firmare me lo impedisce, e quando provo a spiegargli, timorosa, che la mia storia è differente da quella riportata su quel foglio, nervosamente si allontana senza lasciarmi finire di parlare. Mi convinco che vada a chiamare qualche superiore, che qualcuno, vista la mia reazione, mi ascolti, ma niente. Altri poliziotti si avvicinano per far firmare altri ragazzi attorno a me e loro, ormai distrutti fisicamente e psicologicamente, senza opporsi, eseguono l'ordine.
Così come li hanno ridotti, farebbero qualunque cosa che li consenta di abbreviare quella tortura.
Ora che devono compilare tutte quelle scartoffie, gli agenti prestano meno attenzione a noi e riesco a scambiare qualche parola con quelli che mi sono più vicini. Ci sono due ragazzi di Padova, erano venuti alla manifestazione anche come scusa per vedere un po' Napoli. Hanno circa vent'anni. La ragazza è stata colpita da manganellate alla testa durante le cariche a Piazza Municipio, poi continuandomi a raccontare, mi mostra la schiena. Un orrore! E' un'unica macchia violacea. Ha del sangue che continua ad uscirle da una delle ferite alla testa e nonostante questo è stata picchiata anche una volta arrivata in caserma, senza un minimo di pietà. Il fidanzato l'aveva accompagnata in ospedale. Sono stati tra i primissimi ad arrivare. Mi spiega che era una delle prime volte che partecipavano ad un corteo. Avevano saputo che nei giorni precedenti non c'erano stati incidenti, nonostante ci fossero state altre iniziative contro il Global Forum, e sono partiti sereni. Lui durante gli scontri in Piazza era riuscito a ripararsi. Ma vedo che ha un labbro spaccato e gli chiedo spiegazioni. Durante la perquisizione, in bagno, a porte chiuse, un poliziotto l'ha fatto spogliare e dopo un tentativo di violenza sessuale, lui ha reagito, dopo di che è stato picchiato selvaggiamente.
Mi indica un altro ragazzo, dicendomi che con lui è capitata una cosa simile. Ad un altro durante la perquisizione, hanno ridotto in mille pezzi una cinquantamila lire che gli hanno trovato nel portafoglio e gli hanno distrutto il telefonino. Mi mostra il cellulare col display e la tastiera completamente spaccata, irrecuperabile. C'è un altro ancora che stava passeggiando per fatti suoi, appena sapeva della manifestazione. Si è trovato da quelle parti e si era fermato a guardare. Quand'è scattata la carica nemmeno ha avuto il tempo di accorgersene: è stato accerchiato dalla polizia, erano almeno in cinque, dice, e giù con botte a più non posso. Qualcuno lo ha poi accompagnato alla prima ambulanza arrivata. Arrivato al Pellegrini è stato "fermato".
Eccole qua le storie dei "pericolosi sovversivi" bloccati dalla polizia e come queste tante e tante altre.
Il più "rivoluzionario" mormora non è così che uccideranno i suoi sogni.
C'è anche un avvocato. Ha trovato una ragazza pestata per strada e l'ha accompagnata al pronto soccorso, una storia simile alla mia. Nonostante abbia mostrato il tesserino dell'ordine è vestito con un giubbotto di pelle, da "manifestante" ed è stato portato in caserma anche lui.
Ore17. Alcuni poliziotti ci dicono che tra un po' ci lasceranno andare. Io sono sempre in attesa del momento in cui mi faranno fare una deposizione. Qualcuno chiede "dopo" che succederà, quali conseguenze avremo, ma non rispondono, sono evasivi, qualcuno di loro cita qualche articolo, qualche numero. Mi sembra quasi fatto apposta per non farci capire, vorrei chiedere a quell'avvocato, ma l'hanno chiamato per l'ennesimo controllo dei documenti.
Vedo dei flash, credo siano giornalisti e invece hanno cominciato a fare le prime foto segnaletiche. Oramai non mi stupisco più, ormai non vedo l'ora di uscire da questo posto soffocante e umiliante, e basta. Chiamano uno alla volta, ma prima di vedere il flash scattare, passa un po' di tempo: che sia arrivato il momento che chiedono qualcosa? Che ci ascoltano? Attendo che chiamino il mio nome, temendo di non riuscirlo a sentire quando lo faranno e di rimanere ancora altro tempo lì. Finalmente mi chiamano: "Eccomi!" vado verso una scrivania. E' il mio momento, ora mi chiederanno perché non ho voluto firmare il verbale e io spiegherò tutto. Un signore più anziano, forse un superiore, mi chiede se ho un documento, tiro fuori dalla borsa l'abbonamento. Lui si arrabbia. Dico che non ho altro: "Capisco che non è un documento ma c'è la foto, ci sono i miei dati, meglio di niente!" Scrivono il mio nome, cognome, chiedono il nome di mio padre e tutto il resto. Dopo aver segnato tutto il signore mi chiede: "Tu sei d'accordo, vero, con questo contro-Global?". Mi stanno finalmente dando la possibilità di essere ascoltata, mi sembra incredibile. Balbettando dico:"Mi lasci spiegare…" "Si, si, sempre la stessa storia, vai a fare la foto, va!".
Mi danno un numero da attaccarmi in petto. Il fotografo dice di accostarmi al muro, poi mi chiede come mai non avevo i lacci. Forse voleva fare una battuta, o forse era solo curiosità. "Qui me li hanno presi. Sono stati loro" e scatta la prima foto. "Ora girati, guarda verso quel muro" Provo una profonda vergogna in quell'istante. Scatta la seconda. Mi tolgono il numero. Ormai è fatta. Non so cosa scriveranno accanto a quella foto, ma ora sono schedata a tutti gli effetti. Non conosco questo, a livello burocratico, civile o penale, cosa possa significare, ma sento già profonde le ferite psicologiche che questa giornata mi ha procurato.
Umiliata, provocata, accusata, malmenata e tutto questo per aver avuto compassione di due ragazze, per aver creduto di stare compiendo onestamente un mio dovere. Non posso dire di pentirmi per ciò che ho fatto, come potrei farlo? Devo dire che la prossima volta che vedo qualcuno in difficoltà, proseguo per la mia strada ignorandolo? Mi rifiuto al solo pensiero!
Ci hanno messo in un'altra fila, da qui, due alla volta, ci scorteranno fin fuori la caserma. Ho lo sguardo perso nel vuoto, mi sento come ipnotizzata aspettando l'ultimo ordine di alzarmi per poi uscire.
Sono tra gli ultimi. Siamo in quattro ad essere chiamati. Anche loro si sono stancati e vogliono tornarsene a casa. Esco dal portone, fuori pioviggina, ho freddo. Stamattina, quando sono uscita, c'era un bellissimo sole che troneggiava in un cielo azzurrissimo e avevo deciso di lasciare a casa il giubbotto. Tanto per pranzo sarei tornata! Non riesco a camminare bene, senza i lacci.
Il poliziotto che ci accompagna con aria quasi paterna ci chiede perché facciamo queste manifestazioni, tanto è così che vanno le cose e ad andare contro ci rimettiamo solamente. Nessuno gli risponde. Che senso avrebbe?
Mentre proseguiamo (è una lunga discesa quella per arrivare al cancello che dà sulla strada o a me sembra non finisca mai!) ci passa una macchina affianco: "Vuttl' tutt' quant' rind' a'mmunnezz!" (Buttali tutti quanti nell'immondizia). E' così che un poliziotto dall'auto grida al collega che ci scorta. "Lasc' e'stà…" (Lasciali stare) risponde lui: "Tanto s'vere che so' tutt' bravi guagliune!" (tanto si vede che sono bravi ragazzi). Questa frase mi arriva come l'ennesima pugnalata della giornata. Ma come? Se si vede che siamo bravi ragazzi, che significato ha tutto quello che è accaduto? Sono andati volutamente a prendere i più deboli, i meno esperti, quelli che non pensavano che correndo in ospedale sarebbero andati incontro ad un pericolo.
Arriviamo al cancello, fuori ci sono i familiari dei ragazzi e qualche avvocato che non hanno lasciato entrare. Ci accolgono con un applauso, come fossimo degli eroi.
Ma non siamo eroi, siamo solo delle persone che si sono recate ingenuamente dritti nella tana del lupo.
Che sono state picchiate e insultate con la piena consapevolezza, da parte delle forze dell'ordine, di aver a che fare con la gente sbagliata. Mi è stato esplicitamente detto: "Noi qualcuno dobbiamo pur prendere. Se non volevate correre questo rischio rimanevate a casa. Vi sia di lezione per la prossima volta!".
Sono disillusa e sconfortata. Credo che delle umiliazioni subite nessuno ci renderà conto. Delle percosse e delle violenze nessuno verrà mai a sapere e, in ogni caso, sarebbe sempre la parola nostra contro la loro, la parola di uno schedato contro un poliziotto: assolutamente senza alcun valore.

G.M.
Voglio denunciare un assurdo episodio di violenza da parte delle forze dell'ordine in cui sono stato coinvolto. Il 17 marzo, alle ore 17 circa, e quindi almeno un paio d'ore dopo la fine degli scontri a Piazza Municipio, con un gruppo di amici stavamo raggiungendo la macchina per tornare a casa. A Via San Felice, siamo stati aggrediti da poliziotti e carabinieri senza alcun motivo. Un vero e proprio incubo dato che non riuscivamo a capire cosa volessero da noi.
Hanno cominciato ad indicare minacciosamente al nostro passaggio, poi a chiamarci bastardi comunisti, ricchioni, drogati etc etc, un mio amico caduto nella loro provocazione ha battuto le mani ed è stato l'inferno. Un intero pullman di carabinieri è sceso, si avvicinavano dicendoci di stare calmi e poi ci prendevano a calci e manganellate. Io sono riuscito a divincolarmi e scappare in cerca di aiuto, alcuni carabinieri, quando li ho minacciati che sarei andato a chiamare un parlamentare se non lasciavano stare i miei amici, mi hanno inseguito per alcuni vicoli. Solo dopo, grazie all'intervento di alcuni dirigenti del Prc, i miei amici sono stati tratti in salvo dalla furia delle forze dell'ordine.


C.Z.
Dal 12 al 18 marzo io e la mia morosa eravamo a Napoli; per il 17 aspettavamo due amici da Roma che sono arrivati e con cui abbiamo passato tutta la giornata. Fin qui nulla di strano, non volendosi soffermare sugli scontri e sulle violenze (gratuite) della celere. Verso le ore 19.00 decidiamo di fare un giro nel luogo degli scontri quindi arriviamo in Piazza Municipio e ci rifermiamo sul prato a parlare tranquillamente, vedendo che le forze dell'ordine si erano ormai disperse... Quindi per portare a Modena un ricordino prendiamo da terra due bossoli di lacrimogeni e ripercorriamo Corso Umberto per tornare in casa di una nostra amica. Percorrendo un vicolo però veniamo sorpresi da una volante della Polizia che ci ferma e ci perquisisce.
Mentre uno dei due scriveva i nostri nomi l'altro si occupava dell'"offensiva": Bolscevichi di merda, ma vi lavate? Perchè sento puzza di merda! Perché dovete venire qui a Napoli a rompere le vetrine ecc. ecc. È. Dopo questo turpiloquio rivolto a quattro dei più tranquilli tra i manifestanti, anche noi abbiamo difesa la nostra posizione e i toni si sono fatti un po' accesi, fino al punto che uno dei due ha detto: "Perché non vi armate seriamente con fucili così potremo veramente fare la guerra e vi potremo eliminare definitivamente!" E così dicendo ha estratto la pistola e la ha riposta in tasca di uno dei due amici romani, ripetendo "Dai tieni la mia pistola!". Il mio amico gliela ha ridata protestando e dicendo che lui non poteva fare una cosa del genere... io ho cercato di terminare la discussione con un "Credo che il vostro compito sia finito, possiamo andare?". Di rimpetto mi ha risposto uno di loro dicendo "lo decidiamo noi quando si deve andare...".


Spazio antagonista Newroz-Pisa
Alle ore 14,00 del 18/3/01 un nostro compagno è stato fermato da una volante della polizia mentre era per strada.
Gli sbirri alla guida erano stati attratti da un adesivo con il logo della manifestazione di Napoli che il nostro compagno aveva sulla borsa; così dopo il consueto controllo dei documenti gli agenti hanno cominciato a provocare ("Sei stato a Napoli, eh?"). Al rifiuto di rispondere ha fatto seguito un "allora vieni in questura che ti si fa una perquisizione capillare".
E così è stato: il nostro compagno è stato fatto spogliare e gli è stata fatta una perquisizione anale; il tutto condito da insulti sui leoni che erano stati a Napoli.Il grave episodio, avvenuto nella "pacifica" Pisa ad ottocento km. da Napoli sta a dimostrare che per gli sbirri i conti sono ancora da saldare... Ribadiamo che non che non siamo sicuramente disposti a tollerare ulteriori provocazioni ed esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni che saranno processati.